Crea sito

Per dirla con Montale: il cristiano è colui che è «agli altri e se stesso amico» perché porta una Parola che non è sua

di Sergio Di Benedetto | 02 gennaio 2016
Per dirla con Montale: il cristiano è colui che è «agli altri e se stesso amico» perché porta una Parola che non è sua (consapevole di non meritarla di doverla maneggiare con cura)

In principio era il Verbo… o meglio la Parola, il Logos, che nella Vulgata venne reso come Verbum (termine che appunto in latino significa parola) e che così poi è rimasto nella traduzione italiana. Dio è Parola e per mezzo della Parola è stato creato il mondo. Una Parola che è «vita», «luce» e «grazia» e che a quanti l’accolgono permette di «diventare figli di Dio».

Serve umiltà, perché non siamo noi a possedere la Parola di Verità, ma Essa ad abitare in noi, se siamo capaci di aprirle la nostra vita. Non ci sono meriti da accampare. L’uomo, da solo, non può che balbettare, come una nota poesia di Eugenio Montale dice chiaramente:

«Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Guarda qui una trasposizione video della poesia

Il testo, datato 10 luglio 1923, fa parte della prima raccolta del poeta ligure, Ossi di seppia, edito nel 1925. Credo che le quartine montaliane potrebbero essere messe a fianco del Prologo di Giovanni per stimolarci a riflettere sul dono che la Parola rappresenta per la vita di un cristiano. L’uomo non possiede per sua natura una parola che abbracci il mondo, che dia un senso, che «squadri» il groviglio della vita, apparendo come un croco, giallo ed evidente, in un «polveroso prato». È il limite della creatura, la quale non è capace, da sola, di elaborare una «formula» che possa aprire il mondo; al massimo può arrivare a definizioni negative: «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Questo è dunque l’uomo. Ma qui si innesta la grazia di Dio, perché la «Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». È Lui che abita in noi, che prende dimora in noi, e non il contrario. È bandita ogni superbia, ogni pretesa di usare la Parola per mettere in evidenza se stessi e marcare differenze con coloro che quel Verbo «non l’hanno accolto». Il Vangelo sembra ammonirci: il cristiano non è colui che, per dirla con Montale, «se ne va sicuro» perché è migliore; non è colui che rifiuta di guardare la sua «ombra», quasi non l’avesse; ma è colui che è «agli altri e se stesso amico» perché porta una Parola che non è sua, consapevole di non meritarla e che è da maneggiare con cura, perché «la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» e non per mezzo nostro.

È un dono che il tempo natalizio rinnova, insieme alla responsabilità di essere «figli di Dio»: con quel «in principio», eco della Genesi, abbiamo un dono che ci permette di essere creature nuove in una nuova direzione della storia.

avvenire.it