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Per il «globale» più in crisi poche cure e niente alternative

GIANCARLO GALLI  – avvenire

Le Borse, con Piazza Affari che ieri ha registrato l’ennesimo tonfo, sono da un paio d’anni in perenne fibrillazione. Senza eccezioni, dall’Asia all’America, all’Europa hanno mediamente perso fra il 40 ed il 60% dai massimi toccati nella primavera del 2008, alla vigilia del crack dei mutui. È opportuno rammentare. Allorché la bolla dei mutui esplose, i Governanti dei Cinque Continenti, gettarono acqua sul fuoco. Con spregiudicato ottimismo cercarono di rassicurare: l’incendio sarebbe stato circoscritto e domato. Bugie di comodo, per altro giustificate dalla sacrosanta esigenza di esorcizzare ogni forma di panico, specie fra i risparmiatori, gli autentici ed insostituibili donatori di sangue del moderno capitalismo. Sconcertante, alla luce degli eventi, l’ottimismo dei Signori di Eurolandia, della Banca centrale europea: a sentirli, la forza dell’euro avrebbe fatto da argine alla crisi, targata Usa. Così non è stato, e per un motivo preciso: la globalizzazione finanziaria ha posto il mondo intero sulla stessa barca. Gravissima, dunque, la sottovalutazione del pericolo fondata sulla teorica (ma non dimostrata) certezza che Economia & Finanza s’erano vaccinate contro i rischi di crisi e contagio. Infatti dalla nascita del capitalismo (1.600), i crack si sono regolarmente riproposti, con scandali a catena: dalle speculazioni sui tulipani ai tonfi di Wall Street del 1929-33. D’altra parte, va detto, il pianeta posseduto dal mito dello «sviluppo ininterrotto» ha ritenuto di trovare nella finanza la pietra filosofale, laddove il danaro crea danaro, in miracolosa partenogenesi. Con un presupposto eretto a dogma: far crescere vorticosamente la circolazione del «danaro di carta» (e oggi addirittura elettronico), svincolandolo da qualunque riferimento materiale. Tant’è che venne eliminato il millenario rapporto con l’oro e l’argento. «Ogni Stato è garante della sua moneta», si affermò. In pratica si nascose la realtà: la cartamoneta ridotta a simbolo convenzionale che unicamente riflette la potenza e la credibilità del Paese emittente. Per questo il dollaro è divenuto la valuta di riferimento, ora insidiata dal cinese yuan. L’euro ha provato a creare una terza entità, ma non appoggiandosi a un contesto politico omogeneo, rischia grosso. In tale scenario, due fatti-chiave: gli Stati per procurarsi consenso nell’elettorato immenso, hanno preso a indebitarsi a rotta di collo. Come mai era accaduto. Tuttavia la portata di alcuni fallimenti statali (pensiamo all’Argentina), sono stati trattati come piccole malattie. Per far funzionare a pieno regime la macchina del capitalismo, si sono letteralmente inventati «strumenti» atti (in teoria) a lubrificare il sistema. Le banche oltre a raccogliere il risparmio minuto, gestiscono i fondi, a cominciare da quelli pensionistici. E investono, anche spericolatamente, lucrando. Esempio: con un milione di depositi, oltre 10 milioni di prestiti. Finché la finanza ha battuto la testa contro il muro. Complici indiretti gli Stati, i Comuni, le aziende che si muovono su montagne di debiti; mai chiedendosi ‘chi’, alla fine, regolerà il conto. Ovviamente i debitori non sono tutti uguali. Restanto in Eurolandia, troviamo agli estremi la Grecia che spendeva allegramente truccando i bilanci e la Germania con le sue solidissime industrie che rimpiange il suo marco. Venuti al pettine i nodi, la cancelliera Angela Merkel dopo avere obtorto collo aderito ai principi della solidarietà europea si è lanciata in una crociata anti­finanza, anti-mercati. Intenderebbe, a leggere in controluce le sue prese di posizione, mettere la mordacchia alle Borse (blocco delle vendite allo scooperto) e ingabbiare la speculazione. Simile atteggiamento, in apparenza moralizzatore, può nascondere altri intendimenti: la fine del capitalismo globale, con ciascuna nazione sovrana che si rinchiude, egoisticamente, in se stessa. Lasciando i deboli alla mercè della tempesta. Da qui la schizofrenica fibrillazione delle Borse, l’altalena delle valute col crollo verticale dell’Euro di cui si paventa una deflagrazione. La rincorsa dei governi in difficoltà a rivedere le politiche di spesa pubblica, dalle pensioni all’assistenza sanitaria. Basteranno queste medicine? L’interrogativo è purtroppo senza una risposta convincente. Perché nessuno a tutt’oggi pare avere la forza per mettere sotto tutela, o almeno regolare a dovere, i mercati. A meno di archiviare la globalizzazione abbracciando un altro modello economico, che però è tutto da inventare. Con i politici (tutti) in ritardo sui progetti, le Borse con la loro nevrosi riflettono la generale incertezza. In Italia, in Europa, ovunque. Quasi una nemesi storica. Con le azioni, i titoli di Stato che non si sa quanto davvero valgano, è ripresa la corsa all’oro. Giunto a livelli record dal Dopoguerra. E non è un bel segnale.