Pastorale / Negli anni ho visto ‘cestinare’ numerosi percorsi di pastorale giovanile in nome di un sentimentalismo che in realtà non credo corrisponda al “cuore” di cui parlano il Papa e il suo Vicario

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Con quattro incontri settembrini nella Cattedrale romana di San Giovanni in Laterano, il Cardinal Vicario Angelo De Donatis ha presentato alla comunità ecclesiale le linee guida pastorali che a giugno erano state esposte ai parroci. Ciascun incontro è stato dedicato ad un gruppo di operatori: il primo alle neonate équipe pastorali, poi agli operatori di pastorale giovanile, quindi a quelli di pastorale familiare e infine agli operatori di assistenza ai poveri. Un’organizzazione molto accurata, per rivolgere un chiaro appello alla città: le comunità devono aprirsi all’ascolto del grido proveniente dal territorio.

Personalmente ho assistito il 18 settembre all’incontro dedicato agli operatori di pastorale giovanile e agli insegnanti di religione. Mi aspettavo una sorta di laboratorio di idee e buone pratiche, invece l’incontro era stato organizzato come una grande celebrazione, molto strutturata e certo importante per aprire il cuore all’ascolto dell’azione dello Spirito, ma con poco spazio dedicato all’ascolto di noi operatori. Una decina di minuti per far emergere nei sottogruppi di lavoro alcuni ottimi spunti, ma senza prevedere che qualcuno li raccogliesse o li verbalizzasse.

Seguendo l’indicazione finale del Cardinal Vicario ho approfondito, poi, i documenti del convegno (prodotti tra maggio e settembre) e mi sono reso conto che esprimono un bisogno di cambiamento radicale, che riparta dalle stesse basi della relazione umana e ristrutturi completamente, per i prossimi sette anni, il lavoro pastorale fin qui svolto nelle varie realtà parrocchiali. Quelli di noi che già lavoravano in questa direzione attendevano una simile prospettiva, tuttavia da quanto detto finora traspaiono numerose criticità, che rischiano di essere più sostanziali di quanto possa sembrare e quindi di vanificare, pur senza volerlo, quel lavoro che alcuni di noi già portavano avanti da tempo.

L’ascolto. Un anno fa il prof. Mario Pollo, in collaborazione con l’Area Pace e Mondialità della Caritas diocesana, aveva avviato un programma di monitoraggio capillare dei giovani di Roma. Era accuratamente suddiviso per età e coinvolgeva operatori di una rete di enti (parrocchie, scuole e associazioni) diffusi in tutta la città. Le interviste ai ragazzi si concentravano su temi esistenziali, come la famiglia, le radici, la progettualità, le relazioni, ecc. Tutti elementi essenziali per il lavoro che la Diocesi intende intraprendere. È stato un lavoro complesso ed accurato, con incontri stimolanti e partecipati, poiché i ragazzi hanno risposto con entusiasmo. Tuttavia il progetto si è interrotto per mancanza di ulteriori indicazioni e infatti non ha avuto alcun riscontro nei documenti del convegno. Eppure l’urgenza di una “mappatura del territorio” da avviare a gennaio viene espressa chiaramente dalla Diocesi. Ho la sensazione che, come spesso accade, la mano destra si muova ignorando ciò che fa la sinistra e la tanto auspicata “comunione nella ricchezza delle espressioni e delle sensibilità” sia in realtà stata involontariamente applicata al rovescio, trascurando quei pochi tentativi che erano già in opera. La necessità di trasformazione radicale non ci fa forse correre il rischio di vanificare gli sforzi sin qui compiuti (dagli educatori e, per quanto ho potuto sentire, dagli insegnanti di religione), sia nell’ascolto del territorio, sia nella costruzione di reti tra gli enti in gioco?

L’équipe pastorale. I documenti di giugno non specificavano alcuni dettagli a proposito di questo nuovo organo, perciò il Cardinale è stato più preciso nell’incontro del 16 settembre, spiegando ai membri delle neonate équipe che “si tratta di una figura pastorale ben precisa, distinta dal Consiglio Pastorale”. Quest’ultimo, infatti, avendo in teoria la struttura di un organo democratico, raccoglie (pur con i suoi limiti) i rappresentanti dei gruppi parrocchiali e prende parte alle decisioni del parroco. Da quel che si comprende, l’équipe ha un numero più ristretto di persone (preferibilmente dodici, “è il piccolo gruppo da cui tutto è partito”), ma nei fatti può coinvolgere anche solo pochissimi laici (“tre-cinque”) insieme ai preti, anima il cammino della parrocchia ed è costituito da persone scelte direttamente dal parroco. Si interfaccia, sì, con il Consiglio Pastorale, ma non deve rendere conto ad esso del proprio operato, perché il suo vero interlocutore diretto sono da un lato la curia diocesana e dall’altro lato gli operatori. Con queste premesse mi sembra che si possa correre involontariamente il rischio che, dietro un’apparente condivisione delle responsabilità, si perpetui paradossalmente uno schema di gestione centralistico e clericale, molto poco “sinodale”. Perché questo incarico non è stato dato direttamente ai membri del Consiglio Pastorale? Non era più semplice riformulare la struttura di quest’ultimo, ridefinendone il ruolo e correggendone i limiti? Oppure, perché non si è presa in considerazione una sorta di elezione o indicazione comunitaria dei membri dell’équipe? Perché non sono indicati dei criteri per la scelta da parte del parroco che non la rendano frutto più di una certa discrezionalità che di un vero e proprio discernimento personale e comunitario?

Lo squilibrio. In realtà una generica indicazione è presente nel documento: le persone scelte, “dotate di una certa capacità di discernimento, sanno custodire il senso del cammino”. Nella sua lettera ai parroci, il Cardinale specifica che “non vanno cercate tra coloro che hanno dimostrato di essere prudenti, misurate e circostanziate, ma al contrario, persone fuori dalle righe, gente che lo Spirito Santo ha reso degli appassionati dello squilibrio”. Quest’ultimo concetto richiama le parole di Papa Francesco, quando a maggio invitava a diffidare dell’accomodamento e accettare lo squilibrio come condizione di vita. Se l’immagine del Vangelo come “dottrina squilibrata” e dello Spirito che “dà un calcio al tavolo” è molto significativa da un punto di vista spirituale ed esistenziale, diventa difficile usarla come criterio di discernimento, soprattutto per coloro che sono incaricati di custodire il senso di un cammino “comunitario” e di essere “giunture” tra gli operatori pastorali. Non si è pensato che proprio tale criterio per la nomina dell’équipe, decisamente liquido, possa inavvertitamente condurre un sacerdote a scegliere i suoi collaboratori “come sempre ha fatto”? Ed in effetti perché dovrebbe farlo diversamente se non lo ha mai fatto?

La competenza. Stando alle indicazioni del Cardinale, poi, nell’équipe “non abbiamo bisogno di professionisti competenti e qualificati, quanto piuttosto di cristiani apparentemente come tutti, ma in realtà capaci di sognare, di contagiare gli altri con i loro sogni, desiderosi di sperimentare cose nuove”. In fondo, ci ricorda il Papa, siamo abituati ad abitare la città “con le idee, con i piani pastorali, con le soluzioni prestabilite”, mentre bisogna cominciare ad abitarla “con il cuore”. Il documento ci tiene a sottolineare che “non siamo un’efficiente macchina organizzativa”, anche se francamente molti tra gli operatori che attendavano questa nuova prospettiva pensano che il rischio in cui può incorrere la diocesi di Roma non sia innanzitutto questo. Veramente la vita delle nostre parrocchie è così tanto impegnata nell’organizzazione dei “piani pastorali” da trascurare le persone? Negli anni, in realtà, mi sono sentito ripetere più spesso che basta il “cuore” e non serve la preparazione, vedendo così cestinati numerosi percorsi di pastorale giovanile in nome di un sentimentalismo che in realtà non credo corrisponda al “cuore” di cui parlano il Papa e il suo Vicario.

Perché sembra sempre che la Chiesa, confondendo intellettualismo con intelligenza, tema le persone competenti? Siamo sicuri che questa sia la maniera più efficace per portare avanti un progetto così ambizioso ed articolato, come quello che emerge dalle linee guida? Durante il convegno ci si è chiesti come possiamo rinforzare il nostro atteggiamento di ascolto, ma non ci si è soffermati sulla necessità di individuare strumenti per farlo. Non si riesce infatti ad ascoltare solo perché si ha l’atteggiamento giusto, la voglia reale di farlo. Soprattutto in un territorio complesso come la Diocesi di Roma, in cui vive un intreccio di linguaggi, culture e strutture sociali assai variegate. È necessario invece essere anche operatori formati e competenti per acquisire strumenti di discernimento e di comprensione, se vogliamo ascoltare veramente i giovani ed accompagnarli nel loro cammino di libertà. Altrimenti si corre molto concretamente il rischio di ritrovarsi paradossalmente in quel “gattopardismo” verso cui ci mette in guardia lo stesso Papa Francesco: “voler cambiare tutto perché nulla cambi”.

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