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«Quella nave ci riguarda È metafora dell’Italia»

Quella nave, siamo noi. L’ammiraglia della Costa ferita e arenata, metafora dell’Italia in questo frangente di crisi; e i media attorno che tessono, attorno al naufragio, una sorta di epopea da cui non riusciamo a staccarci. È l’analisi del professor Ruggero Eugeni, docente di Semiotica e direttore dell’Almed, Alta scuola in media e comunicazione dell’Università Cattolica.
«La percezione di quanto è avvenuto al Giglio – spiega il professore – è cambiata nel corso dei giorni parallelamente al flusso delle immagini. L’immagine più drammatica, che ha raccontato la tragedia più di molte parole, è la foto notturna scattata da un elicottero dei soccorsi, che mostra i passeggeri mentre si calano lungo una cima dalla nave. Guardando quella foto, con un certo ritardo ci siamo resi conto di ciò che era successo; lo sguardo dall’alto e la luce sinistra degli infrarossi sembravano rappresentare gli uomini come una fila di formiche, schiacciati laggiù in basso».
«Nelle prime ore – continua Eugeni – protagonista era la nave; poi l’attenzione si è spostata sulle storie degli uomini, e si è andata formando un’epica di storie parallele, le une allacciate alle altre. Certo ha inciso anche la memoria del film di Cameron, che tutti abbiamo visto, e lo stupore di fronte a un Titanic italiano e contemporaneo; vicenda orrida e sublime, terribile e al contempo affascinante, come tutto ciò che è trascendente, al di là della nostra comprensione».
Si assiste, professore, a una marcata drammatizzazione, il comandante Schettino è il “comandante codardo” e il responsabile della Capitaneria di porto De Falco che gli grida: «Risalga a bordo!», è diventato un eroe…
«Questo comandante Schettino che, sembra, ha sbagliato manovra, poi ha abbandonato la nave e infine avrebbe mentito, risulta condannabile sotto diversi profili etici e quindi è al centro di un fuoco incrociato di accuse. Ad accentuare la drammatizzazione della sua figura sono state le trascrizioni delle telefonate con la Capitaneria , che hanno fornito quasi una forma drammaturgica alla tragedia».
Non c’è una estremizzazione, nella rappresentazione di quest’uomo come il concentrato di ogni male?
«Di certo si nota che almeno fino ad ora le figure degli altri ufficiali sembrano scomparse, come se non avessero avuto alcun ruolo o responsabilità, e questo indica una certa ansia di trovare un capro espiatorio da condannare all’unanimità. Inoltre questa vicenda è diventata nei media, sì, una rappresentazione epica, ma a differenza dai poemi epici classici noi oggi tendiamo a escludere l’intervento di Dio o del fato nelle storie degli uomini; e dunque la colpa di ciò che accade deve essere tutta di un uomo, di quell’uomo».
Sembra però, a giudicare dallo spazio che giornali e tv continuano a dare alla Concordia a cinque giorni dal naufragio, che quella nave ci ipnotizzi; che non sia solo una nave, ma una forte metafora di qualcosa che ci riguarda.
«Certo l’ammiraglia arenata, semiaffondata, è una trasparente metafora dell’Italia nelle ambasce della crisi economica internazionale. L’identificazione più o meno cosciente della nave con il nostro Paese spiega la potenza magnetica con cui questa vicenda ci attrae».
Se la Concordia siamo noi, le due figure contrapposte come il bianco e il nero, il comandante Schettino e il capitano De Falco, chi sono diventati nella trascrizione mediatica? E perchè destano tanta avversione l’uno e tanto amore l’altro, che in fondo ha fatto semplicemente il suo dovere di ufficiale?
«Schettino è stato rappresentato coralmente dai media come l’antitaliano, o meglio come il volto dell’Italia che non vogliamo essere, scorretta, irresponsabile, incompetente. Quell’ufficiale della Capitaneria di porto invece, con il suo semplice esortare bruscamente «Comandante, torni a bordo!», è avvertito come il richiamo a un’etica della professionalità e della responsabilità. Rappresenta un’Italia che non vuole lasciare nulla di intentato per uscire dalla crisi, in un frangente grave. Come dicevo: la sciagura della Concordia si è fatta una grande epopea carica di pathos, fortemente metaforica».
Così che gli italiani stanno a guardare il gigante arenato sugli scogli, quella grande fiera nave ferita, e forse senza sapere appieno il perchè dalle immagini dall’isola del Giglio non si riescono a staccare: quella storia, intimamente, li riguarda.

Marina Corradi