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Omelia di Mons. Caprioli a Fontanaluccia nel centenario della nascita di Don Mario Prandi

Venire qui a Fontanaluccia è per tutti e ciascuno di noi come ritornare a casa. È ritornare alla fonte di quell’acqua zampillante per la vita che il Signore ha fatto scaturire da qui. Ritornare qui è bello nella memoria della Beata Vergine del Monte Carmelo. Ancora più bello è ritornare nell’anno centenario della nascita di don Mario, che qui ha iniziato i primi passi di un lungo cammino. Quale?
 
Parroco in montagna
Don Mario Prandi è arrivato qui a Fontanaluccia il 31 ottobre 1938. È lo stesso don Mario che dopo il suo ingresso annota nel suo diario: “Prete – di città – in montagna più alta”, come racconta nel suo bel libro il prof. Chesi (Sandro Chesi, …dicevano: «È fuori di sé», Diabasis, Reggio Emilia 2005, p. 92). Precisazione non secondaria per dire la sua iniziale inesperienza del nuovo ambiente. Dalla città alla montagna — e lì restare parroco per tutta la vita —, rivela.
“Se tu vedessi che prete…”, era la voce che passava di casa in casa; dava da subito l’immagine di un prete fuori dagli schemi (Chesi, p. 91). Che cosa deve aver colpito subito la gente di montagna? Dice la pagina di Vangelo proprio di questa festa che “Gesù, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quell’ora il discepolo l’accolse in casa sua” (Gv 19,26-27).
 
Colpisce questo Gesù che, prima di parlare, guarda, osserva e riconosce i volti delle persone accanto. Che cos’ha di singolare questo sguardo di Gesù dalla Croce? Credo di potere dire si tratti di uno sguardo di immensa pietà. Ed è uno sguardo di pietà che abbraccia tutti; abbraccia la Madre e il discepolo: la Madre, che non lo aveva abbandonato, e il discepolo che, dopo averlo abbandonato, era ritornato sui suoi passi.
 
Bisogna ritornare a guardare i volti come Gesù in croce. Gesù dalla croce non dà tanto lezioni di solidarietà, non elabora teorie della società… Cerca piuttosto i volti, li fissa con attenzione e delicatezza, impara a leggervi le inquietudini, le sofferenze e le attese. È quello che deve aver colpito, dall’inizio, la gente di montagna: come Gesù, don Mario doveva essere un attento osservatore (cfr. Chesi,pp 98-99); osservatore della vita e dell’ambiente, delle sue tradizioni e feste, preoccupandosi perfino di ripristinare la banda (Chesi, p. 108), ma attento anche ai problemi di povertà, di lavoro, di assistenza, di pane, di casa, della mancanza di strade, i problemi dei senza casa…
 
Che cosa diventa la parrocchia agli occhi di questo suo parroco “fuori dagli schemi”? Certo che la parrocchia resta come centro cui si converge per le funzioni religiose, per la celebrazione dell’Eucaristia e l’ascolto della Parola di Dio; ma anche come centro di promozione umana (cfr. Chesi, capp. settimo e diciottesimo), dove il Signore rimette i peccati, ma nello stesso tempo distribuisce i pani e i pesci, e sana le infermità. Vita parrocchiale è anche quella che si svolge nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nella scuola, nella vita quotidiana, affinché la vita cristiana non sia solo un convergere verso la comunità, ma la parrocchia si dilati verso gli spazi della vita quotidiana, soprattutto verso la famiglia.
 
Don Mario, prete diocesano
 
C’è un secondo aspetto che mi ha colpito di don Mario, ed è il suo non solo “fare il prete” — e farlo senza risparmio di tempo e di energie fino al classico “esaurimento da superlavoro” —, ma il suo essere prete e prete diocesano. Essere prete, anche per il prete diocesano, è di più che fare bene il prete. Quelli di don Mario parroco erano gli anni di grande entusiasmo per le opere parrocchiali: cinema, ricreatori, opere sociali, circoli…
 
Alle preoccupazioni del vescovo Beniamino Socche e di vari sacerdoti (don Guerrino Orlandini e don Umberto Giaroli) che si ponevano il problema di come nutrire la spiritualità dei sacerdoti, don Mario, interpellato come delegato di zona, rispondeva nell’Anno mariano del 1954 con una lunga lettera il cui punto essenziale era questo: “Ci vuole un centro alimentare… per un gruppo di preti — e perché no, laici — che in diocesi domandino al buon Dio il mondo migliore e lo vivano loro in povertà, in nascondimento, in apparente inattività, anche come reazione a questo dilagare di occupazioni e impegni che così miseramente e vigliaccamente ci svuotano di quello che è essenziale” (Chesi, p. 279).
 
Non è un caso che don Mario già sognasse una qualche forma di “Congregazione Presbiterale del cenobio”, e talvolta desiderasse di rifugiarsi in clausura — come avvenne nel 1945 con il permesso del vescovo presso la Certosa del Galluzzo a Firenze —, dove “smontarsi e rifarsi, per mettersi al passo con la grazia”. Sì, don Mario ha vissuto in prima persona il difficile equilibrio tra Marta e Maria, le sorelle della casa di Betania, dove Gesù amava essere ospitato. E don Mario amava così educare Suore, i Fratelli, la famiglia delle Case della Carità, dotandole di una “Casa di preghiera”, e chiedendo ospitalità e ritiro spirituale presso monasteri come quello di Baggiovara (cfr. Chesi, cap. ventitreesimo).
 
È questa una bella immagine di Chiesa, come dice S. Paolo nella seconda lettura: “Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno: chi ha il dono della profezia… chi ha un ministero… chi insegna… chi esorta… chi presiede… chi fa opere di misericordia…” (Rm 12,6-8, il testo che abbiamo meditato con il clero in Quaresima). La Chiesa particolare valorizza la pluralità e diversità dei doni e carismi. Certo il compito del presbitero è diverso da quello del diacono, del cristiano laico, e di una persona consacrata.
 
Ma, essere prete, è di più che fare il prete, richiamavo nell’Omelia della Messa Crismale. Come la Chiesa può aprirsi al mondo, se i suoi ministri non hanno più nessuna interiorità da offrire? E se non si tiene vivo l’intimo rapporto con il Signore Gesù, il tesoro nascosto da Dio nel campo della Chiesa (cfr. Mt 13,44)? A questo il prete oggi è chiamato, con la parola e con la testimonianza personale della vita. È vero, di fronte all’insufficienza della nostra azione sacerdotale, spesso e volentieri, diamo la colpa ai metodi non aggiornati, e non sempre a torto.
 
Ma se oggi abbiamo bisogno di nuovi metodi di azione, il nostro bisogno più grande e urgente è l’approfondimento di ciò che è l’essenziale. Senza questo impegno, anche i metodi di azione più aggiornati resteranno inefficaci. Possiamo fare oggi un parallelo con il santo Curato d’Ars, la figura che ci ha accompagnato nell’Anno sacerdotale: l’attualità del suo messaggio deriva proprio dal fatto che egli non ha introdotto una forma particolare di azione, un nuovo metodo di apostolato — anche se non ha mancato di fare questo — ma scaturisce anzitutto da un approfondimento spirituale di una unica condizione: quella di sacerdote, di parroco in particolare, mandato dalla sua Chiesa ad Ars, dove c’era bisogno.
 
Don Mario, profeta di Dio
 
Un terzo e ultimo aspetto mi piace richiamare. Ma qui lascio la parola a don Mario in una bella omelia alla vigilia di questa festa della Beata Vergine del Carmelo — era il 1966 — sulla figura del profeta Elia, di cui abbiamo ascoltato il racconto nella prima lettura (1 Re 19,3-8).
 
«Che la festa del Carmine vi ricordi la tradizione del nostro ordine: la ricerca di Dio, l’avvicinamento di Dio! Non mi importa un bel cavolo che non facciate dei peccati; quello che mi importa è che abbiate dentro di voi un sedimento, un deposito di Dio!
Ricercate la solitudine, la clausura!… Non per andarci in clausura, non per farla, ma per isolarci con Dio. Questa brama bisogna che ci sia in ogni cuore. La ricerca della solitudine con Dio per trovarlo, per trovare Lui solo! Questo è il Carmelo! La solitudine per l’incontro con Dio, per distendersi davanti a Dio come davanti al sole, per prendere da Lui, quello che Lui vuole darci! Prendere Dio come si prende l’ossigeno, l’aria il sole. E se ci farà venire fuori le croste, l’eruzione, le scottature… Bene! (Dio te stradora la “scottatura di Dio”!)…
Noi dobbiamo cercare Dio, non il povero. Abbiamo scoperto che prendendo delle “pillole di povero” si arriva prima a Dio, ma il fine è Dio, non il povero!» (Chesi, p. 290).
 
È azzardato paragonare don Mario al profeta Elia? Elia era il profeta grande e misterioso, che si è trovato a compiere cose, che solo una totale volontà di obbedienza a Dio gli ha consentito di compiere, malgrado la stanchezza, lo sfinimento, l’incomprensione, l’assurdità.
 
Come il profeta Elia, don Mario anche nei momenti di prova ha trovato la forza di continuare il suo cammino, in quell’invito: “Alzati, e mangia”. Questo invito andava oltre l’invito del vescovo Socche, quando gli raccomandava: “Mangia e vai adagio”, come a dire: lascia che anche gli altri non abbiano il tuo ritmo “stroncagambe!” (cfr. Chesi, p. 312).
 
“Alzati e mangia” era piuttosto l’invito a trovare nell’Eucaristia la Parola e il Pane che è Gesù stesso, capace di convertire la propria esistenza in pane di vita per gli altri. Amo pensare e pregare che, come per don Primo Mazzolari, per don Mario i suoi parrocchiani abbiano potuto dire: “Ci bastava guardarlo, vederlo passare. Per noi era pane”.
 
+ Adriano VESCOVO
 
Fontanaluccia, 16 luglio 2010 – webdiocesi Reggio Emilia