“Preservare” Gerusalemme come “patrimonio comune dell’umanità e soprattutto per i fedeli delle tre religioni monoteiste”

Veduta di Gerusalemme

Avvenire

Unicità e sacralità di Gerusalemme, con una peculiare vocazione di “città della pace”. Con queste parole Papa Francesco e il re del Marocco Mohammed VI hanno condiviso, sabato a Rabat, l’appello per “preservare” la Città Santa come “patrimonio comune dell’umanità e soprattutto per i fedeli delle tre religioni monoteiste”, quindi ebrei, cristiani e musulmani, e come “luogo di incontro e simbolo di coesistenza pacifica, in cui si coltivano il rispetto reciproco e il dialogo”. Quello del Pontefice e del sovrano marocchino è un desiderio “che può orientare la volontà”, in un mondo in cui la politica “si muove come se si fosse sempre in campagna elettorale” e in una città come Gerusalemme in cui si deve andare oltre “il linguaggio delle rivendicazioni esclusive”, per imparare un linguaggio della “gestione condivisa”: è la riflessione di padre Francesco Patton, custode di Terra Santa, sull’appello per Gerusalemme lanciato dal Palazzo Reale di Rabat. Di seguito l’intervista (Ascolta le parole di padre Patton).

Che valore ha l’appello comune del Papa e del re Mohammed VI del Marocco per Gerusalemme “Città Santa e luogo di incontro”?

R. – Direi che ha il valore di confermare la linea che è stata ribadita molte volte in questi ultimi anni, che è appunto quella di ricordare il significato che ha Gerusalemme per tutte e tre le religioni abramitiche, quindi per l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. Ha il senso di ribadire il fatto che, quando si parla di Gerusalemme, bisognerebbe andare oltre le pure e semplici categorie politiche e capire il valore che ha questa città: una città simbolo per le tre religioni e poi qui, a livello locale, una città simbolo per due popoli, il popolo ebraico e il popolo palestinese. Questo vuol dire anche ribadire il fatto che, quando si tocca Gerusalemme, si tocca una realtà che è estremamente delicata.

Il riferimento è alle tre religioni monoteiste e anche alle ripercussioni sociali e politiche sul terreno? 

R. – Certamente, le ripercussioni di tipo politico sappiamo benissimo quali sono. Sappiamo che da un lato c’è in qualche modo la rivendicazione di avere un po’ un’esclusiva sulla città di Gerusalemme e dall’altra parte pure c’è una rivendicazione analoga. Allora bisogna imparare ad evitare il linguaggio delle rivendicazioni esclusive, per imparare invece ad usare un linguaggio che io chiamerei della proposta, di una gestione condivisa di questa città che appunto ha un valore speciale e particolare. E il riferimento che viene fatto costantemente anche dalla Santa Sede è il riferimento a una città condivisa tra due popoli, israeliano e palestinese, e tra religioni: ebraica, cristiana e musulmana.

Indicare il particolare status della città in senso “multi-religioso” per le tre fedi quanto è importante in un momento di possibili nuove tensioni in seguito ad esempio al trasferimento a Gerusalemme di alcune ambasciate? 

R. – Quando c’è uno sbilanciamento, una situazione delicata, è evidente che questo può avere delle ripercussioni. Direi che non dobbiamo neanche dimenticare che oggi un po’ la politica di tutto il mondo si muove come se si fosse sempre in campagna elettorale. Questo accade in Italia e anche qui e pure in altri Paesi del mondo. Direi che qualche volta sarebbe utile invece usare i toni delle diplomazie, con la capacità di tessere possibili modalità di incontro anziché di scontro.

Proprio il Papa ha spiegato che il comune appello su Gerusalemme è stato un passo avanti fatto non da un’autorità del Marocco e da un’autorità del Vaticano, ma da fratelli credenti che soffrono vedendo questa città della speranza ancora non essere così universale come tutti vorremmo, ebrei, musulmani e cristiani. Si percepisce nella Città Santa questa sofferenza che viene anche da fuori, cioè da chi non è fisicamente a Gerusalemme?

R. – A Gerusalemme si percepisce sempre una certa tensione da un lato e poi anche un certo desiderio dall’altro. Noi vediamo in questo tempo di Quaresima che arrivano già migliaia e migliaia di pellegrini. Vediamo durante il periodo del Ramadan, soprattutto i venerdì del Ramadan, arrivare anche decine di migliaia di pellegrini musulmani. Lo stesso fanno gli ebrei in occasione delle loro ricorrenze religiose. Adesso, quest’anno, la nostra Pasqua coinciderà sostanzialmente con la loro, quindi ci sarà un grande movimento. Ciò che qui si desidera è che ciascuno dei credenti delle tre grandi religioni, che hanno poi anche una comune radice, possa venire in pace, possa pregare in pace e possa anche, oserei dire, imparare a vivere la propria fede nel rispetto della fede degli altri.

Lei ha fatto riferimento a un desiderio, un termine che ha usato anche il Papa nel corso della conferenza stampa sul volo di ritorno dal Marocco: l’appello è un desiderio, ha detto Francesco, una chiamata alla fraternità religiosa, perché in fondo tutti, in quanto credenti, siamo cittadini di Gerusalemme. Quanto c’è di desiderio e quanto di volontà, sul terreno?

R. – È necessario avere dei desideri per poter orientare la volontà. Per parte nostra, sicuramente è un desiderio che poi orienta anche le nostre azioni. Sappiamo che il peso di una intenzione, di un desiderio manifestato dal Santo Padre e da un’autorità come il re del Marocco può orientare la volontà. Esattamente come è un desiderio che orienta la volontà il precedente incontro di Papa Francesco ad Abu Dhabi con il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb: anche in quell’occasione è stato espresso un desiderio che orienta una volontà. Si è trattato di desideri espressi da leader di due grandi religioni, il cristianesimo nella sua forma della Chiesa cattolica e l’Islam sunnita; sarebbe bello pure un ulteriore coinvolgimento, magari dello stesso ebraismo. Quanto più si riuscirà ad esprimere questi desideri a più voci, tanto più ci sarà la possibilità di orientare anche delle volontà che possano agire sul piano concreto, politico, anche locale.

A Gerusalemme, ci sono state ripercussioni all’appello del Papa e del re del Marocco?

R. – Si tratta di un appello recentissimo, quindi ci sono ripercussioni interne, quelle di accogliere con favore il ribadire l’importanza di questa città e il fatto che essa sia aperta e condivisa. Mi pare che sia l’ambito del mondo cristiano sia quello del mondo musulmano accolgano con favore questo tipo di dichiarazione e sottolineatura.

Da Gerusalemme a Gaza. Proprio un anno fa, in questo periodo, iniziavano le proteste a Gaza. Vuole esprimere un auspicio, un desiderio, come ha detto il Papa?

R. – È quello purtroppo ripetuto da molto tempo, cioè il desiderio che cessi il linguaggio della violenza e si riesca a parlare con un linguaggio non violento, tenendo conto che è difficile parlare un linguaggio non violento quando alle spalle ci sono centinaia di morti. Però bisogna avere il coraggio di usarlo da una parte e dall’altra, sapendo che il linguaggio della violenza produrrà altra violenza. E finché qualcuno non avrà il coraggio di interrompere in maniera anche unilaterale la logica del rispondere colpo su colpo sarà molto difficile poter arrivare a sedere ad un tavolo che porti ad una pace in prospettiva di lungo tempo. Perché la pace prodotta dalla violenza è inevitabilmente una tregua in attesa che cambino i rapporti di forza.

vaticananews

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