Palermo. Lorefice: la lezione di don Puglisi? La cultura arma contro la mafia

in Avvenire

L'arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, a Brancaccio, il quartiere dove è stato ucciso padre Puglisi

L’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, a Brancaccio, il quartiere dove è stato ucciso padre Puglisi

Il volto sorridente di padre Pino Puglisi spicca in un angolo del salone Filangieri, il vestibolo d’ingresso dell’episcopio di Palermo dove vengono accolte le personalità ricevute dall’arcivescovo. Fra le sei statue dipinte sulle pareti che richiamano le virtù cardinali e teologali, è stato aggiunto su un piedistallo il ritratto del martire della mafia. Quando dallo studio privato esce l’arcivescovo Corrado Lorefice, il suo sguardo si posa sul beato. Fra le mani ha la Lettera pastorale appena scritta dai vescovi della Sicilia. Si intitola Convertitevi e riprende il monito «sgorgato dal cuore» e rivolto agli affiliati delle cosche che Giovanni Paolo II lanciò venticinque anni fa dalla Valle dei Templi di Agrigento. Era il 9 maggio 1993. Il 15 settembre dello stesso anno padre Puglisi sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra di fronte all’ingresso di casa a Brancaccio, il quartiere di Palermo “bunker” della mafia di cui era parroco da meno di tre anni e che stava trasformando a partire dai ragazzi salvati dalla strada e da un destino di morte. «La bellezza dell’impostazione pastorale di don Pino non sta nell’essere stato un prete antimafia – spiega Lorefice –. No, forte dell’eredità del Concilio, aveva compreso nel concreto, a Brancaccio, che il Vangelo doveva tradursi in promozione umana. E aveva fatto fino in fondo quanto è chiamato a compiere ogni sacerdote: conoscere la sua gente e il territorio; leggerli alla luce della Parola di Dio; spronare la comunità affinché il messaggio di salvezza di Cristo diventi una proposta totale di vita, che riguarda lo spirito e il corpo, quindi anche la convivenza umana. Se il cristiano spera in cieli nuovi e terra nuova, allora si indigna di fronte ai soprusi e all’emarginazione e percorre con tutto se stesso le vie della giustizia, della solidarietà, della pace. Questo è il lascito di padre Puglisi».

Eccellenza, papa Francesco sarà fra un mese a Palermo proprio nel giorno dell’assassinio del prete della “rivoluzione evangelica”.

La sua visita nel 25° anniversario del martirio rientra in un itinerario che il Papa sta disegnando nella Penisola intorno a figure e luoghi significativi della Chiesa italiana. Dal Nord al Sud: da Bozzolo a Barbiana, da Nomadelfia a Loppiano, da Molfetta a Palermo. Da don Primo Mazzolari a don Lorenzo Milani, passando per Tonino Bello o Zeno Saltini, fino a don Pino, emerge l’impronta di un Vangelo che sa raggiungere attraverso coraggiosi testimoni la carne degli uomini. E Francesco vuole darci un messaggio chiaro: la Chiesa è tenuta a immettere nella storia degli uomini un fermento capace di trasfigurarla. E le forze occulte del male che sono ben presenti anche nel Mezzogiorno e qui in Sicilia non la fermeranno.

Papa Bergoglio ha già condannato la mafia a Sibari in Calabria. Come avevano fatto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Dal “convertitevi” di papa Wojtyla alle parole di Francesco, è come se si avvertisse un unico grido. È il grido dell’audacia di una Chiesa in grado di ripetere con vigore che ogni atteggiamento mafioso è antievangelico. Così, come vescovi della maggiore isola del Mediterraneo, abbiamo ripreso quell’appello del Papa santo per sollecitare le comunità cristiane, animate dall’energia e dalla gioia dell’Evangelo, ad assumere la sfida formativa come reale possibilità per vincere la mentalità mafiosa.

Giovanni Paolo II con padre Pino Puglisi

Giovanni Paolo II con padre Pino Puglisi

Don Puglisi aveva fatto dell’impegno educativo l’argine alla criminalità organizzata. E per aver scosso le coscienze nel fortino di Cosa Nostra è stato ucciso.

La sua arma, se così possiamo definirla, è stata la cultura. Il potere mafioso trova terreno fertile in un ambiente che ha carenze culturali e civiche. E ha tutto l’interesse che lo Stato non sia presente e non elevi culturalmente l’uomo. Padre Pino lo ha colto a pieno a Brancaccio. Del resto, fin da giovane è stato un efficace educatore e formatore. E ancora di più lo si è rivelato nei tre anni da parroco del suo quartiere d’origine dove ha suscitato una coscienza comunitaria secondo la quale il Vangelo deve essere lievito che cambia la storia anche di un agglomerato come Brancaccio con le sue ferite e le sue speranze. Per questo farà di tutto per avere scuole, centri per anziani e giovani, spazi aggregativi e di confronto.

Nella lotta alla mafia invitava a passare dalle parole ai fatti: i cortei, le manifestazioni non bastano, sosteneva.

È la grandezza della sua testimonianza che passava attraverso la ferialità del vissuto e si incarnava nella concretezza del quotidiano. Ecco perché aveva creato, ad esempio, nel quartiere di Cosa Nostra il Centro di Aggregazione Padre Nostro. Nel rione dove risiedeva la famiglia mafiosa emergente, il “padrino”, don Pino diceva che occorre guardare al “Padre che è nei cieli” e non a colui che è disposto a imporre il suo potere economico spargendo violenza e seminando morte. E se ogni persona sa di essere figlio di Dio, non può che liberarsi da tutti i predomini. È molto concreta la proposta cristiana di don Puglisi: una proposta che abbraccia tutta la vita e che parte da una profonda spiritualità fondata sul primato della Parola che diventa prassi, per una città degli uomini costruita guardando alla città di Dio.

L'arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, in un incontro con i giovani organizzato dal Centro Padre Nostro fondato da padre Puglisi

L’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, in un incontro con i giovani organizzato dal Centro Padre Nostro fondato da padre Puglisi

Per i 25 anni dall’uccisione è stato presentato il progetto di un asilo nido a Brancaccio, ultimo sogno di “3P”.

Per certi versi il quartiere porta ancora i segni di quel 1993. Ma, come sappiamo, il sangue dei martiri è fecondo. E, nonostante le ferite sociali evidenti, Brancaccio mostra adesso potenzialità di riscatto che non sono solo idee ma anche iniziative autentiche che possono considerarsi emblematiche per l’intera Palermo. Sulla spinta di don Puglisi sono sorte scuole, centri di aggregazione, campi da gioco e forme significative di collaborazione fra istituzioni, Chiesa e associazioni. Anche l’asilo promosso dal Centro Padre Nostro e sostenuto dall’arcidiocesi va in questa direzione.

Com’è presente la mafia oggi?

Non siamo più negli anni delle stragi mafiose. Ma il venir meno di avvenimenti cruenti non può portare ad affermare che la mafia sia scomparsa. Si è solo riorganizzata secondo un’impostazione imprenditoriale, da multinazionale. Si tratta di un camaleonte che fa di tutto per non essere scorto. Pertanto non va abbassata la guardia. E aggiungo che i cristiani non possono ridurre la fede a banale sentimentalismo o a una religiosità esteriore che acquieta le coscienze dentro una realtà sociale così difficile. La fede deve essere pungolo con tutte le sue “capacità evangelicamente eversive”.

La casa-museo di padre Pino Puglisi a Brancaccio di fronte a cui il sacerdote è stato ucciso il 15 settembre 1993

La casa-museo di padre Pino Puglisi a Brancaccio di fronte a cui il sacerdote è stato ucciso il 15 settembre 1993

Padre Puglisi è stato l’uomo del perdono. «Me lo aspettavo», disse ai sicari che stavano per ucciderlo. E due di loro, i collaboratori di giustizia Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza, raccontano di essersi pentiti grazie allo sguardo del “parrinu”.

Di fronte alla morte don Pino disegnò sulle sue labbra quel sorriso che è tipico di chi continua a guardare tutto, anche nel momento estremo, con gli occhi del Figlio di Dio, testimone della misericordia del Padre. L’ennesimo messaggio che don Puglisi ci consegna è quello del perdono che ha una forza prorompente. Come discepoli del Risorto, dobbiamo essere annunciatori di riconciliazione, persuasi che la non violenza e la concordia possano davvero cambiare le sorti dei popoli e della nostra casa comune.

COME CONTRIBUIRE AL NUOVO ASILO DEDICATO A PADRE PUGLISI

Un gesto concreto di solidarietà per celebrare il 25° anniversario del martirio del beato Pino Puglisi, il prete siciliano ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993 di fronte alla sua casa di Palermo. Il Centro di Accoglienza Padre Nostro, voluto dallo stesso padre Puglisi nel capoluogo siciliano, e la Fondazione Giovanni Paolo II, insieme con l’arcidiocesi di Palermo, il Comune di Palermo e Avvenire intendono realizzare l’ultimo sogno del sacerdote “profeta” per il suo quartiere Brancaccio a Palermo: la costruzione del nuovo asilo nido. Posiamo insieme la prima pietra.

È possibile contribuire al “sogno” di padre Pino Puglisi attraverso:
– bonifico bancario intestato a Fondazione Giovanni Paolo II utilizzando il seguente IBAN IT84U0503403259000000160407 (va inserito anche l’indirizzo di chi versa nel campo causale);
– bollettino sul conto corrente postale n. 95695854 intestato a Fondazione Giovanni Paolo II, via Roma, 3 – 52015 Pratovecchio Stia (AR). Causale: “Asilo Don Puglisi”;
– carta di credito o PayPal sul sito www.ipiccolidi3p.it.
Partecipa al progetto con la tua parrocchia o associazione, con i tuoi familiari o amici. Facendo una donazione si avrà diritto alle agevolazioni fiscali previste dalla legge. I dati saranno trattati ai sensi dell’art.13, regolamento europeo 679/2016 (c.d. “GDPR”).

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