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PICCOLI SCHIAVI Marocco, domestica-bambina arsa viva

Quando è arrivata all’ospedale di Agadir respirava appena. I medici non ci hanno messo molto a capire che per Fatima non c’erano più speranze. Il corpo della ragazzina, di 14 anni, era in buona parte ustionato. E gli organi vitali compromessi. È stata un’agonia breve quella dell’adolescente. Dopo qualche ora, Fatima si è spenta nella clinica. Era il pomeriggio di domenica.
Sarebbe stata una storia invisibile, se i media locali non avessero rilanciato ieri la notizia, riamprendo la rovente polemica sulla schiavitù domestica in Marocco. Perché la morte della ragazza è stata un incidente. Fatima è stata arsa viva dai suoi “padroni” ovvero dalla coppia presso cui lavorava come baby domestica. Un fenomeno drammaticamente diffuso in Marocco.

Secondo le Ong, sono almeno 60mila le adolescenti impiegate nei servizi domestici, in condizioni di semi-schiavitù. Nonostante la legge lo vieti espressamente e punisca con il carcere fino a tre mesi chi offra lavoro a minori di 15 anni. Pochi, pochissimi “padroni” sono, però, realmente puniti. Ecco perché lo sfurttamento delle ragazzine persiste. Queste ultime provengono in genere dalle regioni rurali più povere. Le famiglie, per sopravvivere, le “mandano a servizio in città”. In cambio del lavoro delle “petit bonne” – come vengono chiamate –, i genitori ricevono l’equivalente di undici dollari al mese.

Nessuno tutela i diritti delle adolescenti. Sevizie, violenze, abusi di ogni tipo sono all’ordine del giorno. Le giovani sono costrette a lavorare dodici ore al giorno per sette ore alle settimana. Non possono uscire, né studiare. Alla minima mancanza vengono punite ferocemente con pestaggi o ustioni.

Proprio com’è accaduto a Fatima, castigata con bruciature di terzo grado dai suoi “capi”, per paradosso un insegnante e un poliziotto. La sua è l’ennesima morte di una “baby-schiava”. Appena due mesi fa, a Casablanca, una 17enne si era gettata dalla finestra per sfuggire alle angherie del suo “capo”, un noto medico.

Lucia Capuzzi – avvenire.it