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Quanto sono vecchi questi giovani dj

di MARCELLO FILOTEI

La musica elettronica non è più quella di una volta, è molto più vecchia. Alcuni ventenni reazionari ne stanno soffocando quasi completamente la portata innovatrice. Il problema nasce quando si chiamano cose diverse con lo stesso nome. Questo dovrebbe indurre a stare molto attenti nel leggere i programmi dei festival, e soprattutto a inquadrare ogni parola nel contesto di riferimento. Emblematico l'esempio di "Meet in Town", che si è aperto il 22 luglio con la promessa di essere un "festival dedicato ai nuovi suoni che invaderà tutto l'Auditorium, portando la musica indipendente e l'elettronica in uno spazio solitamente istituzionale come il Parco della Musica di Roma". In effetti l'Auditorium l'ha invaso, anche se non è una novità assoluta sentire un repertorio non "istituzionale" in sale dove praticamente si può trovare di tutto comprese le penne all'arrabbiata la notte di capodanno. La musica forse sarà indipendente, ma elettronica proprio no. Quando si vuole depositare un lavoro di musica elettronica alla Siae c'è un esperto che prima di accettarlo lo ascolta. Quello che deve verificare è che non si tratti di un brano acustico realizzato con mezzi elettronici, perché in quel caso non può essere inserito nella categoria elettronica. Insomma se utilizzo il computer per eseguire un brano per flauto, batteria, basso elettrico o viola da gamba, non sto facendo musica elettronica. Anche volendo sorvolare su pedanti definizioni, retaggio di una polverosa formazione accademica, viene da chiedersi cos'è che questi supposti innovatori propongono nelle loro performance. Sostanzialmente si tratta di una serie di loop – la maggior parte dei quali offerti da programmi commerciali e ideati da ingegneri giapponesi tutt'altro che rivoluzionari – che vengono sovrapposti estemporaneamente con varia fantasia. In qualche caso, ma qui si tratta già di grandi talenti riconosciuti a livello internazionale, antichi vinili degli anni Settanta e Ottanta vengono rispolverati e inseriti con perizia sull'immancabile batteria in quattro quarti, unico ritmo che trova cittadinanza tra i supposti anticipatori di tendenze. Ma quanto sono vecchi questi dj: scelgono nomi avveniristici e poi si chiudono dentro gabbie costruite per loro dalle grandi major dell'informatica. Promettono sfaceli e poi si riducono a utilizzare programmini che qualsiasi cosa ci metti dentro restituiscono comunque suoni educati e rassicuranti. Latita non tanto il coraggio, ma un po' di sana incoscienza giovanile della quale magari pentirsi tra un paio di decenni. Tanto per avere qualcosa da raccontare ai nipoti. Sguardo sull'ombelico e cuffia sempre sulle orecchie, non si accorgono che quello che usano senza riflettere porta all'omologazione assoluta: ogni loop va bene con tutti gli altri, il che significa sostanzialmente essere imprigionati in quello che è stato deciso altrove, lontano, da aziende mondiali che gestiscono la musica solo per interesse economico e delle quali questi ragazzi si fanno inconsapevole strumento. Dj di tutto il mondo spiazzate le major! Fate un gesto rivoluzionario, suonate un brano in tre quarti. Non è una novità, l'hanno già fatto i Casadei, però sarebbe un passo in avanti. (©L'Osservatore Romano 24 luglio 2011)