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Quando il cinema indaga l’ambiguità e la realtà del male

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avvenire.it di Andrea Dall’Asta

Recentemente, in occasione del cineforum che dagli anni ’50 si tiene per il Premio San Fedele di Milano, ho rivisto Amour, di Michael Haneke. Il film, 65° Palma d’oro al festival di Cannes, è bellissimo. Splendida la recitazione degli attori che annovera un cast strepitoso con Jean Louis Trintignant (Georges), Emmanuelle Riva (Anne) e Isabelle Huppert (Eva). Magnifica la fotografia. Efficaci sono le riprese, di un rigore ineccepibile. Tuttavia, se da un lato ho apprezzato la qualità di un film di un grande regista, dall’altra, alla fine della proiezione, ho avvertito un senso di disagio e di malessere.
Consideriamo il suo svolgimento. La pellicola narra un bellissimo amore coniugale di due anziani, Georges e Anne, fatto di piccoli gesti, di attenzioni reciproche. Grande è l’affetto che traspare dai coniugi, ricco di tenerezza e di dolcezza. Insegnanti di musica in pensione, scandiscono il loro tempo tra concerti e letture. Tuttavia, questa relazione è intaccata dalla malattia terminale di lei, colpita da un ictus. Un intero mondo crolla. La loro vita è collassata. Haneke è bravissimo e al tempo stesso crudele nel mostrare, con lucidità e spietatezza, il decadimento del corpo della protagonista Anne che, se in un primo tempo mostra coraggio e determinazione nell’affrontare la malattia, colpita da un secondo attacco, si lascia sempre più andare, sino ad essere assalita dal desiderio di lasciarsi morire. Georges la cura con grande dedizione. Ama e lotta continuamente, anche se nel tempo la stanchezza e la cruda consapevolezza che non ci può essere guarigione conducono a uno sconforto di fronte al quale non intravede rimedio. L’unica via d’uscita, suggerisce il film, è scegliere di dare la morte, anche se chi muore è l’unica ragione di vita, per poi darsi la morte, vedendosi il proprio mondo finito.
Il film (di cui ha parlato proprio di recente su queste pagine Massimiliano Castellani) ci immerge gradualmente in un mondo di solitudini, di decadimento. Il pianoforte è stato loro compagno. Ma ora resta chiuso. Non bastano certo a riempire la vita di Anne e di George le visite di un vecchio allievo o quelle della figlia Eva, musicista che vive all’estero con la propria famiglia. I protagonisti sembrano contemplare, soli, la propria morte. E Amour ci introduce sempre più nell’abisso della morte.
È stato detto che il film pone il problema del fine vita. Dal punto di vista degli atti compiuti da Georges si tratta di fatto di eutanasia attiva, di sofferto “omicidio” per soffocamento compiuto verso la moglie da un lato e di suicidio dall’altro. Tuttavia, il film appare condurci più lontano. Sembra piuttosto incentrarsi sulla realtà del male, su come si manifesta nella vita dell’uomo e sullo spazio che riesce ad occupare. Il male prende corpo nella vecchiaia, nella malattia di Anne, consumandole il corpo, mutilandola nella sua volontà e dignità. La genialità di Haneke consiste nel presentare “atti di male” – l’uccisione di Anne e il suicidio di Georges – come l’unica soluzione percorribile. Meglio, come un cedimento inevitabile. E lo spettatore sente quanto sta accadendo come ineluttabile, come la migliore scelta possibile.
Tuttavia, ci domandiamo, fino a che punto il dolore dell’altro può giustificare due gesti che conducono alla morte? Certo, Haneke dice che la scelta del protagonista può essere interpretata in modi diversi, come una forma di amore estremo o come egoismo. Concordiamo ancora con il regista quando afferma che la realtà è spesso ambigua e contraddittoria e l’arte deve cercare di rifletterla. Di certo, la malattia abbruttisce. La tentazione di farla finita emergerebbe probabilmente in chiunque. Come è possibile continuare a vivere in quelle condizioni, se la qualità della vita sembra tragicamente spegnersi! Appare dunque giusto porre termine a un dolore intollerabile – sembra suggerire Haneke. Georges non può sopportare di vedere Anne sempre più sfigurata dalla malattia. E nemmeno può immaginarsi solo, chiuso nel silenzio della propria casa. Di fronte a queste esperienze restiamo muti, smarriti, impotenti…
Tuttavia, quale dolore può giustificare la soppressione dell’altro e di se stessi? Come può l’amore estremo condurre a scelte di morte? Non è forse questo un permettere che il male prenda il sopravvento? Anche se non voluto? Non si asseconda forse una morte vissuta come liberazione?
In ogni caso, alla fine del film, se Haneke non esprime alcun giudizio – e in questo ci sentiamo vicini al regista -, dall’altro ci fa sprofondare in una sorta di baratro, in cui non sembra esserci redenzione, né riscatto, né condivisione del dolore. Le ultime riprese inquadrano solo Eva seduta su una poltrona in un appartamento tragicamente vuoto. È la vittoria della solitudine. Del nulla che rischia di prendere il sopravvento dentro di noi.