Quante cose le donne avrebbero da dire al maschilista mondo cattolico, se le lasciassero parlare! Il nuovo libro di Ilaria Beretta (Ancora editrice) tenta di dar voce non alle “solite esperte”, ma a 15 donne impegnate a vario titolo nella Chiesa

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«Dobbiamo parlare». Se la Chiesa fosse una persona, probabilmente le donne la farebbero
accomodare in salotto e, bloccando per precauzione ogni via di fuga fisica e dialettica, affronterebbero a uno a uno con la diretta interessata i nodi di una relazione che non funziona.
Che siano religiose impegnate in parrocchia, laiche attive negli oratori oppure professioniste negli istituti teologici, le donne conoscono infatti sin troppo bene lo sguardo sostenuto, condiscendente, a volte addirittura sprezzante, rivolto loro dagli uomini di Chiesa che ancora oggi, in Italia, nell’era delle pari opportunità, sembrano non avere alcuna intenzione di condividere con la cosiddetta «altra metà del cielo» il prestigio del sapere e l’autorità della decisione.
Perciò con un «dobbiamo parlare» (frase che nessun maschio, sposato e celibe che sia, spera di sentire mai nella vita) si metterebbe subito in chiaro che la questione «donne e Chiesa» è seria e non si può rimandare.
D’altronde che la strana coppia abbia un problema è sotto gli occhi di tutti: dei cristiani e pure di chi ha poco a che fare con la religione; anzi, siamo giunti a un livello di non ritorno, a meno che le parti non si decidano finalmente a un discorso – appunto – schietto. Il complicato rapporto tra Chiesa e genere femminile è infatti tutt’altro che risolto e resta tuttora un cruccio per milioni di cristiane «qualunque» che nella pratica delle realtà ecclesiali si scontrano quotidianamente con difficoltà, incomprensioni, ostacoli, rifiuti, disparità di trattamento.
Senza ombra di dubbio sono dunque le donne a «tenere in piedi» concretamente la Chiesa attraverso le più varie forme di partecipazione e in molti contesti – dalle parrocchie ai conventi, fino alle associazioni – in cui tra l’altro si sono ormai conquistate la superiorità numerica sugli uomini. Pensiamo al rapporto di genere rispetto alla disponibilità al lavoro nelle comunità ecclesiali: non c’è partita. Oppure ai catechisti: in Italia l’80 per cento è donna. Tuttavia proprio le donne che lavorano nelle parrocchie o sono impegnate a un livello territoriale «intermedio» nelle diocesi si possono
meglio di chiunque rendere conto nella prassi delle disparità esistenti tra i sessi e accorgersi dello strano paradosso che le vede da un lato risorse indispensabili per il buon funzionamento della macchina-Chiesa e dall’altro potenziali minacce alle quali è meglio continuare a chiudere le strade.
Tra l’altro negli ultimi decenni le donne sono cresciute e ai primi banchi davanti all’altare si affollano ormai signore che, avendo accumulato una competenza teorica certificata da lauree in scienze religiose e dottorati in teologia (oltre naturalmente a equivalenti titoli nelle più disparate discipline laiche), non sono affatto sprovvedute nei confronti di chi spadroneggia dal pulpito. Eppure l’impressione è che in seminari e parrocchie queste competenze non solo non siano valorizzate, al contrario diventino ulteriori elementi di allontanamento ed emarginazione, soprattutto per le più giovani, certamente abituate a un trattamento più maturo in altri settori della società.
La partita però non si gioca più con proclami in piazza, bensì a livello ecclesiale di base, dove le donne ricercano un’inversione di rotta sostanziale di mentalità e cultura. In quest’ottica a guidare il cambiamento non sono più poche militanti ma una maggioranza «silenziosa» diventata talmente consapevole di sé da non accontentarsi più di vincere la battaglia unicamente scrivendo il proprio nome su una targhetta. Occupare le stesse cariche e svolgere i medesimi ruoli degli uomini non sembra la strada più efficace (né più evangelica) da seguire per ottenere riconoscimento. Sono le donne «ordinarie» che oggi invece appaiono più pronte ad assumersi le responsabilità di un cambiamento, graduale ma inarrestabile.

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