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Pakistan, i ghetti dei cristiani

È un quartiere di un’altra epoca quello che si estende nel cuore di Islamabad, la capitale politica del Pakistan. Un gigantesco agglomerato di case di pietra e lamiera incastrate su un terreno che scivola in dolce pendio: lo chiamano "la colonia francese". È in questa baraccopoli, situata sugli ex catasti dell’ambasciata di Francia, che vivono cinquemila cristiani, a poche centinaia di metri da sontuose moschee nuove fiammanti. Ormai da qualche mese, un muro separa i residenti dai vicini sobborghi danarosi. Vi si entra imboccando un piccolo androne sotto lo sguardo divertito di un pachistano abbigliato del tradizionale salwar kamiz.

Le viuzze cinte da muri dai riflessi bluastri sono popolate di ragazzini che saltellano noncuranti nella polvere. Più in basso, barbieri e venditori di bibite, chiusi nelle loro botteghe sulle rive di un ruscello coperto di detriti, si sforzano di mantenere in vita una piccola economia autarchica. Dentro una casetta dalle porte dischiuse, un gruppo di donne invoca la Santa Trinità, con le mani alzate verso le pale di un ventilatore, in un’indescrivibile confusione di canti e ritmi di tabla.

Il giorno volge al tramonto, mentre le salmodie si perdono tra i richiami alla preghiera che arrivano a voce spiegata dai minareti vicini. Cristiani reclusi in recinti impermeabili al mondo esterno: è un fenomeno frequente nel "Paese dei puri". Vittime dirette della lenta radicalizzazione dell’islam in Pakistan, bersagli di un clima d’intolleranza nei confronti di chiunque non condivida le convinzioni religiose del novantasei per cento della popolazione, i tre milioni di componenti della prima minoranza del Paese hanno imparato a vivere ai margini del sistema economico e sociale.

A cinque ore di strada da Islamabad, il quartiere di Kot Lakhpat, a Lahore, concentra la più vasta comunità di cristiani del Pakistan. La vita si svolge attorno alla chiesa cattolica di San Francesco, anch’essa circondata da mura. I fedeli che affluiscono per la messa domenicale entrano col contagocce, dopo essersi fatti riconoscere da un poliziotto armato fino ai denti. Sono, in maggioranza, discendenti delle prime comunità che si dice siano state fondate dall’apostolo san Tommaso e da indù delle caste inferiori convertiti già alla fine del XIX secolo sotto l’influenza britannica. Varcate le porte, la tensione scende di colpo e il fervore diventa palpabile. Quattro celebrazioni, una decina di battesimi, due matrimoni: oggi il giovane parroco Morris Jalal ha parecchio da fare. «Il sacerdote è il comune denominatore – spiega –. I cristiani vengono da tutto il Pakistan per vivere qui.

Cerco di creare un legame tra loro». Morris Jalal lavora anche alla pacificazione dei rapporti tra musulmani e cristiani, partecipando a incontri interreligiosi. «Parliamo di tolleranza, ma restano discussioni superficiali – lamenta –. I pachistani sono brave persone ma, quando si tocca la religione, perdono la testa. I mullah hanno assaporato l’islam come strumento di potere: con la religione prendi il controllo del Paese, delle istituzioni, delle risorse». Dalle pianure del Punjab alle province del nordovest, dai massicci himalayani alle coste del Belucistan, è la sezione 295C del codice penale il principale bersaglio delle critiche. Promulgata nel 1985, questa legge sulla blasfemia punisce chiunque si renda colpevole di profanazione del Corano o di insulti nei confronti del Profeta. Spesso è stata usata a sproposito contro i cristiani: «La blasfemia è una continua spada di Damocle – esclama Morris Jalal –. Nel novantanove per cento dei casi è solo il pretesto per una rivincita».

Un contesto che i nuovi equilibri geopolitici ereditati dagli attentati dell’11 settembre non hanno fatto nulla per cambiare. Più o meno consapevolmente, i cristiani vengono assimilati all’Occidente e al bellicismo dell’ex presidente americano George Bush colorito di riferimenti religiosi. Il caso delle vignette su Maometto e i fraintendimenti del discorso di Ratisbona hanno ulteriormente aggravato la situazione. «Da tre anni il radicalismo è in crescita – osserva il pastore Cornelius Shihbaz, che abita con la madre e i quattro fratelli in una casa di Kot Lakhpat –. Non sempre ci sentiamo al sicuro». Pochi minuti dopo, Cornelius è aggrappato al sedile di un taxi scassato che corre attraverso le piane verdeggianti del Punjab. Solo ammassi di mattoni rossi e immensi camini che sputano fumi nerastri vengono a turbare i paesaggi monotoni. Il villaggio di Fqaria Walla è abitato da venticinque famiglie di produttori di mattoni, mestiere tradizionalmente cristiano. Agricoltori, netturbini, infermieri… In Pakistan i cristiani hanno i loro mestieri riservati, quasi sempre manuali e poco retribuiti nei settori più miseri dell’economia. Pervez Anjum lavora duramente per restituire un prestito di settantamila rupie pachistane (560 euro) contratto con il datore di lavoro. «Il salario minimo è di 500 rupie (4 euro) per produrre mille mattoni. Io ne guadagno solo 350 – spiega –. Vorrei che i miei figli ricevessero un’educazione, ma temo che non sarà possibile».

Stessi paesaggi, altro contesto a un’ora di strada, nel villaggio cristiano di Kasur. Alla fine giugno 2009 centinaia di musulmani scatenati distrussero tutto, galvanizzati dagli inviti al saccheggio lanciati dai minareti. Le porte sono sfondate. Resti di stoviglie e di mobili ricoprono i cortili delle modeste case. Zubada Fayaz culla il suo ultimo nato all’ombra di un albero seccato dal sole a picco. «I musulmani mi dissero che i cristiani non avevano il diritto di vivere qui, se non come schiavi», ricorda la giovane. A parecchie centinaia di chilometri, sette cristiani furono assassinati all’inizio di agosto, nel villaggio di Gojra. Uno scandalo che commosse tutto il Pakistan.

«La reazione mediatica ai massacri di Gojra è inedita – osserva però il giornalista Zaïd Hussein –. La pressione popolare ha costretto il governo a reagire». Nel suo ufficio che domina la Blue Area, l’arteria commerciale di Islamabad, Shahbaz Bhatti brandisce fieramente un giornale: «Il primo ministro Gillani ha promesso di intervenire sulla legge sulla blasfemia!», esulta. Ministro delle Minoranze, lui stesso cristiano, Bhatti è la prova vivente che per i suoi fratelli c’è un posto nel Paese. «In passato i cristiani sono stati trascurati, oggi facciamo di tutto per rimediare – spiega Bhatti –. Sono meglio rappresentati nelle assemblee nazionali e provinciali e riserviamo loro il 5% degli impieghi nella pubblica amministrazione». Mentre il Pakistan s’interroga sugli ideali di tolleranza enunciati dal suo fondatore, Mohammad Ali Jinnah, una sera d’agosto del 1947, Bhatti vuole essere fiducioso: «Possiamo riuscire a creare un’armonia interconfessionale».

(traduzione di Anna Maria Brogi)

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