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Privacy, internet e luoghi comuni. Non di sola rete…

di Cristian Martini Grimaldi

Premesso che sul caso Snowden si sa ancora poco, che siamo solo agli inizi di una vicenda che potrebbe benissimo durare anni prima di fornirci una precisa fotografia di come si siano davvero svolti i fatti (vedi il caso Bradley Manning), si possono però fare alcune considerazioni.
La prima è che il web è stato per lungo tempo brandito dai libertari di tutto il mondo come quello strumento che nel lungo periodo ci avrebbe reso tutti più liberi, permettendo a ognuno di ottenere quelle informazioni che solitamente i media tradizionali non davano. E che, di conseguenza, avrebbe reso il cittadino più consapevole nel compiere le proprie scelte e nel valutare criticamente perfino la gestione politica della cosa pubblica. Eppure un geek (fanatico della tecnologia) ventinovenne senza neppure un diploma, “rifugiato” a Hong Kong e ora nei dintorni dell’aeroporto di Mosca, rivela a un quotidiano inglese prima e poi a uno tedesco, che grazie alla rete è invece la politica – che noi cittadini attraverso l’aiuto del web dovevamo “sorvegliare” – ad avere maggiore consapevolezza di come gestiscono le proprie vite private gli ignari cittadini. Se fosse vero, sarebbe il capovolgimento di un paradigma che per anni tutti davamo per scontato: più rete uguale maggiore libertà. A un marziano che atterrasse oggi sulla terra sembrerebbe infatti che il “sistema rete” esprima le sue migliori capacità non tanto nel renderci tutti quanti più liberi e consapevoli, ma nel ridurci quasi a dei sorvegliati speciali.
La seconda considerazione è una domanda: vale davvero la pena di portare alle estreme conseguenze l’utilizzo di taluni ritrovati tecnologici anche quando ciò comporta una violenta invasione di campo della nostra privacy? Privacy che in fin dei conti è parte integrante non solo della nostra libertà, ma è valore fondante della convivenza civile. Senza privacy una comunità diventerebbe una comune, un progetto sul quale in passato si sono costruite e distrutte molte utopie.
Per anni economisti di ogni risma, in veste di suggeritori politici, hanno avanzato l’idea che un migliore accesso alla rete internet sarebbe stata, in futuro, la vera discriminante tra i Paesi arretrati e quelli più sviluppati. Oggi forse ci sovviene che l’unico criterio di valutazione preso in esame per fare quelle affermazioni era il parametro economico. La connessione alla rete avrebbe infatti dato maggiori opportunità a ognuno di realizzare il sogno di business in proprio e, di conseguenza, di migliorare le proprie prospettive di vita. Pochi prendevano in considerazione il fatto che mentre guadagnavamo punti di pil forse perdevamo qualcos’altro: solo che questo qualcos’altro era difficilmente quantificabile. Come del resto tutte le cose veramente importanti della vita che, per loro natura, non possono essere contabilizzate.

(©L’Osservatore Romano 12 luglio 2013)