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Peter Jacob: «Vittime dell’apartheid religioso»

Peter Jacob, segretario generale della commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale pachistana, riflette sulla situazione dei cristiani in una nazione a fortissima maggioranza musulmana.

Qual è la sua maggiore preoccupazione?
«Il nostro sistema politico si fonda su un apartheid religioso. Se si sa recitare il Corano a memoria si ottengono crediti a scuola e, in carcere, uno sconto di sei mesi di pena. I cristiani non hanno queste opportunità: tutto il sistema è costruito in modo da fare dei non-musulmani cittadini di serie B. La legge sulla blasfemia, introdotta nel codice penale negli anni Ottanta, oggi è per noi il principale simbolo di discriminazione e di persecuzione religiosa. Se ne abusa e si incoraggia qualunque tipo di affermazione contro i cristiani, come dimostra la vicenda del villaggio di Gojra. Davanti alla giustizia, questa legge prevede la condanna a morte; in pratica, però, nessuno è mai stato giustiziato: la legge è così mal costruita che in genere la condanna non è confermata in appello. D’altra parte, le persone restano in carcere per anni, dove talvolta vengono uccise; se ottengono il rilascio vivono nell’incertezza, perché saranno gli estremisti a fare i conti con loro. Nonostante ciò, le conversioni non sono molte. I cristiani del Pakistan hanno una fede profondamente radicata».

Che cosa fa la commissione Giustizia e pace che lei presiede?
«Da venticinque anni la nostra commissione lavora per ottenere l’abrogazione della legge sulla blasfemia. Il problema è che essa incarna un modo di pensare che influenza tutta la società. Noi facciamo campagna tra i parlamentari: alcuni, di origine musulmana, ci sostengono; abbiamo già raccolto settantamila firme tra la popolazione, di tutte le confessioni, che porteremo davanti al governo. Lavoriamo anche tra la gente, per proteggere e sostenere quanti sono vittime di questa legge».

Che cosa vi aspettate dall’Occidente?
«Il Pakistan si trova davanti a un bivio: può riformare la sua politica ed eliminare l’estremismo. Dagli occidentali ci aspettiamo che capiscano che qui non viviamo in una vera democrazia, ma in un sistema fondato sull’abuso della religione, e che le cose vanno sempre peggio. I governi devono usare la loro influenza e riconoscere che abbiamo tutti il diritto di vivere in Pakistan, dove vogliamo integrarci, essere pienamente pachistani, senza subire un’assimilazione forzata. Nel XXI secolo nessun Paese può restare indifferente a guardare ciò che avviene altrove. Se il Pakistan diventasse un secondo Afghanistan, a subirne le conseguenze sarebbe tutta la comunità internazionale».

Il primo ottobre scorso il presidente del Pakistan è stato ricevuto dal Papa. Qual è stata la sensazione dei cristiani e come hanno accolto la sua esortazione a proseguire nel dialogo interreligioso?
«Ci aspettavamo molto, non solo perché il Papa è il rappresentante della Chiesa, ma anche perché è considerato una voce indipendente. Anche l’incontro, che è seguito, con i governanti italiani per noi era molto importante. Tutti si sono detti preoccupati per la discriminazione su basi religiose, e il nostro presidente, pur senza impegnarsi, ha riconosciuto che occorre fare qualcosa. Quanto al dialogo interreligioso, non è una novità. Vivendo in un contesto musulmano, è la nostra quotidianità, a tutti i livelli e da molto tempo. Il problema è che, da un lato, la Chiesa diffonde il suo messaggio secondo il quale possiamo vivere tutti insieme e, dall’altro, gruppi fondamentalisti cercano d’imporre le loro regole e di intimidire i cristiani per eliminarli dalla comunità. La Chiesa cattolica compie grossi sforzi; ma il dialogo può unire solo se è fondato sull’uguaglianza. La libertà religiosa deve esistere per tutti i pachistani, musulmani compresi, perché anche loro hanno ben poca libertà».

Quali sono le speranze di cambiamento?
«Quello che sta avvenendo è il risultato di una situazione politica precisa, di un modello di Stato teocratico che sta mostrando il suo fallimento. Eppure esiste una forma di secolarizzazione che appartiene al Pakistan, dove molte religioni vivono una accanto all’altra. La società civile pachistana ha sempre lottato contro l’ordine religioso repressivo. È riuscita a ottenere l’abolizione degli elettorati separati. Nel proprio cuore, la gente sostiene un altro Pakistan e conserva la speranza. Quello che vogliono profondamente è la coesistenza. Attualmente sono indottrinati da un estremismo di cui essi sono le prime vittime, ma ne avranno l’opportunità, coglieranno l’occasione per cambiare le cose, perché hanno sete di pace e di giustizia».

Joséphine Bataille – avvenire

(per gentile concessione del settimanale «La Vie». Traduzione di Anna Maria Brogi)