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Albania. Testa a testa a Tirana: sarà un voto per l’Europa

Uno dei duellanti delle elezioni legislative che si svolgono domenica in Albania, il premier uscente Edi Rama e il leader dell’opposizione Lulzim Basha, sarà il prossimo primo ministro. Il voto è, più in generale, un test sul grado di maturità del Paese balcanico che punta a entrare nell’Ue. Ecco chi sono i due principali contendenti, insieme all’onnipresente ex premier Sali Berisha. Il leader socialista Rama, al potere dal 2013, ha puntato tutto nella sua carriera politica, iniziata dopo il crollo della dittatura comunista di Enver Hoxha, sulla costruzione di “un’Albania europea”, di “uno Stato moderno governato dalla legge”. Quando nel 2009 il suo partito perse le elezioni, Rama arringò i suoi sui brogli e organizzò manifestazioni di piazza per mesi fino a quando nel 2011 tre furono uccisi a colpi di pistola durante le proteste. La battaglia esacerbò la rivalità con i Democratici, guidati allora da Sali Berisha.

Il premier uscente, il soclaista Edi Rama (Ansa)

Il premier uscente, il soclaista Edi Rama (Ansa)

L’ex sindaco di Tirana, Rama, è stato accusato dal centro-destra di essere colluso con il crimine organizzato: come difesa il 52enne ha dichiarato che si dimetterà quando verranno portate le prove. Il premier uscente ha studiato all’istituto d’arte a Parigi e il suo studio è tappezzato di suoi quadri. Ex giocatore di basket, Rama auspica di vincere le elezioni con una larga maggioranza per evitare di dover scendere a compromessi con un partner di coalizione.

Dall’altro lato restano i due leader, in co-abitazione, del centro-destra del Partito democratico. Da una parte l’ex premier ed ex presidente Sali Berisha, che ha dominato per vent’anni la politica albanese e ancora è un collante della destra nel Paese. Dall’altra il suo fedele alleato Lulzim Basha, nominato suo
successore nel 2013.
Il carismatico Berisha, che ha detto di essere “un semplice membro del partito senza aspirazioni per ruoli politici” è meno presente nei comizi, ma è rimasto attivo sui media. Ha descritto Rama come “un nemico” piuttosto che un avversario.

Lo sfidante: il capo dell'opposizione dei democratici Lulzim Basha

Lo sfidante: il capo dell’opposizione dei democratici Lulzim Basha

Basha, leader dei Democratici dal 2013, ha affermato di essersi affrancato dal tutoraggio di Berisha e di voler costruire una “Nuova Repubblica”. L’ambizioso politico, con una formazione da avvocato e una fascinazione per Donald Trump, è stato ministro degli Esteri, degli Interni e dei Trasporti. Il 43enne è stato, come il suo avversario, sindaco di Tirana, e ha battuto lo stesso Rama nel 2011 per la guida della capitale. Basha e i deputati del suo partito hanno boicottato per mesi i lavori in Parlamento, chiedendo le dimissioni del premier, un governo di transizione ed elezioni libere e trasparenti. I due partiti, però, hanno raggiunto un accordo a metà maggio con alcuni ministeri chiave assegnati ai Democratici in vista del voto.

da Avvenire

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Brescia. Calciatrice di A lascia per la missione in Africa

Dai campi di calcio della serie A, all’impegno per gli altri e per fare del bene con un’esperienza in missione in Africa: una nuova sfida, senza scarpette da calcio ma nel segno dell’aiuto al prossimo, raccolta da Elisa Mele.

La giovane calciatrice di Brescia, classe 1996, che ha sviluppato la passione per i calcio in oratorio, lascia la maglia biancoblù dopo undici stagioni tra settore giovanile e prima squadra dove è diventata protagonista nel campionato 2015/16, risultando decisiva con le sue giocate e le sue reti per la conquista del secondo scudetto nella storia del Brescia e della terza Coppa Italia, con esordio da titolare in Champions League.

In una lunga lettera pubblicata sul sito del club, la giocatrice, già nel giro della Nazionale di Antonio Cabrini, motiva la sua decisione. «Se sono la ragazza che sono adesso è anche grazie al calcio perché, in fondo, è lo specchio perfetto della vita di ogni giorno. Gioie, tristezze, salite, vittorie, sconfitte, sacrifici, allenamenti – scrive Mele – ma tutto sempre con entusiasmo e soprattutto con tanta umiltà. Ho sempre sognato di arrivare dove sono arrivata ora e probabilmente anche più in alto. Poi, però, capita che i tanti progetti che avevi in testa iniziano ad essere sormontati da qualcosa di diverso. Si potrebbe dire “la vita prende il sopravvento”».

Ad agosto, rivela Elisa, partirà per un mese in Mozambico, in Africa. «Andrò in missione con altri ragazzi miei coetanei – spiega la giovane -. Sarei egoista e poco credibile anche con me stessa a dire che partirò solo per aiutare e per fare del bene perché, sono convinta, che prima di tutto andrò per essere aiutata e per ricevere tanto bene. Da settembre invece intraprenderò un percorso di studi e le tempistiche non saranno più compatibili con partite ed allenamenti».

avvenire

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I santi del 24 Giugno 2017. Natività di San GIOVANNI BATTISTA

Natività di San GIOVANNI BATTISTA   Precursore del Signore – Solennità
Ain Karem, Giudea – † Macheronte? Transgiordania, I secolo
Giovanni Battista è l’unico santo, oltre la Madre del Signore, del quale si celebra con la nascita al cielo anche la nascita secondo la carne. Fu il più grande fra i …
www.santiebeati.it/dettaglio/20300

CUORE IMMACOLATO DELLA BEATA VERGINE MARIA    – Memoria
Memoria mariana di origine devozionale, istituita da Pio XII, l’odierna celebrazione ci invita a meditare sul mistero di Cristo e della Vergine nella sua interiorità e profo…
www.santiebeati.it/dettaglio/20285

Sant’ ORENZIO E FRATELLI   Martiri di Satala in Armenia
Antiochia – Satala, Armenia sec. IV
www.santiebeati.it/dettaglio/91508

Sant’ EROS E FRATELLI   Martiri di Satala in Armenia
Antiochia – Satala, Armenia sec. IV
www.santiebeati.it/dettaglio/91513

Santa MARIA GUADALUPE (ANASTASIA GUADALUPE GARCIA ZAVALA)   Vergine, fondatrice
Zapopan, Jalisco, Messico, 27 aprile 1878 – Guadalajara, Messico, 24 giugno 1963
Al secolo: Anastasia Guadalupe García Zavala (1878-1963), a Guadalajara, in Messico, si dedicò all’assistenza dei malati. Aiutò il sacerdote Cipriano Í&…
www.santiebeati.it/dettaglio/92027

Santi GIOVANNI E FESTO   Martiri
www.santiebeati.it/dettaglio/59260

San SIMPLICIO DI AUTUN   Vescovo
m. 375 circa
www.santiebeati.it/dettaglio/59270

Santi AGOARDO E AGILBERTO E COMPAGNI   Martiri
www.santiebeati.it/dettaglio/59280

San TEODOLFO DI LOBBES   Vescovo e abate
m. 776
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San GUNARDO (GOARDO) DI NANTES   Vescovo
m. 843
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San TEODGARO   Presbitero
m. 1065
Evangelizzò Vendyssel in Danimarca, di cui è patrono. Costruì la prima delle Chiese in legno, tipiche di questa regione.
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San GIUSEPPE YUAN ZAIDE   Martire
m. 1817
www.santiebeati.it/dettaglio/59320

San RUMOLDO DI MECHELEN   Martire
Scozia, 720 ca. – Mechelen (Malines) Belgio, 755
Di sicuro su san Rumoldo di Mechelen (Malines), in Belgio, si sa che era anglosassone come altri missionari dell’VIII secolo, si pensi a san Bonifacio. Inoltre è certo che nacque i…
www.santiebeati.it/dettaglio/91848

Beato IVANO   Eremita

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Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Yemen: a rischio milioni di bambini

Le vite di milioni di bambini sono appese ad un filo nel nord-est della Nigeria, in Somalia, nel Sud Sudan e nello Yemen. L’allarme viene lanciato dall’Unicef secondo la quale «la buona notizia della fine delle condizioni di carestia in Sud Sudan questa settimana non deve distogliere l’attenzione dalle gravi condizioni di insicurezza alimentare che continuano a mettere a rischio le vite di milioni di bambini». L’Unicef ha bisogno di «251 milioni di dollari per garantire ai bambini in Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen cibo, acqua, cure mediche, istruzione e protezione fino alla fine dell’anno».
«Non c’è tempo per compiacersi – dice Manuel Fontaine, direttore dell’Unicef per i programmi di emergenza -. Anche se la carestia è stata arrestata in Sud Sudan, le vite di milioni di bambini sono ancora appese a un filo. La crisi non è ancora finita e dobbiamo continuare a incrementare i nostri interventi di risposta e a insistere per un accesso umanitario senza restrizioni, altrimenti i progressi fatti potrebbero rapidamente andare perduti». In tutti e 4 i Paesi la situazione continua a causare grande preoccupazione e «il numero di bambini a rischio imminente di morte è ancora allarmante», osserva l’ Unicef.

L’incubo Boko Haram

«Nel nord-est della Nigeria – fa sapere Unicef – le violenze di Boko Haram continuano a causare sfollamenti della popolazione di massa, limitano le attività economiche e restringono i normali mezzi di sostentamento.Circa 5,2 milioni di persone sono ancora esposte a un rischio grave di insicurezza alimentare e quest’anno 450.000 bambini potrebbero soffrire di malnutrizione acuta grave. L’inizio della stagione delle piogge complicherà ulteriormente le operazioni di risposta umanitaria, perché il deterioramento delle strade e le inondazioni renderanno le popolazioni più difficili da raggiungere e aumenteranno il rischio di malattie trasmissibili attraverso l’acqua». «In Somalia, una fragile popolazione, già colpita da decenni di conflitto, è stata ulteriormente esposta a prolungate condizioni di siccità. Si stima che nel 2017 fino a 275.000 bambini saranno colpiti da malnutrizione acuta grave e avranno una probabilità 9 volte maggiore di morire per malattie killer come colera, diarrea acquosa acuta e morbillo, che si stanno diffondendo nel paese. In Sud Sudan – sottolinea ancora l’Unicef il numero di persone costrette a cercare cibo sufficiente ogni giorno è arrivato a 6 milioni, il livello più alto di insicurezza alimentare mai registrato nel paese. Quest’anno, circa 276.000 bambini potrebbero risultare gravemente malnutriti, con bisogno immediato di aiuti salva vita».

L’epidemia in Yemen

E ancora, «in Yemen, dove si stima che circa 400.000 bambini siano gravemente malnutriti, un’epidemia di colera senza precedenti, con oltre 175.000 casi sospetti e oltre 1.000 morti fino ad oggi, ha reso più complicate le operazioni umanitarie di risposta in corso. Alcuni dei bambini che si sono ammalati o che sono morti per colera – spiega l’Unicef – già soffrivano di malnutrizione, che ha indebolito il loro sistema immunitario. Il sistema sanitario è quasi al collasso, gli ospedali e i centri per le cure sono in difficoltà e le medicine e le forniture mediche stanno finendo rapidamente».

avvenire

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Obolo di San Pietro. Domenica la Giornata per la Carità del Papa. Come partecipare

Sensibile verso i più bisognosi, attento ai conflitti e alle grandi tragedie civili che colpiscono alcune zone della terra, desideroso di sostenere le vittime delle violenze perpetrate in nome della religione o di contribuire alla costruzione di scuole e ospedali nelle periferie del mondo. Ecco chi è il donatore modello dell’Obolo di San Pietro, l’aiuto economico offerto dai fedeli direttamente al Papa per sostenere le opere di carità. Va precisato che la secolare colletta, che si differenzia dall’8×1000 destinato alla Chiesa cattolica, parte in tutte le chiese italiane domenica 25 giugno 2017, in occasione della Giornata per la carità del Papa.

Chi sono i donatori modello dell’Obolo di San Pietro

“Donare all’Obolo – spiega il Sostituto della Segreteria di Stato vaticana, l’arcivescovo Angelo Becciu – è come quando un fedele dà un’offerta al proprio parroco e gli dice: ‘Usala per il bene della comunità’. Insomma, è un segno di solidarietà, lo stesso che compie il Papa per il bene della Chiesa universale”. I donatori 2.0 dell’Obolo di San Pietro – che possono donare via telefono o inviando la propria offerta direttamente al Papa oppure, grazie al nuovo sito, donare online tramite bonifico bancario e carta di credito – provengono da tutto il pianeta con una quota significativa di fedeli italiani, statunitensi e tedeschi. Il 28% risiede in Italia, il 25% negli Usa e il 22% in Germania. Più bassa la percentuale di donazioni online che arriva da Brasile, Francia, Spagna e dal resto dell’America Latina (circa il 15%). Una quota minore copre il resto d’Europa e alcune zone di Africa, Asia e Oceania.

Lo sguardo di quanti hanno effettuato donazioni in favore dell’Obolo di San Pietro è rivolto principalmente alle vittime dell’indifferenza globale: i poveri, i senzatetto, chi fugge dai conflitti, dalla carestia e dall’indigenza. Alcuni fedeli, ad esempio, chiedono di assistere i bambini siriani di Aleppo o i rifugiati che scappano dalla guerra civile in Somalia, scoppiata nel 1991 e tuttora in corso. Altri sottolineano la necessità di realizzare opere di misericordia come ospedali o scuole in Terra Santa.

“Il donatore dell’Obolo – afferma l’arcivescovo Becciu – è un cittadino globale e questo significa che la solidarietà non conosce confini. Invito i fedeli a scoprire le attività dell’Obolo di San Pietro e a riflettere sui messaggi del Papa visitando il sito e i profili social. Noi fedeli dobbiamo prendere come esempio la vedova del Vangelo (Luca, 21,2-4) che, pur essendo povera, ha donato i suoi ‘due spiccioli’, al contrario di alcuni ricchi che hanno donato il loro ‘superfluo’. Ecco, aggiungo, un fedele deve imitare questa vedova nel sentire il desiderio di voler contribuire alla missione del Papa, ovvero al suo desiderio di venire incontro ai bisognosi. Un vero cristiano non può vivere di sola preghiera ma deve impegnarsi a compiere atti di carità e di generosità”.

Come partecipare alla giornata per la carità del Papa: domenica 25 giugno

Dal 2017, l’Obolo è diventato 2.0 grazie all’apertura del nuovo sito internet www.obolodisanpietro.va e dei profili social Facebook, Twitter e Instagram. Numerosi fedeli, dopo il lancio del sito e delle pagine social, hanno offerto direttamente online, attraverso la pagina dedicata ‘Dona’, il loro apporto concreto alle opere di misericordia, di carità cristiana, di pace e di aiuto alla Santa Sede.

avvenire

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“Figlio mio, ti risparmio per tenerti legato a me”

(Abraham B. Yehoshua)Un’interpretazione laica del sacrificio di Isacco da parte di Abramo. L’intervento dello scrittore  israeliano al festival Taobuk di Taormina.
In quanto scrittore israeliano la Bibbia è uno dei cardini della mia identità (nel bene e nel male) e  pertanto ho deciso di proporre una mia interpretazione personale e trasgressiva di uno dei miti  fondanti dell’identità ebraica: il sacrificio di Isacco, che fu di ispirazione al racconto della  crocifissione di Cristo. Tale mito non ha solo un significato religioso ma anche nazionale per gli  ebrei. Religione e nazionalità sono infatti strettamente intrecciate nella nostra identità.  […] Una delle prime frasi che salta all’occhio nel leggere il brano biblico è la promessa fatta da Dio  ad Abramo: «Io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le  stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare». Questa profezia non si è avverata. La fede  ingenua e ubbidiente di Abramo in Dio, che lo aveva portato ad assecondare la richiesta di  sacrificare il figlio senza alcuna spiegazione ragionevole, avrebbe dovuto, secondo il racconto,  garantire a lui e ai suoi discendenti una progenie numerosa. Ma il numero degli ebrei è rimasto  limitato e, considerata la loro antica origine, la profezia si è forse avverata non tanto in termini di  incremento demografico quanto piuttosto di capacità di sopravvivenza.
Le domande
È questo un piccolo dettaglio non strettamente connesso all’essenza della storia ma che tuttavia dà  un’indicazione del tipo di dialogo fra Abramo e Dio, della sua forza e della sua concreta efficacia.  Se infatti i criteri di prolificità e di entità numerica di un popolo rappresentano un valore in sé –  almeno per il narratore del racconto biblico – ecco che la positiva riuscita della prova di Abramo  non ha portato l’auspicata ricompensa, forse persino il contrario. Prenderò ora in esame la vicenda  in sé, una vicenda che solleva gravi questioni morali. E, dicendo questo, non dico nulla di nuovo. Se io fossi un uomo di fede e credessi nell’esistenza di Dio che parlò ad Abramo e nella provvidenza  divina individuale, l’episodio del sacrificio di Isacco potrebbe sostanzialmente compromettere la  mia fede da un punto di vista etico, posto che l’assunto di ogni credo religioso è che Dio non è solo  fonte di vita, ma anche di moralità e di giustizia. È anche noto che la fede religiosa non dipende  unicamente da valori etici e, laddove esiste, è di solito in grado di superare qualunque tipo di  inibizione morale. […]
Bene, torniamo all’episodio del sacrificio di Isacco. A mio parere chiunque crede in Dio ed è  convinto che Dio è anche fonte di moralità e di giustizia, si trova a dover affrontare un grave  problema dinanzi a questa vicenda. Il comportamento di Abramo è infatti moralmente orribile. È  vero che la prima frase: Dio mise alla prova Abramo addolcisce la brutalità di Dio, lasciando  intendere che il Signore non aveva intenzione di sacrificare Isacco senza una ragione ma solo di  verificare la devozione di suo padre. In ogni caso, però, Dio sarebbe da biasimare per aver condotto  questo tipo di esperimento. […] Dio dimostra chiaramente di potere essere ingiusto. E senza tenere  conto per ora della reazione di Abramo, ecco che l’intenzione divina di sottoporlo a una prova  simile è moralmente distorta. Infatti anche dopo che si chiarisce che si trattava solo di una prova, il  fatto che ci sia stata una simile richiesta indica che potrebbero essercene altre, di tipo concreto.
Modello immorale
La teoria secondo la quale la richiesta di Dio di sacrificare Isacco è stata fatta per insegnare ad  Abramo che nel giudaismo non ci sono sacrifici umani non è a mio parere corretta. Innanzi tutto la  questione del divieto di sacrifici umani non è menzionata in questo episodio e, in secondo luogo,  Abramo non riceve nessun rimprovero ma solo parole di elogio per la sua disponibilità a immolare  il figlio e a eseguire l’ordine divino. La pecca morale di Abramo è quindi più grave di quella di Dio. Senza discutere, senza fare domande e senza recriminare è pronto a eseguire un ordine insensato e  ingiusto, ad abbandonare ogni logica e ogni naturale senso di giustizia, ad ammazzare un innocente  per dimostrare la propria devozione e fiducia in Dio.
Questa disponibilità e assoluta obbedienza sono di ispirazione a molte atrocità commesse in nome  di un ordine divino. Abramo, da un punto di vista religioso, rappresenta un modello assolutamente  immorale per le generazioni future e il suo comportamento getta un’ombra sulla sua personalità di  difensore della giustizia, rivelatasi, per esempio, durante il colloquio con Dio sulla distruzione di  Sodoma e Gomorra, quando lui giustamente domanda: «Davvero sterminerai il giusto con  l’empio?» (Genesi, 18, 23) E: «Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (Genesi, 18, 25).[…]
Il mito del sacrificio di Isacco va dunque fermamente respinto da un punto di vista morale? Forse lo si può parzialmente salvare partendo da una posizione secolare che sostiene che Dio non esiste e  Abramo ha agito in piena autonomia, per propria decisione e volontà.
La deterrenza
Abramo ha lasciato la casa di suo padre Terach quando era ormai uomo fatto per seguire una nuova  fede. Ha reciso i suoi legami familiari, tribali, ha abbandonato la sua patria, ha voltato le spalle alla  fede dei suoi avi ed è partito per un paese straniero per fondare una nuova religione. A un’età ormai  avanzata, e dopo aver finalmente avuto un figlio dalla moglie Sara, poteva certamente ipotizzare  che suo figlio Isacco si sarebbe comportato con lui come lui aveva fatto con suo padre Terach. Vale  a dire avrebbe potuto abbandonare la fede in un unico Dio a favore di altri dei e forse se ne sarebbe  andato altrove.
Come poteva allora Abramo scongiurare una simile eventualità? Anziché rivolgersi agli abitanti  della terra di Canaan e convincerli della bontà e della verità della sua nuova fede ha optato per una  strada più facile, scegliendo di garantire la continuità del suo nuovo credo per mezzo della sua  discendenza. E per ottenere questo obiettivo ha organizzato la messinscena del sacrificio del figlio:  ha condotto il ragazzo su un monte, ha costruito un altare, ha legato Isacco e ha brandito il coltello  come a dire: «Io sono pronto a ucciderti. Nonostante ti ami potrei ammazzarti se tu cambiassi fede.  Potrei fare a te quello che mio padre, Terach, non fece a me per tenermi stretto al suo credo».  All’ultimo momento, però, finge un ripensamento, come se Dio gli avesse parlato tramite un angelo  e gli avesse detto: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente» (Genesi, 22, 12). Il  messaggio a Isacco è quindi chiaro: «Io, da parte mia, avrei potuto ucciderti ma il Dio in cui credo  ha avuto pietà di te e non me lo ha permesso. Da oggi in poi sappi, Isacco, che non a me, che ti ho  messo al mondo, devi la vita, ma al Dio che ti ha salvato». […] La paura
Secondo questa interpretazione laica Abramo, che non ha nessuna intenzione di uccidere il figlio ma vuole solo minacciarlo e intimidirlo, non può essere quindi accusato di tentato omicidio o di cieca  obbedienza a una richiesta «divina» di un omicidio. Non è invece esente dall’accusa di avere  terrorizzato Isacco. E in ebraico l’espressione «la paura di Isacco», nata da questo episodio, è  presente in numerose preghiere e salmi liturgici. Il poeta Haim Gori ha ben espresso il terrore  provato da Isacco in una sua famosa poesia intitolata Eredità. E così scrive nell’ultima strofa:

«Isacco, come narrato, non fu offerto in sacrificio.
Visse per lunghi anni.
Vide il bene, finché gli occhi non gli si oscurarono.
Ma lasciò il ricordo di quell’attimo in eredità ai suoi discendenti.
Che nascono
Con un pugnale conficcato in cuore»
.
(Traduzione dall’ebraico di Alessandra Shomroni)

La Stampa

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Santa Sede: cessare il fuoco nella Rdc e tutelare i civili

da Radio Vaticana

Cessare il fuoco, tutelare i civili, promuovere la pace, stabilire processi democratici, permettere il ritorno dei rifugiati: questi i cinque passi che la Santa Sede auspica vengano intrapresi immediatamente dal governo della Repubblica democratica del Congo, per sanare la drammatica situazione del Paese. Ad illustrarli, ieri, è stato l’Osservatore Permanente presso l’Onu di Ginevra, l’arcivescovo Ivan Jurkovič, nel corso della 35.ma Sessione del Consiglio dei Diritti Umani
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Giorgio La Pira, quando la politica sa diventare profezia

Anticipiamo ampi stralci della prefazione del cardinale Gualtiero Bassetti al libro di Carlo Parenti La Pira e i giovani. Rondini in volo verso la primavera di papa Francesco (Società editrice fiorentina, pagine 208, euro 15,00). L’autore è un ex allievo del professor La Pira all’Università di Firenze. Il libro sintetizza gli insegnamenti del «sindaco santo» di Firenze ai giovani, che raffigurava come rondini in volo verso la primavera.

Sono convinto che La Pira acquisti, proprio in questi anni carichi di drammi e di promesse deluse, una sua cogente attualità. L’accoglienza degli sfollati, la lotta per la “piena occupazione”, il dialogo come unico mezzo per la costruzione della pace, sono i testimoni che il professore consegna a quanti non si rassegnano all’inerzia di fronte alle sfide odierne e alla apparente incapacità della politica di affrontarle.

È vero, non si può ridurre la poliedrica personalità di La Pira alla sua sola azione politica, ma non perché esistano più La Pira, sovrapponibili l’uno all’altro: il La Pira giovane animatore dell’Azione Cattolica, l’accademico e luminare delle istituzioni di diritto romano, il pensatore politico, il sindaco e infine il profetico animatore di una politica internazionale costruita sulla fiducia nella capacità umana di fare la pace e non la guerra.

Esiste, invero, un solo Giorgio La Pira, la cui vocazione intima e profonda è quella mistica. È dalla unione di vita col Maestro, che la Pira traeva forza e contenuti del suo apostolato, anche quando questo smise (fra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso) di essere esclusivamente rivolto all’Azione Cattolica e divenne prevalentemente lotta politica in vista della costruzione del bene comune. Contemplata aliis tradere: è soprattutto l’azione politica che sgorga dalla pienezza della vita interiore di La Pira, dall’unione con Gesù. Don Bensi mi ha raccontato di essere stato testimone delle notti di preghiera del professore, nella sua chiesa di San Michelino, che seguivano le confessioni sacramentali. Le lettere, recentemente pubblicate, fra La Pira e il suo padre spirituale confermano e attestano quest’anima essenzialmente mistica del professore.

Beninteso, il fatto che in La Pira l’azione politica sgorgasse dalla contemplazione e dalla vita unitiva con il Signore non significa che egli fosse un “visionario”, nel senso di fautore di azioni non aderenti alla realtà e non scaturenti dalla lucida analisi delle condizioni concrete del suo tempo. Tutto il contrario: l’affermazione della centralità delle questioni mediterranee e mediorientali per l’equilibrio geopolitico globale, il posto di assoluta preminenza della Cina popolare, l’esigenza di politiche e di scelte economiche europee capaci di generare relazioni e integrazione con la Russia (la casa comune europea), sono solo alcuni esempi della lungimiranza di alcune prospettive genuinamente politiche.

A La Pira non mancavano il senso della concretezza e il realismo politico, ma essi traevano origine dalla sua anima mistica che li integrava con due “ingredienti” che oggi nessun politico autentico può misconoscere nella loro essenziale necessità: la profondità e la misericordia. La “profondità” di scorgere nelle culture e nella storia dei popoli una dimensione essenziale, anche in vista delle loro relazioni internazionali. Uno sguardo eminentemente geopolitico, quindi, quello di La Pira, con in più una consapevolezza: le tradizioni religiose, nella loro pluralità, permeano le culture e le storie dei popoli e se – sulla scia di san Francesco d’Assisi – si “rovesciano le crociate”, si opera, cioè, per il dialogo tra tradizioni diverse (ecco i Colloqui Mediterranei), si trovano ragioni ed energie per superare la conflittualità attraverso vie pacifiche e si smascherano la miopia e la fallacia delle ragioni della guerra. La pace è più ragionevole della guerra, soprattutto da quando la guerra – nell’era atomica – non è più in grado di consegnare né vinti né vincitori, come confermano drammaticamente le interminabili guerre che dagli anni ’90 del secolo scorso stanno squassando gli equilibri e mettendo a serio rischio la tenuta di intere aree (compresa l’Europa) ben oltre i limiti geografici delle azioni belliche.

Non solo profondità, ma anche la “misericordia” è la virtù eminentemente politica che La Pira traeva dalla sua vita unitiva col Signore e che ci consegna oggi. La misericordia, ovviamente, è quella di Dio: è l’origine, il senso e il destino di tutta l’umanità, della vita di ognuno. Nessun uomo è escluso da questa volontà creatrice d’amore che trova in Gesù la sua vetta più alta; questa volontà creatrice non solo è donata, ma è anche partecipata all’uomo e alla donna, immagini di Dio. La politica, allora, sarà costruire la città dell’uomo inclusiva. Questa l’autentica cifra dell’impegno cristiano in politica: non le vuote devozioni pubbliche, non le – spesso strumentali – crociate sui valori senza che essi siano mai tradotti in priorità fattive, in danari spesi, in realizzazioni concrete: ma la città che include, la politica che riconosce, fattivamente, nel diritto all’istruzione, al lavoro e alla casa i presupposti ineliminabili per lo sviluppo pieno, nella famiglia e nella società, della personalità dell’uomo.

Quale modello di sviluppo può dirsi adeguato se esso priva – come il nostro – i giovani «di lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie?» (Francesco, discorso in occasione del conferimento del premio Carlo Magno, 6 maggio 2016). Solo una politica inclusiva, solidarietà che sostanzia i diritti della dignità, per la quale lottare senza giochi al ribasso e soprattutto senza anteporre mai i propri interessi e la propria carriera.

Ci sono due “ingredienti” che oggi nessun politico può misconoscere nella loro necessità: la profondità e la misericordia L’accoglienza degli sfollati, la lotta per la “piena occupazione”, il dialogo per la pace, sono sfide anche per la società odierna

avvenire

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Le radio e le tv locali dimenticate: a rischio le voci della gente

Dalla guerra del telecomando al caos dell’etere. Dai contributi statali “congelati” alla crisi del mercato. Non c’è pace per le televisioni e le radio locali. Soprattutto a causa della perenne transizione al digitale che sta penalizzando le stazioni del territorio. Prima le televisioni e adesso le emittenti radiofoniche, le reti che danno voce all’Italia dei mille campanili affrontano l’avvento della nuova tecnologia in balìa di loro stesse: dimenticate, se non addirittura ostacolate, dallo Stato a vantaggio dei network nazionali. «Le nostre tv vivono una situazione di profonda difficoltà. E le radio locali, benché abbiano ascolti che raggiungono il 40%, non sono messe in condizioni di passare al Dab+, vale a dire al digitale», lancia l’allarme Marco Rossignoli, coordinatore dell’Aeranti-Corallo che raccoglie oltre mille imprese radiotelevisive.

Mercoledì 21 giugno l’associazione organizza a Roma il Radio tv forum, l’annuale convegno per fare il punto su problemi e prospettive dell’emittenza locale con gli interlocutori istituzionali (fra cui il sottosegretario Antonello Giacomelli e il commissario Agcom, Mario Morcellini). «Non possiamo limitarci alle promesse», fa sapere il presidente di Corallo, Luigi Bardelli, editore di Tv Libera Pistoia. E, guardando al comparto televisivo, racconta: «Il passaggio al digitale, i continui tagli di frequenze, i cambi di regole, la contrazione degli introiti pubblicitari hanno portato alla chiusura o al fallimento di numerose emittenti. A tutto ciò si sommano due questioni urgenti: i ritardi nei contributi statali e le controversie sulla numerazione delle emittenti nei televisori».

La lentezza nelle erogazioni pubbliche riguarda sia le tv, sia le radio locali. Alle televisioni sono giunti in questi giorni gli importi del 2015 e alle radio quelli del 2014. «Ciò significa non poter contare su risorse fondamentali», tuona Bardelli. Tutto è fermo in attesa del nuovo regolamento che disciplinerà la materia, nonostante «il Fondo per le radio e tv locali sia stato aumentato con l’extragettito del canone Rai entrato nelle bollette dell’energia elettrica», sottolinea Rossignoli. Si tratta di 100 milioni di euro in ballo ogni anno. E il coordinatore dell’Aeranti-Corallo avverte: «Serve accelerare l’iter di approvazione di un testo che in alcuni punti va rivisto per garantire il pluralismo e la concorrenza». Aggiunge Bardelli: «Non possiamo vivere con questa spada di Damocle sulla testa. Il sottosegretario Giacomelli ha preso sul serio il problema. Ma abbiamo bisogno di risposte».

Altrettanto preoccupante per le tv “della gente” è la battaglia che si sta combattendo a suon di ricorsi ai giudici e di interventi dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) sui numeri con cui le emittenti compaiono nei televisori degli italiani. Il nuovo piano dell’Authority relega le reti del territorio ai margini. «Nei primi 99 numeri lo spazio per le televisioni locali passerà da 39 a 12 – rivela Rossignoli –. È inaccettabile. Già alcuni editori hanno impugnato le decisioni. Sono sette anni che, grazie al digitale, le tv hanno una numerazione fissa. E le famiglie sanno che ciascuna emittente è collegata a un numero preciso. Stravolgere tutto, a danno essenzialmente delle emittenti locali, significa penalizzare le aziende e disorientare gli spettatori». Fa sapere Bardelli: «Sarebbe come se un negozio fosse obbligato dall’oggi al domani a cambiare indirizzo. Perderebbe le “sue” persone». Da qui la proposta dell’Aeranti-Corallo di recepire per legge l’attuale numerazione mettendo fine a contenziosi e scontri.

Sul versante delle radio, l’Italia spalanca le porte al Dab. «Ma il digitale radiofonico si sta sviluppando senza le radio locali – afferma Rossignoli –. Mentre le stazioni nazionali utilizzano già la nuova tecnologia con frequenze assegnate in via sperimentale e quindi vengono sentite soprattutto lungo le autostrade, le emittenti locali possono andare in onda in digitale solo in 8 aree su 39 bacini in cui è stata suddivisa la Penisola». Il Dab sta diventando familiare fra le mura domestiche – come dimostra la vendita sempre più alta di nuovi apparecchi – e nelle vetture dove le case automobilistiche istallano ricevitori digitali. «Le radio locali che ogni giorno registrano in media 15 milioni di ascoltatori hanno già creato diversi consorzi per trasmettere in digitale ma non hanno le frequenze per farlo», osserva il coordinatore dell’associazione. L’Aeranti-Corallo sollecita da tempo un tavolo tecnico per affrontare il caso. «Però non è mai stato convocato – conclude Rossignoli –. Non possiamo accettare che le radio del territorio siano lasciare fuori dal Dab».

Avvenire

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Vangelo Domenica 25 Giugno 2017. Perché il Padre tiene il conto anche dei nostri capelli?

XII Domenica tempo ordinario
Anno A

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Non abbiate paura: voi valete più di molti passeri. Ogni volta, di fronte a queste parole provo paura e commozione insieme: la paura di non capire un Dio che si perde dietro le più piccole creature: i passeri e i capelli del capo; la commozione di immagini che mi parlano dell’impensato di Dio, che fa per te ciò che nessuno ha fatto, ciò che nessuno farà: ti conta tutti i capelli in capo e ti prepara un nido nelle sue mani. Per dire che tu vali per Lui, che ha cura di te, di ogni fibra del corpo, di ogni cellula del cuore: innamorato di ogni tuo dettaglio.
Nemmeno un passero cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Eppure i passeri continuano a cadere, gli innocenti a morire, i bambini ad essere venduti a poco più di un soldo o gettati via appena spiccato il loro breve volo.
Ma allora, è Dio che fa cadere a terra? È Dio che infrange le ali dei corti voli che sono le nostre vite, che invia la morte ed essa viene? No. Abbiamo interpretato questo passo sull’eco di certi proverbi popolari come: non si muove foglia che Dio non voglia. Ma il Vangelo non dice questo, assicura invece che neppure un passero cadrà a terra senza che Dio ne sia coinvolto, che nessuno cadrà fuori dalle mani di Dio, lontano dalla sua presenza. Dio sarà lì.
Nulla accade senza il Padre, è la traduzione letterale, e non di certo senza che Dio lo voglia. Infatti molte cose, troppe accadono nel mondo contro il volere di Dio. Ogni odio, ogni guerra, ogni violenza accade contro la volontà del Padre, e tuttavia nulla avviene senza che Dio ne sia coinvolto, nessuno muore senza che Lui non ne patisca l’agonia, nessuno è rifiutato senza che non lo sia anche lui (Matteo 25), nessuno è crocifisso senza che Cristo non sia ancora crocifisso.
Quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo sulle terrazze, sul posto di lavoro, nella scuola, negli incontri di ogni giorno annunciate che Dio si prende cura di ognuno dei suoi figli, che nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel cuore di Dio.
Temete piuttosto chi ha il potere di far perire l’anima, l’anima è vulnerabile, l’anima è una fiamma che può languire: muore di superficialità, di indifferenza, di disamore, di ipocrisia. Muore quando ti lasci corrompere, quando disanimi gli altri e togli loro coraggio, quando lavori a demolire, a calunniare, a deridere gli ideali, a diffondere la paura.
Per tre volte Gesù ci rassicura: Non abbiate paura (vv 26,28,31), voi valete! Che bello questo verbo! Per Dio, io valgo. Valgo di più, di più di molti passeri, di più di tutti i fiori del campo, di più di quanto osavo sperare. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita.
(Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33)

Avvenire

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Clima. Siccità, è emergenza da Nord a Sud. La situazione regione per regione

Manca l’acqua a Parma e Piacenza e il Consiglio dei ministri ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza nel territorio delle due Province. La crisi idrica è dovuta a un lungo periodo di siccità a partire dall’autunno 2016, aggravato dalle elevate temperature estive e dai rilevanti afflussi turistici che hanno determinato un considerevole aumento delle esigenze di acqua.

In Sardegna è stato già chiesto lo stato di emergenza per calamità naturale. Le precipitazioni registrate negli ultimi quattro anni in Sardegna sono state così ridotte da far considerare il quadriennio come uno dei più critici dal 1922.

In Sicilia negli ultimi dodici mesi le riserve idriche sono calate del 15 per cento.

In Veneto la situazione è difficile in tutto il territorio. Il governatore Luca Zaia ha firmato una nuova ordinanza – dopo quella del 18 aprile e del 16 maggio – che conferma lo stato di crisi idrica, per attuare le misure necessarie a contrastarla. In particolare è la carenza d’acqua nell’Adige a preoccupare.

In Friuli Venezia Giulia è in corso un deficit idrico generalizzato che si riflette sulle acque superficiali e sotterranee dell’intera regione. Per questo è stato decretato lo stato di emergenza idrica e ridotta la portata del previelo dal fiume Tagliamento.

Il Campidoglio ha emesso un’ordinanza in cui si stabilisce di limitare l’uso dell’acqua per annaffiare orti e giardini, riempire piscine, lavare auto. L’ordinanza firmata dalla sindaca Virginia Raggi resterà in vigore fino a settembre sull’intero territorio di Roma Capitale. Il provvedimento consente l’uso di acqua potabile per usi domestici e sanitari, inclusi i servizi pubblici di igiene urbana. Acea e vigili urbani faranno controlli per verificare il rispetto del provvedimento.

Le anomalie climatiche della prima parte del 2017 hanno già provocato alle coltivazioni e agli allevamenti danni per quasi un miliardo di euro.

Tracciata dalla Coldiretti, ecco la situazione Regione per Regione

– In Emilia in sofferenza tutte le colture dal pomodoro ai cereali ma anche gli ortaggi
– In Lombardia stessa situazione: il caldo sta provocando un taglio fino al 20% della produzione di latte.
– In Sardegna l’assenza di piogge sta condizionando tutti i settori agricoli, con perdite nella produzione di oltre il 40%
– in Veneto si parla di poche settimane di autonomia e la vendemmia si prevede anticipata di almeno una settimana.
– in Toscana scarseggiano anche i foraggi per il bestiame e crolla la produzione di miele.
– in Umbria i girasoli e il granoturco stanno seccando.
– nel Lazio ampie aree in difficoltà, con la produzione di frumento che risulta stentata, con pesante contrazione dei raccolti e perdita di qualità e con il rischio, senza interventi immediati, di perdere del tutto ortaggi, frutta, cereali, pomodori. L’assenza di piogge sta condizionando tutta la produzione agricola regionale, con perdite finora stimate fino al 40%.
– In Campania nel Cilento, nell’Alento e nella piana del Sele ci sono problemi per gli ortaggi e la frutta, ma anche per la mozzarella di bufala perché la mancanza di acqua mette in crisi anche gli allevamenti e i caseifici.
– In Puglia perdite di produzione, aumento dei costi per le risemine, ulteriori lavorazioni, acquisti di nuove piantine e sementi sono gli effetti della siccità con gravi danni al granaio d’Italia nelle province di Foggia e Bari, dove si riscontra una perdita del 50% della produzione.
– in Sicilia la siccità è una realtà concreta, con gli invasi a secco e la necessità di anticipare l’inizio della stagione irrigua negli agrumeti.
– in Umbria e nelle Marche terremotate si registra una produzione di fieno insufficiente con pascoli e prati asciutti
– in Friuli la regione ha decretato lo stato di sofferenza idrica per garantire l’acqua alla media Pianura friulana per circa 26.000 ettari di coltivazioni mentre in Piemonte è stato dichiarato lo stato massima pericolosità incendi.

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Sanità. Bambino di 6 anni morto di morbillo. «Contagiato dai fratelli non vaccinati»

Morire di morbillo. Perché si è già malati, e non ci si può vaccinare. E perché il morbillo lo si è preso da chi invece vaccinato doveva e poteva essere. Addirittura, i propri fratelli. Non ce l’ha fatta il bimbo ricoverato in rianimazione al San Gerardo di Monza per le complicanze del morbillo. Lo ha annunciato l’assessore al Welfare di Regione Lombardia Giulio Gallera: “La storia di questo piccolo affetto da leucemia è l’esempio di come la cosiddetta immunità di gregge sia fondamentale per la protezione di coloro che, per la loro malattia o per lo stato di trattamento in cui si trovano, non sono protetti, anche quando fossero vaccinati dal morbillo così come da altre malattie infettive”.

Il piccolo era affetto da una leucemia linfoblastica acuta, malattia che oggi ha una probabilità di guarigione in oltre 85% dei casi con forme simili. Il 15 marzo, per il sospetto di infezione da morbillo (diagnosi confermata il 16 marzo), è stato trasferito in terapia intensiva per il peggioramento progressivo del quadro polmonare con necessità di assistenza respiratoria. Sarebbe stato contagiato dai suoi fratelli maggiori che non erano stati vaccinati. A confermarlo sono fonti ospedaliere. Secondo le fonti, la famiglia avrebbe preferito non far vaccinare i due figli più grandi, nonostante il più piccolo – proprio a causa della leucemia – avesse un sistema immunitario compromesso, e quindi non potesse né essere vaccinato né difendersi contro eventuali infezioni.

“Non serve aggiungere parole, bisogna rispettare la medicina e le verità scientifiche per fare il bene dei nostri figli. Sono vicina ai genitori e al loro immenso dolore” è stato il commento del ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Solo l’immunità di gregge, cioè la vaccinazione di oltre il 95% dei bambini, può tutelare soggetti immunodepressi o che hanno contratto malattie come nel caso del piccolo del San Gerardo, che per queste ragioni non possono vaccinarsi. In Italia tale immunità, per quanto riguarda il morbillo, è compromessa nella totalità delle Regioni (con una copertura ridotta a poco più dell’85%). Dall’inizio del 2017 è in corso una vera e propria epidemia: ad ammalarsi ormai sono state oltre 3mila persone (vedi la mappa del contagio).

Il decreto Lorenzin al Senato

La morte del piccolo a Milano arriva nel giorno dell’inizio dell’iter del decreto sull’obbligo vaccinale incommissione Sanità del Senato, in cui si iniziano a vedere le prime aperture ad un “alleggerimento” del provvedimento, soprattutto nel capitolo delle sanzioni. A dirsi d’accordo sono state anche le due ministre interessate, con quella della Salute Lorenzin, che si è dichiarata “completamente laica” su possibili miglioramenti, e la collega all’Istruzione Fedeli che ha parlato di “una buona discussione in aula”. Sono 285 gli emendamenti e 10 gli ordini del giorno presentati in Commissione, ha spiegato la relatrice Patrizia Manassero.

La modifica che sembra mettere tutti d’accordo è la cancellazione del rischio di perdita della patria potestà, e anche sull’alleggerimento delle sanzioni pecuniarie sembra esserci una certa convergenza, anche se Lorenzin ha ricordato dopo l’incontro avuto oggi con la Conferenza delle Regioni che “l’importante è che non vengano sminuite altrimenti perderebbe senso la sanzione”. Il ministro è invece fortemente contrario a una variazione delnumero di vaccinazioni obbligatorie, richiesta da alcuni emendamenti. “Unico punto per me che rimane inderogabile è che il decreto non può venir meno agli elementi scientifici messi in campo – ha precisato -. Questo non è un decreto politico nel senso del termine, è un decreto tecnico che risponde ai bisogni di urgenza per prevenire delle emergenza. Questi bisogni di urgenza ci sono stati indicati dalle autorità scientifiche, l’elenco delle vaccinazioni è stato fatto dalle autorità sanitarie e scientifiche quindi le modifiche al decreto vanno bene solo se avvalorate da autorità sanitarie”.

avvenire

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I santi del 23 Giugno 2017

SACRO CUORE DI GESù    – Solennità
La preoccupazione del Signore per la pecorella smarrita è ricordata nella liturgia del Sacro Cuore di Gesù. Il buon pastore ha tutto il cuore rivolto alle sue pecore,…
www.santiebeati.it/dettaglio/20280

San GIUSEPPE CAFASSO   Sacerdote
Castelnuovo d’Asti, 15 gennaio 1811 – Torino, 23 giugno 1860
Nasce a Castelnuovo d’Asti nel 1811, frequenta le scuole pubbliche al suo paese e poi entra nel Seminario di Chieri (Torino). E’ di salute malferma, ma sacerdote già a 22 an…
www.santiebeati.it/dettaglio/59000

Sant’ ETELDREDA DI ELY   Regina di Northumbria e Badessa
† Ely, Inghilterra, 679
www.santiebeati.it/dettaglio/59150

San LIBERTO DI CAMBRAI   Vescovo
m. 22 giugno 1071
www.santiebeati.it/dettaglio/59200

Santi ZENONE E ZENA   Martiri
† Filadelfia, 303
www.santiebeati.it/dettaglio/92790

San BILI (BILIO)   Vescovo e martire
m. 914 circa
www.santiebeati.it/dettaglio/59010

San VALERO
m. 1199
www.santiebeati.it/dettaglio/59020

San LANFRANCO BECCARI   Vescovo di Pavia
www.santiebeati.it/dettaglio/59050

Santi MARTIRI DI NICOMEDIA
† Nicomedia, 303
Sono uno dei quattro gruppi di martiri dell’Ellesponto, caduti nel 303 sotto la persecuzione di Diocleziano e commemorati in altrettante date. Nicomedia era la residenza di Dioclez…
www.santiebeati.it/dettaglio/91326

Santa AGRIPPINA   Vergine e martire
www.santiebeati.it/dettaglio/90307

Festa dei SANTI DI VLADIMIR
www.santiebeati.it/dettaglio/94671

San TOMMASO GARNET   Martire in Inghilterra
Soutwark (Londra), 1575 – Londra, 23 giugno 1608
www.santiebeati.it/dettaglio/59100

Beato LUPO DE PAREDES   Mercedario
Vissuto fino all’età di 114 anni di cui 80 nella regola dell’Ordine Mercenario, il Beato Lupo de Paredes, conservò la purezza verginale e si mostrò sempre esemplare per la pazienza…
www.santiebeati.it/dettaglio/94256

Beata FRANCESCA MARTEL   Vergine mercedaria
Fondatrice del monastero mercedario dell’Assunzione in Siviglia (Spagna), la Beata Francesca Martel, fu una religiosa di grandi virtù, attenta nella preghiera e nell’osservanza del…
www.santiebeati.it/dettaglio/94257

Beato PIETRO GIACOMO DA PESARO   Sacerdote Agostiniano
m. Valmanente (PU), 1496
Dobbiamo alla sua attività di calligrafo le prime due date certe della sua vita. L’8 agosto del 1472 lo troviamo infatti a Farneto di Montelabbàte (Pesaro) e il 3 novembre maestro …
www.santiebeati.it/dettaglio/90176

Beata MARIA DI OIGNIES   Fondatrice delle Beghine
Liegi, Belgio, 1177 circa – 1213
Maria d’Oignies, beghina e mistica, nacque a Liegi nel 1177 circa da famiglia benestante. All’età di 14 anni si sposò, ma in seguito decise con il marito di dedicarsi ad una vita a…
www.santiebeati.it/dettaglio/59030

Beata MARIA RAFFAELLA (SANTINA) CIMATTI   Vergine
Faenza, Ravenna, 6 giugno 1861 – Alatri, Frosinone, 23 giugno 1945
www.santiebeati.it/dettaglio/90066

 

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Turismo religioso. Ecco i cammini più belli d’Italia

Lì dove silenzio, fede, natura, arte e cultura si incontrano. C’è un viaggio tra le bellezze d’Italia che consente ai pellegrini di fare un’esperienza spirituale unica, senza rinunciare alle bellezze turistiche del territorio. È il percorso tra i cammini ancora inediti presentati alla Borsa internazionale del Turismo religioso in corso fino a sabato a Roma.

avvenire

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Verso le Settimane Sociali. Centralità della persona, serve una conversione culturale

Il lavoro in Italia continua a essere un’emergenza nazionale. Nonostante i segnali di ripresa degli ultimi anni, sono ancora troppe le persone che si trovano in una condizione lavorativa di fragilità. I numeri ci permettono di capire quanto sia ancora diffusa la sofferenza sociale: il tasso di occupazione rimane più basso di 10 punti rispetto alla media europea; e nel periodo 2002-2016, tra i giovani con meno di 29 anni questo indicatore è precipitato dal 42 al 29%. Da qui il record negativo del nostro Paese, con oltre 2 milioni di giovani che non lavorano e non studiano.

E mentre in Europa la disoccupazione complessiva è oggi poco sotto il 6%, in Italia siamo ancora al 12% (pur se in leggera discesa). Con livelli davvero intollerabili al Sud dove solo un giovane su cinque è occupato. Non si tratta di essere né pessimisti né ottimisti. Si tratta piuttosto di guardare in faccia la realtà di questi numeri, domandosi non solo cosa possiamo fare, ma anche perché ci ritroviamo in questa situazione. Veniamo da anni in cui, in tutto il mondo, il lavoro ha perso centralità: la finanza, la rendita immobiliare e fondiaria, il consumo hanno costituito le fragili fondamenta di un sistema economico insostenibile e che, col tempo, ha creato gravi ingiustizie. Dal punto di vista antropologico, il lavoro si è impoverito.

In un contesto culturale di questo tipo – che ha caratterizzato la stagione della cosiddetta ‘globalizzazione’ – l’Italia si è accontentata di galleggiare inseguendo le illusioni di una espansione finanziaria illimitata che permetteva di scaricare sul debito pubblico i nodi dello sviluppo economico, culturale e sociale del Paese. Per affrontare seriamente la questione del lavoro, va fermato questo lungo declino, i cui costi si scaricano oggi sui più deboli (con oltre 4 milioni di italiani in povertà assoluta) e sulle nuove generazioni (costrette alla scelta tra emigrare o a rinviare ad libitum la piena autonomia economica e professionale).

Occorre dunque un cambio di mentalità. O, per meglio dire, occorre una vera e propria conversione: recuperando la centralità della persona che lavora. Ciò significa una cosa precisa: a differenza di quanto si è predicato per anni, siamo in una fase in cui prima occorre produrre ricchezza, qualità, ricerca, integrazione, valore; e solo poi consumare. Una fase nella quale la finanza va riportata alla sua funzione sociale (e non speculativa): essere uno strumento per costruire il futuro.

Per realizzare questa svolta – che deve coinvolgere i cuori oltre che la testa – è però necessario tornare a pensare che il lavoro non è mai riducibile solo alla dimensione strumentale (che pure ne è componente essenziale). In una società avanzata, il lavoro va piuttosto inteso nella sua ampiezza antropologica, cioè via per una piena espressione delle capacità umane: non è forse questo modo di intendere il lavoro che si traduce nella secolare tradizione artigianale che contraddistingue l’Italia in tutto il mondo? Per realizzare tale conversione, la difficile transizione che stiamo attraversando può esserci d’aiuto. Viviamo infatti come sospesi verso il futuro che ancora ci attende.

E che sorgerà dalla combinazione tra il processo ormai avviato di radicale digitalizzazione e le risposte che sapremo dare alla crisi di sistema prodottasi con l’infarto finanziario del 2008. Per l’Italia si tratta di un’occasione irripetibile per rientrare in gioco. Ecco perché il titolo delle prossime settimane sociali che si svolgeranno a Cagliari tra il 26 e il 29 ottobre 2017 – «Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale» – non è solo un auspicio, ma molto concretamente l’indicazione della strada che il Paese deve percorrere se vuole essere capace di futuro. La sfida che ci aspetta è infatti quella di un cambio di paradigma, passando da un modello basato sullo sfruttamento e l’espansione illimitata ad uno centrato sulla persona umana e sullo sviluppo sostenibile e inclusivo. Per far questo, il lavoro – come fonte ultima della produzione di valore, punto di incontro focale tra la vita personale e l’organizzazione sociale circostante – va ripensato come architrave su cui costruire la nostra vita comune. Per un’Italia davvero fondata sul lavoro, come recita la Costituzione.

Un lavoro libero, dove siano finalmente bandite tutte le forme di schiavitù, di illegalità e di sfruttamento e dove ogni persona sia messa nelle condizioni di poter dare il meglio di sé senza essere schiacciata dalla burocrazia o delle procedure. Un lavoro creativo, occasione per permettere a ciascuno di dare il meglio di sé dentro un’idea di innovazione che non è riducibile al solo aspetto tecnologico. Un lavoro partecipativo, nella consapevolezza che non c’è economia che possa prescindere dal contributo della persona umana. Un lavoro solidale, capace cioè di riconoscere che relazioni di reciproco riconoscimento e di alleanza tra soggetti diversi sono alla base di ogni vero sviluppo.

Se, come dicono ormai anche moltissimi economisti, la crescita oggi dipende dalla capacità di produrre valore condiviso, allora la costruzione di un sistema economico e sociale in grado di includere tutti è un obiettivo che occorre darsi per il prossimo futuro. Un tale cambiamento culturale non è fatto solo di parole. Semmai, si tratta di aprire una stagione di riforme audaci e lungimiranti: con modelli contrattuali e soluzioni organizzative innovative; forme istituzionali e strumenti fiscali nuovi; modulazioni originali tra lavoro retribuito e non retribuito, tra scuola e lavoro.

Per questo, nella linea indicata da Papa Francesco, il Comitato Organizzatore delle prossime settimane sociali ha deciso di ‘avviare un processo’ che vedrà nelle giornate di ottobre un momento importante ma certamente non risolutivo. L’obiettivo è di usare bene questi mesi confrontandosi con la realtà, arrivando così a costruire insieme una proposta concreta che possa davvero parlare al Paese, nella direzione di quella conversione a cui si è fatto prima riferimento. Una proposta che da un lato impegni ciascuno (persona o comunità) a fare ogni sforzo per risolvere il dolore derivante dalla mancanza di lavoro; e che dall’altro arrivi fino al livello istituzionale, con una proposta che possa spingere il Paese a fermare il suo declino e a guardare avanti con speranza e fiducia.

Nella migliore tradizione delle settimane sociali, quelli che ci aspettano sono dunque mesi impegnativi ed entusiasmanti. Come cristiani, uomini e donne di buona volontà, comunità radicate nei territori, movimenti e associazioni, l’occasione del prossimo evento di Cagliari è un modo per attivare le competenze e le risorse necessarie per affrontare insieme la questione più importante per tutti noi. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno. Non si tratta di questo. Si tratta invece di interrompere il circuito del fatalismo assumendo, tutti insieme, ciascuno nella propria responsabilità, un problema così grave e così urgente.


L’EVENTO

Dal 26 al 29 ottobre 2017 si svolgerà a Cagliari la 48esima Settimana sociale che avrà per tema «Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale». Con l’obiettivo di dare un contributo all’intera società italiana per uscire dalla crisi in cui versa, in questa edizione al centro verrà collocato il tema del lavoro. Questa Settimana sociale costituirà la tappa lungo un percorso già cominciato nei mesi precedenti e destinato a continuare. L’intenzione è stare vicini a quanti soffrono per aver perso il lavoro o perché non riescono a trovarlo, ma anche e soprattutto cercare soluzioni e avanzare proposte per il mondo del lavoro. Seguendo l’indicazione di papa Francesco, l’obiettivo è «avviare processi» che impegnino le comunità cristiane e la società italiana a rimettere il lavoro al centro delle nostre preoccupazioni quotidiane a motivo della ineliminabile dimensione sociale dell’evangelizzazione. «Avvenire» si mette al servizio del cammino di avvicinamento alla Settimana sociale in terra sarda anche pubblicando in questa pagina, a partire da oggi, una serie di interventi di personalità del mondo del lavoro, dell’economia, della cultura.

da Avvenire

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Scuola. Maturità: ecco i nostri svolgimenti delle tracce di italiano

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti e collaboratori di Avvenire di svolgere, ciascuno per il proprio ambito di competenza, alcune delle tracce proposte dal Ministero ai 500mila studenti che si sono confrontati stamani con la prova di italiano, la prima degli esami di maturità.

TIPOLOGIA A, ANALISI DEL TESTO. Giorgio Caproni è l’autore scelto per l’analisi del testo con la lirica «Versicoli quasi ecologici» tratta dalla «Res Ami». Tutte le tracce sul sito del Ministero

di Pierangela Rossi

«Non uccidete il mare, / la libellula, il vento./ Non soffocate il lamento /(il canto!) del lamantino./ Il galagone, il pino: / anche di questo è fatto /l’uomo. E chi per profitto vile / fulmina un pesce, un fiume, / non fatelo cavaliere / del lavoro. L’amore / finisce dove finisce l’erba / e l’acqua muore. Dove/ sparendo la foresta /e l’aria verde, chi resta / sospira nel sempre più vasto / paese guasto: Come / potrebbe tornare a essere bella, / scomparso l’uomo, la terra».

Sfuggendo sia al rischio di afasia (autodenunciato forte in Giorgio Caproni) sia a quello della invasiva chiacchiera, il poeta un tempo maestro di scuola, va in «Res amissa» (cioè cosa perduta e ritrovata, uscito postumo negli anni Settanta, con la cura del filosofo Agamben) alla radice della sua poetica: cioè l’andare agli interrogativi ultimi, fino a smarcarsi di ogni futilità («Dio, perché non esisti?» aveva detto). Nel testo proposto agli studenti della maturità, dei «versicoli», un suo sermo humilis, così com’era il carattere, un testo che è un miracolo di equilibrio tra contenuto e forma, settenari, novenari, enjambements, assonanze e allitterazioni, eccetera, fino a fare di due (contenuto e forma) una cosa sola, il poeta anticipa rispetto al tempo storico, un interrogativo divenuto oggi condiviso da molti. Davanti al rischio di una guerra atomica, si va ora all’essenza delle cose (almeno i più avvertiti).

Giorgio Caproni nei «versicoli» propone una natura alterata irreparabilmente dall’uomo. Una ferita che, anche dopo l’enciclica di papa Francesco, è divenuta esperienza quotidiana di smarrimento. Stanno uccidendo il mare e le foreste: le minute creature di un Eden soffocano ormai impietosamente. C’è però il limite umano di non vedere vie d’uscita se l’unica «salvezza» è la scomparsa dell’uomo dalla Terra. Dunque, un pessimismo fatale come fondamenta che si sbriciolano. Ma si sa che la poesia, dopo il dono del primo verso è tutta un lavorìo, e cantare e comporla musicalmente (il poeta aveva studiato ance il violino) è il compito della poesia, del poeta, anche perché «L’amore finisce dove finisce l’erba e l’acqua muore».

Il primo verso è «Non uccidete il mare»: perentorio, ultimativo, unisce sentimento e ragione. È un testo, anche, profetico: davanti alla dittatura del denaro si sfigura la Terra tutta. Fino ad auspicare la scomparsa dell’uomo: allora sì che sarebbe bella la Terra con le piccole creature, il galagone, il lamantino… Dunque un testo che interroga la nostra coscienza. Un contraltare laico e sintetico al Cantico delle creature di san Francesco. Ormai sembra dirci il poeta, non ci sarebbe più il lieto fine, la cruda realtà di questo mondo ha abolito anche le fiabe. Salvare il pianeta blu e verde è un imperativo per tutti, anche per sopravvivere e per le future generazioni. Infine, è tempo che i poeti parlino per tutti, a nome di ognuno.

TIPOLOGIA B, SAGGIO BREVE O ARTICOLO DI GIORNALE.

1) «La natura tra minaccia e idillio nell’arte e nella letteratura» è lo spunto da cui parte la traccia artistico-letteraria: gli autori proposti sono Giacomo Leopardi con «Dialogo della natura di un islandese» tratto da le «Operette Morali»; «I limoni» di Montale, da «Tutte le poesie»; «Il lampo» di Giovanni Pascoli, della raccolta «Poesie» e la lettera del 19 e 20 febbraio tratta da le «Ultime lettere di Jacopo Ortis» di Ugo Foscolo. Quanto ai quadri, sono stati proposti «Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi» di William Turner e «Idillio primaverile» di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Tutte le tracce sul sito del Ministero

di Roberto Carnero

Anche la seconda traccia della prova di Italiano (tipologia B, saggio breve di ambito artistico-letterario) verte sul tema della natura: La natura tra minaccia e idillio nell’arte e nella letteratura. Argomento di scottante attualità, se pensiamo al tema dei cambiamenti climatici e di come – appunto – la natura rischi di trasformarsi, in gran parte a causa dei comportamenti sconsiderati dell’uomo, in una presenza minacciosa per la sussistenza della vita stessa sul pianeta. Sono questioni che i maturandi hanno con molta probabilità ben presenti: l’uscita dall’accordo di Parigi decisa tra mille polemiche dal presidente degli Stati uniti Donald Trump ha generato, nelle scorse settimane, un dibattito politico e mediatico che di certo non è sfuggito ai ragazzi.

È vero che la traccia offre materiali artistici (quadri di William Turner e Giuseppe Pellizza da Volpedo) e letterari (passi delle opere di Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli ed Eugenio Montale) dell’Ottocento e del primo Novecento, ma in questa tipologia di prova si chiede allo studente di non limitare lo svolgimento a una sintesi o a una rielaborazione dei documenti presentati, bensì di arricchire la trattazione con riflessioni personali e riferimenti all’attualità, cosa che i commissari d’esame in genere apprezzano.

Del resto, la base di partenza costituita dai brani letterari è rappresentata da testi molti noti, di quelli cioè che non mancano su alcuna antologia scolastica: le Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo, il Dialogo della Natura e di un Islandese di Leopardi, Il lampo di Pascoli e I limoni di Montale: c’è, in verità, un autore “fuori programma”, Foscolo, che viene affrontato alla fine del
quarto anno, ma c’è da sperare che qualcosa, da una classe all’altra, venga ricordato.

Nel leggere questa traccia, perciò, i candidati avranno respirato, già da subito, una certa aria di famiglia, quel riconoscimento di ciò che è noto, di ciò che si sa perché lo si è studiato, che dà fiducia e aiuta a placare l’inevitabile ansia legata a una prova così importante quale, nonostante tutto, continua a rimanere l’esame di maturità.

2) Quella di ambito socio-economico mette al centro il rapporto fra «Nuove tecnologie e lavoro». Come testo il Miur ha proposto «Allarme Onu: i robot sostituiranno il 66% del lavoro umano» di Enrico Marro, pubblicato su Il Sole 24 Ore, «Industria 4.0, contrordine: i robot creano lavoro» di Federica Meta, da Corecom.it, «Il lavoro nel futuro: i robot saranno una minaccia o un’opportunità?» di Stefania Medetti. Tutte le tracce sul sito del Ministero

di Francesco Riccardi

È un futuro distopico, come raccontato in tanti film, quello che attende i ragazzi che oggi hanno affrontato la prima prova della maturità, trovandosi proprio a ragionare su come il progresso tecnologico minacci il loro avvenire lavorativo? La robotica e l’internet delle cose, cioè il collegamento in rete delle macchine, il progredire delle applicazioni di intelligenza artificiale, che permette alle stesse macchine di auto-apprendere, stanno effettivamente cambiando profondamente produzione e servizi. E, se ogni progresso tecnologico nella storia dell’uomo nel medio periodo ha finito per creare più posti di lavoro di quanti non ne avesse distrutti, dai primi anni 2000 questa certezza è stata messa in discussione dall’impennarsi della curva della produttività mentre quella dell’occupazione resta drammaticamente piatta, come hanno osservato per primi Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee. Nasce da qui l’allarme lanciato dall’Onu – ricordato nella traccia del tema – sul 66% di posti di lavoro che verranno sostituiti dall’impiego di robot e software in grado di svolgere le stesse mansioni finora appannaggio non solo di operai ma sempre più di impiegati e quadri intermedi. Negli ultimi anni, in effetti, sono stati molti gli studi di diverse agenzie che hanno calcolato il rischio di sostituzione di alcune professioni da parte delle macchine: a cominciare dai contabili, gli addetti ai trasporti, alle industrie di trasformazione, all’agricoltura e al commercio, fino al management in generale.

Proprio questa serie di analisi piuttosto pessimistiche, però, hanno finito per indicare le due vie di uscita per evitare il collasso dell’occupazione: da un lato puntare su una migliore – e soprattutto continua – formazione in ambito scientifico e tecnologico per imparare a progettare e a governare software e macchine. Dall’altro, più ancora, recuperare e puntare su ciò che i robot non potranno mai possedere: l’umanità. Sono la nostra creatività e più ancora la capacità di essere empatici con il prossimo, il nostro slancio solidale, l’andare anche oltre il calcolo delle possibilità e delle convenienze – quando si tratta ad esempio di soccorrere o di curare o di insegnare ed educare – che le macchine non avranno mai e che è fondamentale in tante professioni. Lasciamo pure che in futuro i robot ci allievino le fatiche, che i software ci risolvano i problemi e che le auto ci portino da sole dove dobbiamo andare. E riserviamo a noi uomini i lavori più belli: creare e prendersi cura l’uno dell’altro. In fondo è quello per cui siamo nati e che sappiamo fare meglio da milioni di anni: il futuro può essere utopico.

3)«Disastri e ricostruzione» è la riflessione su cui punta la traccia di ambito storico-politico, con Giorgio Boatti, Alvar Gonzalez-Palacios e il capitolo XXV de «Il Principe» di Niccolò Machiavelli. Tutte le tracce sul sito del Ministero

di Paolo Viana

Forse, tra cinquant’anni avremo sostituito i nostri paradigmi e la capacità di superare un disastro e ricostruire la vita di tutti i giorni come se nulla fosse successo si nutrirà di altri esempi: se mai dovesse proseguire la tragica serie dei terremoti, che sconvolgono il Centro Italia, probabilmente ricorderemo la reazione delle genti emiliane al sisma del 2012 come un esempio di resilienza sociale. Tuttavia, oggi, la reazione di Firenze e del Paese all’alluvione del 1966 rimane un punto di riferimento per chiunque voglia valutare la ricostruzione di una regione colpita da un disastro naturale.

«L’acqua aumentava […]: spaventoso, fango ovunque e un terribile odore di marcio e di benzina, vetri rotti, bottiglie, migliaia di libri disfatti nell’acqua sudicia…». Il racconto Alvar Gonzalez Palacios sul Il Sole 24 Ore del 28 ottobre 2016, nell’imminenza del cinquantesimo anniversario, ha rinnovato il ricordo dell’Arno che ruppe gli argini chiamando l’intero Paese a salvare la propria identità e il pianeta a soccorrere la propria Storia. Le parole dello scrittore cubano ci hanno fatto respirare, di nuovo, i miasmi di quella tragedia. Quelli limacciosi di Firenze, però, non dovettero essere più pungenti dell’odore di morte che avremmo respirato, decenni dopo, a Soverato, quando il Paese si convinse a darsi una normativa contro il dissesto idrogeologico; o dell’acre puzzo delle malte povere di Onna, sbriciolatesi nella terribile notte aquilana del 2009. Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce e infatti la ricostruzione non ha odore, perché cancella quello della morte. Quando fu ricostruita, in una dozzina d’anni, Montecassino, come ricorda Giorgio Boatti su La Repubblica, tutto avvenne «con una tempestività che oggi sembra incredibile ma che dice parecchio sulla vitalità di un’Italia appena uscita dal conflitto e decisa non solo a rimettere in piedi la produzione industriale ma determinata a conservare e valorizzare il suo patrimonio culturale». La motivazione che ci porta a contrapporre la volontà al destino, il quale, come ha scritto Macchiavelli «dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle», non si lascia certo soffocare dalla puzza del disastro. Anzi, arriva a compiere autentici miracoli, come far rivivere una cinquecentina affogata nel fango: «La natura – scrive infatti Gonzalez Palacios – sa distruggere infinite cose ma tutte possono essere riparate dagli uomini».

4) Tra i documenti proposti per il saggio tecnico-scientifico, che verte su «Robotica e futuro tra istruzione, ricerca e mondo del lavoro», ci sono il testo «All’indire un incontro sulla robotica educativa» di Fabiana Bertazzi, citazioni dal sito web della Scuola universitaria superiore «Sant’Anna» di Pisa e «Robot e intelligenza artificiale, i deputati Ue chiedono norme europee» di Alberto Magnani. Tutte le tracce sul sito del Ministero

di Paolo Ferrario

Se il futuro è dei robot, la governance e la responsabilità del sistema deve però restare saldamente nelle mani dell’uomo. La «responsabilità civile delle macchine» e la «creazione di uno status giuridico per i robot» sono tra gli aspetti principali della regolamentazione di un mercato che, secondo uno studio McKinsey, ha un impatto economico atteso di 4,5 trilioni di dollari entro il 2025. A scrivere le regole di un settore in continua espansione è impegnato da tempo anche il Parlamento Europeo, che ha attivato il progetto Robolaw, tra l’altro coordinato da un’italiana, la docente di Diritto privato della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, Erica Palmerini. La questione centrale è la regolazione dell’utilizzo di queste tecnologie che sono macchine al servizio della persona e, secondo il parere di esperti, come il gruppo di lavoro che si riconosce nella Scuola di robotica, non possono essere considerate “persone elettroniche” responsabili delle proprie azioni. Responsabilità che deve restare in capo a chi progetta, produce e programma i robot e che deve poter essere chiamato a rispondere degli eventuali danni arrecati dalle macchine.

L’utilizzo dei robot apre anche un fronte legato alla tutela della privacy e della gestione dei dati personali di cui le macchine entreranno in possesso e che dovranno essere protetti da utilizzi impropri. Il tema riguarda soprattutto l’impiego dei robot nel lavoro di cura delle persone, soprattutto anziani e disabili. In questo senso è senz’altro opportuna l’Agenzia europea per la robotica e l’intelligenza artificiale, il cui lancio è materia di discussione tra i deputati di Bruxelles. Un organismo che dovrà avere anche il compito di monitorare gli sviluppi di un mercato enorme con implicazioni dirette sulla vita delle persone.

TIPOLOGIA C. TEMA DI ORDINE GENERALE. La traccia di ordine generale ha per oggetto il tema del progresso, sia materiale che civile, e sono state proposte a ragazze e ragazzi delle linee orientative per sviluppare il loro testo a partire dall’articolo «Per migliorarci serve una mutazione» di Edoardo Boncinelli pubblicato su il Corriere della Sera il 7 agosto 2016. Gradite, per quest’ultima tipologia, commenti personali e riflessioni critiche. Tutte le tracce sul sito del Ministero

di Francesco Ognibene

Cosa rende una società più «civile»? E in cosa consiste il «progresso»? È sulla risposta a quesiti simili, e sulla condivisione almeno generale dei princìpi che la ispirano, che si costruisce una comunità umana capace di aggregare e non disperdere le relazioni che la mantengono unita. Proprio la crescente difficoltà di identificare un terreno comune, valori di riferimento riconosciuti dalla generalità dei cittadini come tali, rende oggi sempre più complessa una definizione di ciò che fa progredire davvero la collettività, e ciascuna persona in essa.

A moltiplicare l’incertezza è poi la progressione geometrica delle tecnologie e del loro impatto su abitudini, stili di vita e mentalità: illudendoci di poter assecondare ogni nostro desiderio e risolvere qualunque problema, fanno perdere di vista la responsabilità dei comportamenti individuali lasciando credere che la sola dimensione di progresso che realmente conta sia quella tecnico-scientifica, dalla comunicazione alla mobilità, dalla salute alle stesse origini della vita. La questione è assai più concreta di quanto possa sembrare. Impercettibilmente, stiamo cedendo i comandi della nostra esistenza a sistemi digitali governati da software che, nella loro forma più estrema (ma che sta ormai diventando di uso corrente), prendono la forma di apparati di intelligenza artificiale cui ci dicono che presto affideremo il controllo di pezzi della nostra quotidianità.

Una visione apocalittica? Chi non crede a questa prospettiva mediti soltanto sull’irruzione degli smartphone nella vita di ciascuno di noi: dieci anni fa appena nasceva il primo iPhone, e pareva una stranezza, già oggi quasi nessuno di noi riesce a immaginare la propria giornata senza la protesi elettronica compulsata d’istinto a ogni passo. La delega digitale, e ancor prima l’appalto al progresso nella sua esclusiva accezione indotta dall’incantamento miracolistico della tecno-scienza, induce dunque a credere che il governo della coscienza morale sulle azioni sia compresso ormai in un ruolo accessorio, là dove la potenza della macchina non riesce ad arrivare.

Ma nessun progresso è tale se non è guidato da una volontà ispirata a ciò che la rende più umana, a cominciare da ciò che la tecnologia mette più a rischio: la consapevolezza di vivere in una comunità capace di relazioni solidali, e non da individui isolati, padroni dei comandi elementari delle nostre terminazioni tecnologiche ma, forse, smarriti al cospetto delle loro incerte promesse di felicità.

TIPOLOGIA D, TEMA STORICO. Il miracolo economico degli anni ’50 e ’60 è argomento del tema storico, con Paolo Bevilacqua e il suo «Uomini, lavoro, risorse» in Lezioni sull’Italia repubblicana e «Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi» di Paul Ginsborg. Tutte le tracce sul sito del Ministero

di Marco Girardo

Coraggio, “fame” e una politica industriale lungimirante sono riusciti a trasformare nel secondo dopoguerra una giovane nazione sostanzialmente agricola e per di più devastata dalle bombe nella settima potenza economica globale. Il “miracolo italiano” degli anni Cinquanta e Sessanta ha determinato per la prima volta nella storia del nostro Paese, attraverso una crescita poderosa, un miglioramento significativo della qualità della vita e dei consumi, nonché una solida interconnessione con il commercio internazionale.

Tra il 1958 e il 1963 il Prodotto interno lordo aumentò di oltre sei punti percentuali. Gli elementi caratterizzanti della nostra “golden age” furono il basso costo della manodopera, una manodopera anche “giovane” sotto il profilo demografico, e la capacità delle imprese di imitare le innovazioni realizzate altrove. Queste tecnologie consentirono infatti un incremento vertiginoso della produttività – lo stesso “miracolo” non ci sarebbe riuscito invece con la rivoluzione elettronica prima e digitale poi.

Lo Stato seppe indirizzare in quei vent’anni il dinamismo del settore privato, anche attraverso i conglomerati pubblici, verso la manifattura, in particolare nei campi dell’automotive e degli elettrodomestici, favorendo la nascita dell’industria energetica, di quella chimica e siderurgica, che a loro volta hanno consentito lo sviluppo di un’ecosistema di piccole e medie imprese. Negli stessi anni venne realizzato lo scheletro delle infrastrutture italiane, sancendo per altro il primato del trasporto su gomma rispetto a quello su ferro o aereo, eredità che risulta oggi purtroppo più un limite che una risorsa. La crescita consentì infine alle finanze pubbliche di trasformare l’assistenza ai poveri in un programma di Stato sociale (Welfare state) che, in alcuni comparti, ad esempio la sanità, è diventato fra i primi al mondo per capacità di coprire l’intera popolazione. Il miracolo economico ci ha consegnato anche alcune riforme da avviare, a partire da un sistema di regole per far funzionare meglio il mercato. Riforme in molti casi successivamente abbozzate, ma non realizzate fino in fondo.

da Avvenire

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Maturità. Versione di Seneca e problema su bici con le ruote quadrate / LE SOLUZIONI

Oggi secondo giorno della maturità 2017. Dopo la prova di italiano, oggi per circa mezzo milione di studenti è il momento della seconda prova scritta, diversa a seconda dell’indirizzo scolastico: versione di latino al liceo classico, matematica per lo scientifico. Diritto ed economia politica al liceo delle scienze umane, tecniche della danza al liceo coreutico, economia aziendale per l’indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing degli Istituti tecnici, Tecniche professionali dei servizi commerciali per l’indirizzo Servizi commerciali degli Istituti professionali sono alcune delle altre materie selezionate per il secondo scritto negli altri indirizzi di studio.

La seconda prova è iniziata alle 8.30. Per consegnare lo scritto gli studenti hanno a disposizione 4 ore.

Dopo la prova di oggi, qualche giorno di pausa fino a lunedì 26, momento del cosiddetto “quizzone”.Dopodiché inizieranno gli orali: non c’è una data uguale per tutti, ma nella maggior parte dei casi inizierà un paio di giorno dopo l’ultimo scritto, al termine della correzione degli elaborati.

Al Classico la filosofia secondo Seneca

È Seneca l’autore proposto al liceo Classico per la versione di latino (ECCO LA NOSTRA TRADUZIONE). La versione da tradurre si intitola «Necessità della filosofia, cioè della saggezza» ed è tratta dalle Lettere a Lucilio.Secondo il sondaggio di Skuola.net, condotto su 2500 maturandi, 1 su 4 si aspettava proprio Seneca.

Nel brano l’autore parla del valore della filosofia e del bisogno che l’uomo ha di essa; ne descrive quindi le caratteristiche e le finalità, specialmente in relazione agli aspetti pratici della vita.

Allo Scientifico la bici con le ruote quadrate

QUI LE SOLUZIONI (Bocconi/MatePristem)

«Si può agevolmente camminare su una bici a ruote quadrate?». Inizia così il testo del primo problema della prova di matematica sottoposta ai maturandi dei licei scientifici. Nel quesito si fa riferimento al Mo-Math Museum of Mathematics di New York dove questo si può fare in uno dei padiglioni dedicati al divertimento matematico. “È però necessario che il profilo della pedana sui cui il lato della ruota può scorrere soddisfi alcuni requisiti” e perciò si richiede agli studenti uno studio di funzione con punti di non derivabilità.

Una prova ben congegnata, secondo il preside della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della sede di Brescia dell’Università Cattolica Alfredo Marzocchi, che in questo video a cura di Lorenzo Rossi spiega come arrivare alla soluzione.

Il secondo problema è uno studio di funzione con limiti e grafici di derivata e primitiva. Gli argomenti del questionario spaziano su tutto il programma scolastico e riguardano, tra gli altri, il Teorema di Rolle, Volume sfera e cilindro, Retta e piano nello spazio.

Su due problemi e dieci domande, per superare la prova agli studenti è richiesto di risolvere almeno un problema e di rispondere ad almeno cinque domande.

da Avvenire

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Caproni scoperto agli esami. La poesia è lo scavo interiore

Gennaio di tre anni fa. Qui si parlava di Giorgio Caproni. Per la rassegna di poesia “Nove Novecento”, una puntata sul poeta che la prova degli esami di Stato ieri ha portato sulla bocca di molti.

da radio vaticana

“Per me il poeta – diceva – è un po’ come il minatore che, dalla superficie dell’autobiografia scava, scava, scava, scava finché trova un fondo nel proprio io che è comune a tutti gli uomini”. Realizzazione di Antonella Palermo, con il critico letterario e poeta Daniele Piccini.

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Papa messaggio ai docenti universitari: dialogo favorisce incontro tra culture

“Riflettere sul fondamentale ruolo della istituzione accademica nell’educazione umana e culturale delle giovani generazioni, in un ambito sociale profondamente trasformato”. Con queste parole Papa Francesco attraverso un telegramma ha voluto salutare i numerosi partecipanti al XIV Simposio internazionale dei docenti universitari, promosso dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria della diocesi di Roma, che si apre oggi pomeriggio e prosegue fino a sabato, alla Pontificia Università Lateranense, e che avrà come filo conduttore il tema “La Terza missione delle Università, dei Centri di Ricerca e delle Istituzioni dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica in Europa. Per uno sviluppo umano e globale”. Il Papa partendo proprio dalla presenza di rappresentati di differenti culture e tradizioni, ha auspicato che possa essere favorito, durante questo incontro un confronto costruttivo riguardo il fondamentale apporto di quei “valori cristiani che – scrive il Santo Padre – hanno forgiato il pensiero e l’arte nelle varie nazioni, promuovendo incessantemente solidarietà, rispetto della dignità umana, e privilegiando il dialogo come forma di incontro”.

radio vaticana

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Papa: “I care”, come Don Milani curiamoci degli altri ma senza buonismi

Un pastore deve essere appassionato, deve saper discernere e deve anche saper denunciare il male. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta dove si è soffermato sulla figura dell’Apostolo Paolo per poi rivolgere il pensiero all’esempio offerto da Don Milani. Come il parroco di Barbiana, ha detto il Pontefice, bisogna prendersi cura del prossimo, ma senza buonismi ingenui. Il servizio diAlessandro Gisotti da Radio Vaticana

“Il Buon Pastore dà la sua vita per le sue pecore”. Papa Francesco ha preso spunto nella sua omelia dalla Prima Lettura – tratta dalla Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi – per soffermarsi sulle caratteristiche che dovrebbe avere un pastore. Il Pontefice ha trovato proprio in San Paolo la figura del “pastore vero”, che non abbandona le sue pecore come farebbe invece “un mercenario”. La prima qualità, ha dunque indicato, è di essere “appassionato”. Appassionato “fino al punto di dire alla sua gente, al suo popolo: ‘Io provo per voi una specie di gelosia divina’”. E’ “divinamente geloso”, ha commentato il Papa.

Il vero pastore sa discernere, si guarda dalla seduzione del male
Un passione dunque che diventa quasi “pazzia”, “stoltezza” per il suo popolo. “E questo – ha soggiunto – è quel tratto che noi chiamiamo lo zelo apostolico: non si può essere un vero pastore senza questo fuoco dentro”. Una seconda caratteristica, ha proseguito, il pastore deve essere “un uomo che sa discernere”:

“Sa che c’è nella vita la seduzione. Il padre della menzogna è un seduttore. Il pastore, no. Il pastore ama. Ama. Invece il serpente, il padre della menzogna, l’invidioso è un seduttore. E’ un seduttore che cerca di allontanare dalla fedeltà, perché quella gelosia divina di Paolo era per portare il popolo a un unico sposo, per mantenere il popolo nella fedeltà al suo sposo. Nella storia della salvezza, nella Scrittura tante volte troviamo l’allontanamento da Dio, le infedeltà al Signore, l’idolatria come se fossero una infedeltà matrimoniale”.

Bisogna sapere denunciare il male, non essere ingenui
Prima caratteristica del pastore, dunque, “che sia appassionato, che abbia lo zelo, che sia zelante”. Seconda caratteristica, “che sappia discernere: discernere dove ci sono i pericoli, dove ci sono le grazie … dove è la vera strada”. Questo, ha sottolineato, “significa che accompagna le pecore sempre: nei momenti belli e anche nei momenti brutti, anche nei momenti della seduzione, con la pazienza li porta all’ovile”. E la terza caratteristica: “la capacità di denunciare”:

Un apostolo non può essere un ingenuo: ‘Ah, è tutto bello, andiamo avanti, eh?, è tutto bello … Facciamo una festa, tutti … tutto si può …’. Perché c’è la fedeltà all’unico sposo, a Gesù Cristo, da difendere. E lui sa condannare: quella concretezza, dire ‘questo no’, come i genitori dicono al bambino quando incomincia a gattonare e va alla presa elettrica a mettere le dita: ‘No, questo no! E’ pericoloso!’. Ma, mi viene in mente tante volte quel ‘tuca nen’ (non toccare nulla ndr), che i miei genitori e nonni mi dicevano in quel momenti dove c’era un pericolo”.

Prendersi cura degli altri senza buonismi, come faceva Don Milani
“Il Buon Pastore – ha detto ancora – sa denunciare, con nome e cognome” come appunto faceva San Paolo. Francesco è dunque tornato alla sua visita a Bozzolo e Barbiana, nei posti, ha commentato, “di quei due bravi pastori italiani”. E parlando di Don Milani, si è riferito a quello che era il suo “motto” quando “insegnava ai suoi ragazzi”:

I care. Ma cosa significa? Mi hanno spiegato: con questo lui voleva dire ‘mi importa’. Insegnava che le cose si dovevano prendere sul serio, contro il motto di moda in quel tempo che era ‘non mi importa’, ma detto in altro linguaggio, che io non oso dirlo qui. E così insegnava ai ragazzi ad andare avanti. Prendi cura: prenditi cura della tua vita, e ‘questo no!’”

Saper dunque denunciare anche “quello che va contro la tua vita”. E tante volte, ha detto, “perdiamo questa capacità di condanna e vogliamo portare avanti le pecore un po’ con quel buonismo che non solo è ingenuo” ma “fa male”. Quel “buonismo dei compromessi”, per “attirarsi l’ammirazione o l’amore dei fedeli lasciando fare”.

“Paolo l’Apostolo, lo zelo apostolico di Paolo, appassionato, zelante: prima caratteristica. Uomo – ha ripreso Francesco – che sa discernere perché conosce la seduzione e sa che il diavolo seduce – seconda caratteristica. E un uomo con capacità di condanna delle cose che faranno male alle sue pecore: terza caratteristica”. Il Papa ha quindi concluso con una preghiera “per tutti i pastori della Chiesa, perché San Paolo interceda davanti al Signore, perché tutti noi pastori possiamo avere queste tre tracce per servire il Signore”.