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Racconto. Le matraccule dei giorni di Pasqua

Il mistero della tomba di Gesù narrato da Salvatore Mannuzzu: dalla descrizione delle tradizioni della Sardegna al giorno vuoto, in cui pensare al silenzio.

Alla Pasqua i tempi correnti forse mettono un po’ la sordina; ma quando eravamo bambini noi, mille anni fa, era invece una festa grandissima, seconda solo al Natale. Era così nell’intera Sardegna, dove vivevamo (io ci vivo sempre, superstite, tutti i parenti delle generazioni mie coetanee o che hanno preceduto la mia non ci sono più). Ecco: lo stesso Natale allora veniva chiamato Pasca, Pasca ’e Nadale. Pure mio padre, la cui lingua madre era l’italiano, lo diceva: Pasqua di Natale. Pasqua di Natale (Natale era anche il nome sardo del mese di dicembre) e Pasqua d’aprile, per distinguerla; benché poi qualche volta potesse capitasse di marzo (ne ricordo in quei tempi una così anticipata: marzolina, simpatica).

Io amavo i riti della Settimana Santa che si svolgevano nel paese sardo dove abitavamo (e che continuo a considerare, in parte, il mio). Riti, mi pare, propri di molti altri paesi anche fuori della Sardegna. Ma nella mia memoria la Deposizione (‘s’Iscravamentu’) conserva un fascino unico. La Croce, che saliva quasi fino alla navata, enorme e nera, era piantata al centro della chiesa, a un passo dall’altare maggiore: e a essa era inchiodato un Gesù di ceramica smaltata, grandezza naturale Due paesani, volenterosamente travestiti da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo (‘sos zudeos’, i giudei, ‘Zuseppe’ e ‘Nicodemus’), si prestavano a farlo discendere lentamente dalla croce, trattenuto da una lunga benda bianca fatta passare sotto le ascelle, togliendo chiodo dopo chiodo secondo gli ordini che impartiva loro dal pulpito il vecchio parroco. Da dire che quegli ordini e l’intera predica, in sardo logudorese, erano sempre gli stessi, di anno in anno, di decennio in decennio, senza la minima variazione. Senza che ne cambiasse una parola. Perciò piaceva, quella predica la conoscevano tutta a memoria anche gli uditori: con i poco consueti (per quella lingua) ma
corretti passati remoti.

La leggenda vuole che il vecchio parroco desse quest’ultima istruzione a Zuseppe e Nicodemus: «E como ponidelu inue l’azzis postu s’annu passadu» («E ora mettetelo dove l’avete messo l’anno scorso»). Non posso garantire la verità storica della frase che ho riportato (ricevendola da una tradizione forte). Certo è che il Gesù di ceramica veniva posto in una grande (e alta) cassa di legno, la benda bianca restava appesa a entrambe le braccia della croce nuda, ogni luce veniva spenta, restando nella chiesa deserta solo il chiarore di qualche esiguo e baluginante lumicino di cera. E così iniziava, nel mio paese (diciamo il mio, non ne ho avuti altri), il sabato palestinese di quasi duemila anni prima.

E al sabato io ho scritto un’introduzione forse troppo lunga. Ma mi pare
fosse necessaria per dare un’idea di quell’atmosfera indimenticabile, mai più ritrovata. Che era un’atmosfera religiosa, profondamente. Perché ognuno vive la religione con quello che è e con quello che ha. E allora non devono distrarre i dettagli pittoreschi, dia-lettali, datati, che io ho descritto, con un sorriso. Era un sorriso affettuoso: fin troppo. Perché sono cose che sento mie (insieme ad altre molto diverse): cose scritte nei cerchi più interni del povero tronco ormai secco della mia vita. Cose improntate a una religione vera, espressione diretta dell’anima credente, più di settanta anni fa, di quel popolo di contadini, di pastori, di piccoli artigiani, di gente che tira la vita sulla magra terra. Il resto che seguiva aveva la stessa qualità. Ma assume articolazioni differenti da oggi anche per i cambiamenti della liturgia.

Durante i giorni della Passione le campane venivano legate: non ho ancora capito se si trattasse di un’espressione figurata o realistica; s’intende che io preferivo quest’ultimo significato. Le campane venivano legate e sostituite da ‘sas matracculas’: battole, tabelle, traducono in italiano i più accreditati dizionari sardi; e io confesso d’avere più o meno ignorato, finora, questi loro nomi.

Insomma, si trattava di rudimentali strumenti di legno: ad agitarli con la giusta arte un martello batteva ripetutamente su un’asse, producendo un suono caratteristico. Il sagrestano gestiva la matraccula ufficiale, di ragguardevoli dimensioni, tostata dal tempo: con essa ci dava i segnali d’inizio. Perché noi bambini eravamo dotati ciascuno di una più modesta matraccula: e partecipare a quel coro di legni sbattuti in gara, collaborando alla cerimonia, ovviamente ci piaceva molto.

L’eco delle matraccule per le strade e i vicoli del paese continuava fino alle dieci del mattino del sabato: dopo basta, guai. Rimanevamo in attesa: in attesa del suono a distesa delle campane, sciolte. Finalmente suonavano: ed era Pasqua. La salutavamo facendo rumore: per esempio picchiando con tutta la possibile energia sulle porte. Era permesso farlo anche su quelle dei vicini e magari degli estranei (senza recare danno). Ricordo mia madre, sì la ricordo mia madre che era la meno manesca donna del mondo, dare qualche colpo con le nocche alla porta della nostra cucina.

Tutto finito. Anche perché adesso Gesù resta nella sua tomba fino al primo mattino della domenica, come insegnano i Vangeli. La sua resurrezione avviene nel terzo giorno dalla morte: e il terzo giorno è la domenica. E alla fine credo che avere tutto il sabato, che è un giorno vuoto, in cui non succede nulla, per pensare al silenzio e al mistero di quella tomba possa aiutarci molto. «Si le grain ne meurt», citava Andrè Gide: se il chicco di grano non muore. Ma il chicco di grano è morto, sepolto nella buia terra: e a noi resta da aspettare quel che diverrà e di cercare di farlo nostro.

Una leggenda vuole che appena avvenuta la Resurrezione un angelo passi sull’acqua, toccandola: e l’acqua, tutta l’acqua del mondo, ne resta benedetta. Mia moglie, che ho perduto qualche mese fa, appena si udivano suonare le campane della Resurrezione, nel cuore della notte, saltava su dal letto e correva di là a bagnarsi la mano; quindi tornava e con quella mano stillante faceva il segno della croce su di me e su di lei.

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