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Quelle antiche armonie appese ai rami del bosco

da Avvenire

Le strade perdute, le occasioni lasciate andare, le aspirazioni e i desideri non coltivati, formano quella folla senza colore che trova un posto d’angolo nel nostro animo. Le abbiamo superate per necessità, per ragione, per ubbidienza allo scorrere del tempo e alla severità della vita. Ma quando si aprono anche brevi giorni di vacanza, quando le ore non sono dedicate, in qualche modo, tutte al lavoro per gli altri, ma sono finalmente nostre allora lasciamo che vinca la memoria. Ed è sempre quella migliore, quella positiva, quella dei momenti sereni che, nel passare del tempo, riprende il suo posto. Tutto riacquista un ritmo giovane, dimenticato e la mente libera, allunga tempi forse mai avuti, ma che la fantasia ed il ricostruito ricordo coronano di una cornice piena di colori. Così la notte scorsa, ascoltando dalla mia finestra, il silenzio della città mi parve sentire alzarsi dalle strade deserte una vecchia canzone, che faceva parte del coro del nostro antico maestro. Le sue mani allora disegnavano nell’aria della notte, dipinta dal fuoco che bruciava in mezzo al prato, vecchie e nuove storie d’amore e d’arte che facevano sognare i giovani e dimenticare agli anziani gli anni perduti. Egli sembrava dipingere, con le braccia alzate l’armonia delle canzoni che il suo coro cantava, dove la montagna, il bosco e il mare lontano incontravano l’amore, la speranza, il canto della natura e il chiarore della luna sull’acqua del lago. Uomini, donne e ragazzi seguivano la passione della sua anima e i loro volti diventavano giovani nell’ascoltare l’armonia che aveva loro insegnato. “Bolle, la pentola bolle…” cantava il coro e le sue mani si alzavano quasi ad aiutare il fumo a salire nel vecchio camino. Poi le voci si facevano tenui fino a spegnersi sulle rive del lago dove si specchiava il vecchio Castel Toblino e si facevano più vive le note della chitarra e di un vecchio mandolino. Tutto sembrava addormentarsi sulle acque tranquille e lo sfondo del bosco di abeti che si muovevano al soffio leggero del vento. Ma d’improvviso “o Ciclornia” gridava il coro più vicino al maestro che aveva chiesto più vibrazioni da spargere nell’aria, più forza perché la vita potesse essere più intensa e il nostro canto era pieno di sogni e di amori, di nostalgia e di morte come è fatta la vita di ognuno. Si cantava attorno al fuoco che illuminava il prato dell’antica casa e le sue stelle sembravano voler spegnere quelle più antiche e lontane. Poi quando in mezzo al buio della notte le voci si spegnevano assieme alle fiamme e uomini e donne con i bambini per mano andavano a scomparire nel riprendere il piccolo sentiero, le canzoni che il maestro ci aveva insegnato sembrava restassero aggrappate ai rami del bosco come egli le avesse lasciate quasi eco di amicizia e di pace. Saremo capaci di conservare la ricchezza della nostra terra dove il vento sia pulito, l’aria profumata dal bosco, l’acqua trasparente fra le rocce e il ricamo bianco delle onde del mare?