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Quel pane vivo disceso dal cielo: commento al Vangelo di Domenica 12 Agosto 2012

XIX domenica
Tempo ordinario Anno B
(…) Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Nessuno può venire a me se il Padre non lo attira. Non si diventa cristiani se non per questa attrazione, non certo per via di indottrinamento o di crociate. Io sono cristiano per attrazione: mi attira un Dio buono come il pane, umile come il pane, energia inesauribile che alimenta la vita, ogni vita, tutta la vita. Si dà e scompare. E anche i suoi figli faranno come lui, si faranno pane buono. Ai funerali di don Primo Mazzolari, un suo parrocchiano ebbe a dire: ci bastava guardarlo, vederlo passare. Per noi era pane.
Il verbo di questo Vangelo è «mangiare». Così semplice, quotidiano, vitale. Che indica cento cose, ma la prima è vivere. Mangiare è questione di vita o di morte. Dio è così: una questione di fondo. Ne va della tua vita. Il segreto, il senso ultimo nel tempo e nell’eterno è vivere di Dio. Non solo diventare più buono, ma avere Dio dentro, che mi trasforma nel cuore, nel corpo, nell’anima, mi trasforma in lui. Partecipare al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo (Leone Magno). Mi ha molto colpito un anziano sacerdote francese che porgendo il pane della comunione soleva dire: che possiamo diventare ciò che riceviamo, il corpo di Cristo.
Dio in me: il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola. Ed è il senso di tutta la storia: portare cielo nella terra, Dio nell’uomo, vita immensa in questa vita piccola. Molto più del perdono dei peccati è venuto a portare: è venuto a dare se stesso.
Mangiare la carne e il sangue di Cristo, non si riduce però al rito della Messa. Il corpo di Cristo non sta solo sull’altare, del suo Spirito è piena la terra, Dio si è vestito d’umanità, al punto che l’umanità intera è la carne di Dio. Infatti: quello che avete fatto a uno di questi l’avete fatto a me. «Mangiare il pane di Dio» è nutrirsi di Cristo e di Vangelo, respirare quell’aria pulita, mangiare quel pane buono, continuamente. Domandiamoci allora: noi di che cosa ci nutriamo? Di che cosa alimentiamo cuore e pensieri? Stiamo mangiando generosità, bellezza, profondità? O stiamo nutrendoci di superficialità, miopie, egoismi, intolleranze, insensatezze? Se accogliamo in noi pensieri degradati questi ci riducono come loro; se accogliamo pensieri di vangelo, di bontà e di bellezza essi ci fanno uomini e donne della bellezza.
Se ci nutriamo di Vangelo, il Vangelo dà forma al nostro pensare, al sentire, all’amare. E diventiamo ciò che ci abita.
Io non sono ancora e mai il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità (Turoldo). Non basterà questa vita forse, ma lui ha promesso. Ha promesso e io lo credo. Sono convinto che lo diverrò: una cosa sola con lui.
(Letture: 1 Re 19, 4-8; Salmo 33/34; Efesini 4, 30 – 5, 2; Giovanni 6, 41-51).

di Ermes Ronchi – avvenire.it