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PREGANDO, BENEDICENDO

GIOVANNI D’ALESSANDRO  – avvenire

Tra i commentatori del Vangelo e gli uomini di fede, c’è una catalogazione che forse manca: quella dei toni della preghiera di Gesù che conosciamo, cioè quelli delle preghiere fatte in pubblico, le uniche che gli evangelisti potevano riportare a noi. Nulla possiamo sapere delle preghiere fatte in solitudine, quando Gesù si ritirava in disparte a pregare. Delle prime sappiamo però che, spesso, prorompono in scrosci emotivi. Sono preghiere dalla forte vocalità; ricche di vocativi elogiativi che s’intuiscono proclamati in pubblico, come nel Vangelo rivelato ai semplici, dove l’evangelista ( Lc 10, 21) si preoccupa anche di riferirci lo stato d’animo che ispira la preghiera, stato d’illuminazione, d’esultanza: «In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a Te è piaciuto». L’agnizione della infinità nella piccolezza, la dichiarazione ­nel senso etimologico del temine ­della signoria di Dio sul cielo e sulla terra, quando presceglie l’ablazione della vera sapienza ai dotti per farne dono ai piccoli, è accompagnata dalla benedizione. Della quale è inutile cercare un sinonimo perché si tratta di un archetipo, come l’amore, del quale non esistono corrispondenti. Gesù pregava dunque benedicendo il Padre. Contemplandone l’azione con incontenibili parole di lode, di riconoscenza e di riconoscimento, di emozione.