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Pasqua: Così risorgeremo

di Bruno Maggioni – avvenire 4/4/2010

 I sadducei respingevano la fede nella risurrezione: la loro dottrina – come dice Giuseppe Flavio – fa morire le anime con i corpi. Naturalmente i sadducei sostenevano la loro opinione in base alle Scritture e citavano testi come, per esempio, Gen 3,19: «Sei polvere e in polvere ritornerai». Il pensiero rabbinico­farisaico affermava invece la risurrezione. Questa fede comune a tutti i farisei non escludeva però l’esistenza di concezioni differenti e, quindi, di possibilità di dibattito fra le diverse scuole teologiche: ad esempio, se a risorgere sarebbero stati solo i giusti, o solo tutti i giudei, o tutti gli uomini. È certo che alcune correnti concepivano la risurrezione in forme molto materiali. Anche i farisei, ovviamente, si riferivano alle Scritture, non solo per documentare la fede nella risurrezione, ma anche per precisare le sue modalità: i testi più importanti erano, per esempio, Ez 37,8 e Gb 10,11. Si scopre nella risposta di Gesù (12,18-27) un metodo originale, diverso da quello rabbinico e sadduceo, di leggere le Scritture: potremmo parlare di una lettura ‘globale’, che non si perde in virtuosismi esegetici e che sa invece intuire il punto fondamentale. In altri termini, Gesù non cerca testi che parlano della risurrezione, prestandosi in tal modo alle contestazioni dei sadducei e, comunque, riducendo la risurrezione a una questione esegetica e a una disputa di scuola. Egli cita, sorprendentemente, Es 3, che è un testo su Dio e non sulla risurrezione. Ma sta proprio in questo l’originalità di Gesù: egli si rifà al centro delle Scritture, cioè alla rivelazione del Dio vivente, e riconduce il dibattito all’amore di Dio e alla sua fedeltà: se Dio ama l’uomo, non può abbandonarlo in potere della morte. Rispetto all’esegesi rabbinica il modo di procedere di Gesù è indubbiamente originale. Tuttavia è profondamente coerente col modo con cui il popolo di Israele ha maturato la propria fede, cioè riflettendo costantemente sul Dio vivente e deducendone – via via sollecitato dall’esperienza – le conseguenze. Fin qui la risposta di Gesù è contro i sadducei, che giudicavano la risurrezione una superstizione popolare, estranea alle Scritture: in realtà, afferma Gesù, essa deriva dal centro delle Scritture. Ma la risposta di Gesù polemizza anche contro i farisei, che concepivano la risurrezione in termini superstiziosi, materiali, prestandosi in tal modo all’ironia degli spiriti più liberali, ironia di cui la nostra pericope offre un ottimo esempio: una donna ebbe sette mariti, nella risurrezione di chi sarà moglie? Risponde il Cristo: la vita dei morti sfugge agli schemi di questo mondo presente, è una vita diversa perché divina, eterna; verrebbe da paragonarla a quella degli angeli. Dopo aver visto la controversia nel contesto giudaico (sostanzialmente corrispondente alla situazione di Gesù e al testo di Marco), vediamola ora nel contesto ellenistico, corrispondente, ci sembra, alla redazione lucana (20,27­40). Dal punto di vista letterario si notano nella nostra pericope lucana due parti ben distinte. Fino a 20,27-34 Luca riproduce fedelmente Mc 12,18-23: le modifiche sono solo stilistiche. Invece la risposta di Gesù (20,34b-38) subisce notevoli modifiche: Luca ha voluto adattare – e c’è riuscito molto abilmente – la risposta di Gesù a un ambiente ellenistico. Il mondo ellenistico non accettava la risurrezione del corpo: il corpo è prigioniero dello spirito e la salvezza consiste, appunto, nel liberarsene. II pensiero ellenistico è fondamentalmente dualista, e parla volentieri di immortalità, ma non di risurrezione. Ciò rappresenta una prima e sostanziale differenza rispetto al pensiero giudaico. Inoltre la riflessione greca cerca la ragione della immortalità nell’uomo stesso: nell’uomo c’è una componente spirituale, incorruttibile, per sua natura capace di sopravvivere al corpo corruttibile. Questo costituisce una seconda differenza rispetto al pensiero giudaico, che ama invece cercare la ragione della vita nella fedeltà di Dio. Di fronte a questa mentalità ellenistica, che rischiava di tradire nel profondo l’insegnamento di Gesù, Luca si preoccupa, anzitutto, di togliere un possibile equivoco: spiega che risurrezione non significa in alcun modo prolungamento della esistenza presente. La risurrezione non è la rianimazione di un cadavere. È un salto qualitativo. Ecco perché egli distingue con cura «questo mondo» e «l’altro mondo» (v. 34). I greci hanno profondamente ragione di mostrarsi insoddisfatti di questa esistenza e dei suoi limiti: un ritorno ad essa o un suo prolungamento non avrebbe alcun senso. Dunque si deve parlare di una nuova esistenza. Ma in questa nuova esistenza è tutto l’uomo che entra, non solo lo spirito. Luca parla di risurrezione, non di immortalità. Alla cultura dei greci Luca preferisce la solidità delle parole di Gesù. Per di più Luca non cerca la ragione della risurrezione nelle componenti dell’uomo, ma, fedele anche in questo alla tradizione biblica, egli la fa risalire alla fede nel Dio vivente. La promessa di Dio ci assicura che tutta la realtà della persona entrerà in una vita nuova, anche se tale realtà verrà trasformata. Riflessioni sulla risurrezione di Gesù e sulla nostra sono disseminate in tutto l’epistolario paolino. È un tema centrale, insieme a quello della Croce. Ma la riflessione più completa possiamo trovarla nel discorso rivolto ai Corinti (1Cor 15). Il discorso di Paolo ruota attorno a una tesi proclamata da un gruppo della comunità: «Non esiste risurrezione dei morti». Occorre definire con più precisione questa tesi, cosa molto importante per la comprensione dell’intero capitolo. Si può pensare (è la spiegazione più nota) che il gruppo di Corinto ragionasse secondo categorie greche fondamentalmente dualistiche. In effetti la mentalità greca, come abbiamo già visto a proposito di Luca, comportava due rischi. Anzitutto, quello di ridurre la risurrezione alla dottrina dell’immortalità dell’anima: nella concezione familiare ai greci la salvezza era vista in termini di liberazione dalla materia (la salvezza si raggiunge liberando lo spirito dal carcere del corpo): ma allora che senso ha la risurrezione dei corpi? In secondo luogo il rischio di ricondurre la sopravvivenza ai principi costitutivi dell’uomo (la parte più vera dell’uomo è lo spirito, e lo spirito è per natura immortale), anziché alla promessa di Dio (come avviene, appunto, nel discorso biblico, che trova la garanzia della sopravvivenza dell’uomo intero nella sicurezza di un Dio che tutto ha creato per la vita). Se questo è l’errore che Paolo ha davanti, allora i punti di forza del suo discorso sono soprattutto due: l’affermazione della realtà della risurrezione e l’affermazione che tale risurrezione è dovuta alla potenza di Dio. Ma la spiegazione che abbiamo descritto è molto probabilmente insufficiente. Perciò diversi studiosi pensano al gruppo di Corinto come a un circolo gnosticizzante «secondo cui la risurrezione avverrebbe già (e unicamente) nell’estasi pneumatica sotto forma di comunione con Cristo» (R.Pesch). Gli gnostici, prigionieri del loro entusiasmo, credono di avere già avuto, nello Spirito, la trasformazione definitiva in uomini spirituali; credono che la risurrezione sia già avvenuta. Siamo convinti che la posizione del gruppo di Corinto fosse marcata anche (ma non solo) da questo entusiasmo eccessivo per il presente della salvezza. Il discorso di Paolo combatte la tendenza dualista (che parla di immortalità e nega la risurrezione), la tendenza gnostica (che annulla il futuro nel presente) e la tendenza dell’apocalittica giudaica popolare (che concepisce la risurrezione in termini di esistenza terrestre). Per il mondo ellenistico il corpo è prigioniero dello spirito e la salvezza consiste, appunto, nel liberarsene. Il discorso di Paolo combatte la tendenza dualista (che parla di immortalità e nega la risurrezione), la tendenza gnostica (che annulla il futuro nel presente) e la tendenza dell’apocalittica giudaica popolare (che concepisce la risurrezione in termini di esistenza terrestre)