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Racconto: Hasar, il paralitico dagli occhi di diamante

Si chiamava Hasar e non poteva camminare come tutti gli altri. Neppure riusciva a stare seduto. La testa gli scendeva sul petto e, se volevi guardare dentro i suoi occhi bellissimi, incredibilmente azzurri nella carnagione olivastra, dovevi prenderlo per i capelli, sollevarlo pian piano finché lui, vedendoti, faceva un ghigno che assomigliava al sorriso. Avrà avuto vent’anni e non era stato sempre così, costretto a vivere in uno stanzone al piano terra della casa natale dove le donne lo accudivano.

Da piccolo anzi correva, giocava, molti lo conoscevano perché se lo ritrovavano spesso davanti, quando insieme agli amici superava le recinzioni degli orti rinsecchiti facendo abbaiare i cani dei proprietari. Una volta l’insegnante di educazione fisica aveva notato che quello scolaro, mentre eseguiva gli esercizi di atletica, incespicava troppo spesso. Un medico lo portò a Rabat dove gli fecero degli esami dai quali risultò la presenza di un morbo misterioso particolarmente grave che nessuno era in grado di curare. Che ne sapevano i suoi genitori? Se ne tornarono a casa, come se non fosse successo nulla, accalcati nella vecchia Peugeot insieme ai fratelli e alle sorelle che lo avevano accompagnato in città. E cosa avrebbe potuto fare lo stesso Hasar? Continuò a rubare i datteri fra gli arbusti, seguire il padre al mercato, gettare i sassi nel pozzo. Anche la malattia andò avanti, con una convinzione speciale, come se svolgesse un compito dettato da un maestro esigente, prima timida, nascosta fra le cartilagini e i nervi, poi sempre più spavalda e pronta a venir fuori senza vergogna.

Da una settimana all’altra Hasar perse l’uso delle gambe e si trovò bloccato fra i cuscini. Provava a rialzarsi ma subito cadeva a terra. Non poteva più frequentare  la scuola. Non riusciva a mangiare da solo. Aveva bisogno di aiuto per qualsiasi operazione. Sembrava dovesse salutare tutti di lì a poco, ma a un certo punto il peggioramento ebbe termine. Il ragazzo restò così, appoggiato alla parete della stanza dei tappeti, nel suo camicione bianco, simile a un balocco, colpito dalla luce che filtrava ogni mattina, senza che lui potesse spostarsi per evitarla. All’inizio nessuno voleva incontrarlo, perché faceva paura. La madre era rimasta l’unica a stargli vicino.

Ma poi, con il trascorrere del tempo, la comunità dei villaggi sparsi intorno accettò la sorte di Hasar come un segno imperscrutabile mandato da Allah. I bambini avevano preso l’abitudine di andarlo a trovare: appena si avvicinavano, il giovane paralitico rideva, mostrando di gradire le loro attenzioni. Un giorno le sorelle e le zie che se ne prendevano cura, entrando nella sua stanza, la scoprirono vuota. Subito uscirono, perlustrarono i dintorni, senza risultato. Dove mai poteva essere andato? Nessuno conosceva il segreto che quel ragazzo portava nel cuore. A circa undici anni, prima di ammalarsi, Hasar aveva avuto il tempo di conoscere una bambina che abitava di fronte a casa sua. Lei si chiamava Kadigia, come la moglie del profeta. Il primo incontro avvenne in un terrapieno poco distante dalle abitazioni dove vivevano, nei pressi del fortino francese, con le porte sforacchiate dai proiettili delle vecchie battaglie per l’Indipendenza del Marocco.

I due piccoli innamorati avevano deciso di giurarsi eterna fedeltà sotto i raggi roventi del tramonto maghrebino, qualche tempo prima che lui cominciasse a perdere la giusta coordinazione nel salto in lungo. Chissà, forse in una nazione europea il suo male sarebbe stato affrontato con forze più adeguate di quelle di cui Hasar poté disporre in patria. Certo è che, appena il destino si accanì contro il ragazzo, Kadigia non poté più vederlo. Gli anni trascorsero veloci sullo sterrato ai margini del deserto, dove cani e galline girano in mezzo alle gambe degli uomini seduti per ore sugli sgabelli di plastica a contemplare i mutamenti del cielo. Nella memoria del malato, il ricordo di Kadigia, invece di scomparire, s’incise sempre di più, fino a diventare indelebile. Hasar pensava ai momenti passati insieme: quando andarono nel campo di uno zio comune a mangiare i fichi d’India; quando si nascosero dietro il recinto delle pecore; quando arrivarono da soli a piedi fino a Khouribga, fermandosi vicino alla stazione degli autobus prima di tornare indietro. E adesso, dove stava Kadigia?

Hasar lo aveva chiesto con discrezione ai bambini che gli rendevano visita. I suoi piccoli ospiti lo avevano accontentato. Grazie a loro, era riuscito a capire l’indispensabile: sposata, già madre di un maschietto, abitava vicino alla casa di Alì. Queste notizie importanti non furono sufficienti a frenarlo. Una notte uscì strisciando dalla sua stanza. Come una lucertola ferita, passò sotto il bucato steso ad asciugare, raggiunse il confine della proprietà e si lasciò andare giù fino a fondo valle resistendo agli spuntoni di roccia che gli tagliavano il petto, quindi risalì cocciuto lungo il pendio, avvinghiato agli sterpi, con le unghie insanguinate, la faccia sporca di polvere, il corpo martoriato. Nel momento in cui i chiarori dell’alba si sparsero sulla fattoria, Hasar raggiunse la posizione migliore sull’altura prospiciente l’abitazione della sua antica fidanzata.

Disteso a terra, nascosto dietro un grande masso, sapeva che non avrebbe dovuto attendere molto perché le donne sarebbero uscite presto per andare a raccogliere l’acqua. Kadigia infatti apparve subito, inconfondibile nella sua bellezza sempre viva. Era diventata una vera donna. Fra le braccia stringeva un fagotto, di sicuro il figlio ancora addormentato. Hasar ebbe appena il tempo di osservarla, come un fiume che avrebbe irrorato altre terre. Poi arrancò all’indietro per non farsi scoprire. Guai se lei l’avesse riconosciuto! Con l’ultima energia disponibile strisciò di nuovo per rifare al contrario il percorso dell’andata. Le sorelle lo ritrovarono a giorno pieno in un fossato a cento metri da casa. Ancora respirava. Da quel giorno Hasar fu sempre più stanco, ma quando morì, non molto tempo dopo, i suoi fantastici occhi azzurri, prima di chiudersi, brillarono per qualche istante come diamanti grezzi.

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