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«Papà, ma che gusto c’è a vincere sempre?». È la domanda che Cesare, 5 anni, ha posto a suo padre il giorno del sesto scudetto di fila della Juventus

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Cesare è figlio di interisti e questo nella Repubblica fondata sul pallone pone subito un conflitto di “fede calcistica”, l’unica cosa che tra i repubblichini pallonari non può essere cambiata, né tanto meno messa in discussione. Però, chi scrive, scevro da ogni forma di antijuventinismo, ma anzi ammirato dall’organizzazione in campo e societaria del club bianconero, si pone lo stesso quesito di Cesare.

Che gusto c’è a vincere ogni anno, e soprattutto in questa maniera? Cioè senza una vera e propria resistenza da parte delle dirette concorrenti, un tempo “sette sorelle”, ormai ridotte a due (orfanelle). A guardare la classifica, il distacco dato dalla Juventus, di 4 e 5 punti alla Roma e al Napoli, farebbe pensare a uno scudetto sudato, sofferto. Mentre invece la Juve per la sesta volta in sei anni ha letteralmente “ucciso” il campionato. Sei tornei che potevano essere interrotti in qualsiasi momento della stagione per «manifesta superiorità bianconera».

Tra l’era di Antonio Conte e quella di Max Allegri alla guida della Juve nessuna differenza, ma un unico filo conduttore: vincere. Un monito lanciato alla Vecchia Signora dal suo storico presidente Giampiero Bonipertiche disse: «Vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta».

Un comandamento che una volta che si entra a Vinovo, la fabbrica dei sogni e dei successi bianconeri, viene tatuato nella testa e sul petto dei giocatori che è fatto per essere riempito – aggiornato – di tricolori. «Un pareggio qui viene vissuto come una mezza sconfitta. Vincere è un assillo continuo…», ha detto uno dei leggendari che fecero l’impresa, il portierone azzurro Gigi Buffon che con la Juventus è risalito dall’inferno della Serie B fino al paradiso dei sei scudetti consecutivi.

Ora sulla succulenta torta manca la ciliegina del “triplete”, l’agognata Champions che la Juventus è chiamata a strappare al Real Madrid nella notte, si spera magica, del 3 giugno, a Cardiff. In quel caso caro Cesare, se la Juve dovesse alzare al cielo la Coppa dalle “grandi orecchie” potremmo anche evitare di chiederci che «gusto c’è a vincere sempre?», perché quel trofeo manca da tanto nella bacheca bianconera ed è sfumato molte volte in passato.

Piuttosto se dovessero vincerla gli spagnoli, sarebbe la loro dodicesima Champions e allora Cesare, sì che saremmo autorizzati a domandare a un tifoso del Real o a Cristiano Ronaldo: «Scusate, ma che gusto c’è a vincere sempre?». Attenti però, la domanda pura ed ingenua di un bambino va oltre il campo di calcio. Ci ricorda infatti che questa è una società in cui siamo tutti “condannati” a vincere, ad essere i migliori e a superare continuamente tutti i limiti e i record possibili. E alla fine, purtroppo, il secondo classificato non è altro che il primo degli ultimi.

da Avvenire