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Quanta fede in quel rocker

Nella misura in cui è universale il tema del Meeting di Rimini di quest’anno, “La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”, è evidente che la faccenda riguardi anche i rocker. Solo che convenzioni e convenienze dell’industria non sempre mettono in risalto quanta spiritualità contenga anche tale cosiddetta musica “leggera”: al Meeting ci penserà una mostra (“Tre accordi e il desiderio di Verità. Rock’n’roll come ricerca dell’infinito”) aperta dal 19 al 25 agosto e curata da John Waters, giornalista e scrittore irlandese, che al Meeting porta la ricerca della forza spirituale contenuta nel rock.

Cosa vuole dimostrare con la mostra di Rimini?
«Vorrei rendere visibile il rapporto fra musicista e ascoltatore. Il rock nasce come pianto del cuore dell’uomo, nella forma del blues, e al suo meglio resta quello: ma la nostra cultura ne ha minimizzato e volgarizzato vitalità e profondità. Molti considerano rumore il rock, altri lo amano ma non ne sanno esprimere il centro vero».

Tramite quali artisti dimostrerà il senso del rock?
«Muddy Waters, Sam Cooke, Hank Williams, Leonard Cohen, Joni Mitchell, U2, Patti Smith, Coldplay. Ma anche Amy Winehouse o i Velvet Underground. Sarà un viaggio dalle origini al giorno d’oggi».

Per dire che il rock è anche un ottimo tramite fra sacro e profano?
«In un certo senso. Certo è una forma di espressione ambigua, un piede nella materia e l’altro nell’oltre. E in un oggi nel quale è dura per l’uomo dar voce alla propria spiritualità, il rock può aiutare: ma resta spesso travestito da “musica del diavolo” per convenienza da show business. Eppure pensi ai bambini. Se seguono il rock così tanto, cosa ci vedono? Non possono essere sempre fuorviati: è che la maggior parte degli artisti ha cose importanti da dire, che loro – e noi – vogliamo sentire».

Però c’è l’etichetta “musica del diavolo”, appunto.
«Era un cliché, una posa. A volte un modo di evitare la pietas contenuta in molta di quella che viene poi definita christian music, concetto bruttissimo. Oggi mi pare che quell’idea serva a legare il rock all’ideologia atea di certe società moderne tipo la Gran Bretagna: come se non si potesse accettare che Bono è intensamente cristiano. Certo c’è l’autodistruzione di tanti artisti, comunque figlia del desiderio di qualcosa di assoluto. Però il rock resta il medium più potente per affrontare la realtà e capirci».

Ma quanto resta, nel rock del 2000, delle origini?
«Pensi ad Amy Winehouse. I valori originali ci sono, nella sua musica: anche se lei come artista ha dato luogo ad alcuni fraintendimenti di cui le parlavo».

Però sembra che quando un artista è esplicitamente cristiano, o religioso, venga emarginato. Il suo messaggio più è chiaro più viene accantonato.
«Assolutamente vero. E il rock permette maschere in cui la purezza dell’intenzione si nasconde, anche se l’ascoltatore poi la coglie ugualmente. In parte forse è necessario, perché si tratta di temi che possono spaventare; ma in parte deve farci pensare. Soprattutto dovremmo uscire dal fraintendimento che parlare di fede porti solo a brani devozionali. La religiosità è connessa con la realtà e l’uomo in sé».

Capita che la fede sia “usata” per far parlare di sé?
«Non ho in mente canzoni così. L’artista vero cerca di essere fedele a se stesso e al suo credo. Anche se è vero che i grandi come Springsteen restano “alla moda” anche quando cantano Dio…».

Non c’è insomma un manuale per capire gli imbrogli…
«Né mi piacerebbe ci fosse. Il punto è capire quali artisti sono pronti a rischiare pur di essere veri, quali hanno compreso che parlare della realtà implica per forza anche parlare dello spirito. Quelli sono gli artisti il cui ascolto dà di più».

Quindi possono essere anche artisti inaspettati…
«Beh, Elvis parlava di Dio ogni volta che apriva bocca, anche se non si vedeva questo suo aspetto per quel che era, ovvero desiderio d’infinito. E ci sono canzoni lette sempre in modo riduttivo: pensi a Until the End of the World degli U2. Parla di Giovanni il Battista, ma quanti fan lo sanno?».

E artisti come Johnny Cash, che cantano esplicitamente la fede, l’hanno divulgata davvero?
«Penso sia stato un grande esempio: ma soprattutto perché viveva la vita apertamente e coerentemente. Quindi specie negli American albums, in cui ha detto la storia della fine della sua esistenza fin quasi al giorno della morte. È stata quasi un’eco nel rock di come Wojtyla ha vissuto la malattia in pubblico. E questo influenza la gente tantissimo».

Però mass media e major non aiutano certo personaggi come Cash o certe letture degli U2…
«I media seguono ciò che sembra più sicuro, vivono in quello che il Papa ha chiamato il bunker, che non è la realtà vera. E il bunker ha deciso che Dio non è necessario. Ma ognuno di noi può dubitare di quanto ci dice il bunker. E io penso che il rock sia com’è proprio perché abbiamo bisogno di media così, che ci permettano di testare davvero quello che pensiamo».

Andrea Pedrinelli  – avvenire.it