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Olivelli, il Kolbe della Resistenza

Scriveva tempo fa Tino Bino che, nei giorni di scelte difficili, l’esercizio della memoria si affida alle fondamenta, alle biografie memorabili, non discutibili. Fra queste, indicava al primo posto quella di Teresio Olivelli. Non so se questo docente dell’Università Cattolica di Brescia (che pure nel suo Archivio storico della Resistenza custodisce carte olivelliane) avesse in mente riflessioni analoghe e convergenti sullo stesso nome. Di certo le aveva registrate anche Alberto Caracciolo in alcune note, stese nel 1975, per una commemorazione dell’amico al quale aveva, fra l’altro, dedicato la prima biografia (Teresio Olivelli, La Scuola 1947). In quelle righe (in pagina ne proponiamo uno stralcio, dalla raccolta
Filosofia e martirio curata da Giovanni Moretto per le Edizioni dell’Orso) c’è pure il senso del nostro ricordo del partigiano cattolico morto settant’anni fa e per il quale è stato avviata la causa di beatificazione.
Olivelli è un uomo che davvero scuote ancora la mediocrità del nostro vivere, un testimone che, continua a interrogarci. Indicandoci un percorso di vita cristiana: abitato da una fede che guarda al valore redentivo della Croce, da una speranza già fiducia nella vita futura, da una carità dono d’amore fino al sacrificio di sé. E indicandoci la possibilità di tempi di pentimento e di ribellione, su cammini di libertà e di profezia evangelica.

Così emerge anche dalla biografia olivelliana di Paolo Rizzi,
L’amore che tutto vince: vita ed eroismo cristiano di Teresio Olivelli,
basata su materiali d’archivio e uscita con la Libreria Editrice Vaticana nel 2004. Nato a Bellagio (Como) nel 1916, ma cresciuto nella Lomellina, dove la sua famiglia si era trasferita quando aveva sette anni. Formazione compresa fra Azione Cattolica, San Vincenzo e Fuci. Ginnasio a Mortara, liceo a Vigevano, università a Pavia, come allievo del Collegio Ghislieri alla Facoltà di giurisprudenza. Nominato assistente alla cattedra di diritto amministrativo presso l’Università di Torino subito dopo la laurea, Olivelli abbracciò in quel periodo gli ideali del fascismo, diventando nel 1940 segretario del Servizio Studi dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, poi rappresentante del Partito nazionale fascista presso il Consiglio Superiore di Demografia e Razza al Ministero dell’Interno.

Un’adesione al regime, la sua, «di natura più psicologica che ideologica» (spiega Caracciolo), nella convinzione, come pensava padre Gemelli, di poter cristianizzare il fascismo dall’interno.
Arruolatosi come volontario, nell’estate del ’42 Olivelli partì per il fronte
russo; solidale con tanti giovani soldati, dopo ave rifiutato l’esonero. Tornato in patria nel marzo ’43, dopo aver vissuto la drammatica ritirata dell’Armir (con un’abnegazione ben testimoniata dagli alpini sopravvissuti), chiuse i conti col fascismo aprendo gli occhi
alla realtà. Richiamato in servizio nel successivo luglio, al momento dell’Armistizio, l’8 settembre, rifiutatosi di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò, fu deportato in Austria. Da lì, dopo vari tentativi, riuscì a fuggire alla fine di ottobre. Stabilitosi clandestinamente a Milano, svolse funzioni di collegamento tra il Comitato di liberazione nazionale locale e i partigiani delle Fiamme Verdi di Brescia e Cremona. Insomma, una parabola per così dire, da ‘pentito’ a ‘ribelle’: gli bastò stare dentro tutto il contesto per passare tutto dall’altra parte.

E proprio Il Ribelle fu il nome del giornale clandestino da lui fondato insieme a Claudio Sartori, sul quale disegnò le linee portanti della futura Ricostruzione, sognando un’Italia «più libera, più giusta, più solidale, più cristiana». Il motto del Ribelle era: «Non vi sono liberatori, ci sono solo uomini che si liberano ». La preghiera, invece: «Signore della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore ». Questo dunque il concetto olivelliano di Resistenza, concepita come ribellione dello spirito alla tirannide. Arrestato a Milano il 27 aprile ’44, imprigionato a San Vittore dove fu torturato poiché gli erano stati trovati addosso diversi documenti compromettenti evitò l’immediata fucilazione solo per l’intervento del cardinale Schuster. Trasferito nel campo di Fossoli, presso Carpi, nell’agosto del ’44 passò a Bolzano-Gries e all’inizio di settembre partì per il lager di Flossemburg. Lì, nonostante le privazioni e ripetute punizioni, animò pratiche quotidiane di preghiera tra i compagni, che pure cercava di difendere nelle loro condizioni disumane, intervenendo per farne rispettare il diritto al cibo e distribuendo la razione supplementare che riceveva per il suo servizio di interprete.

In settembre, già destinato al servizio burocratico, preferì seguire gli italiani avviati al campo di Hersbruck, scegliendo così la via del Calvario. Lì morì il 17 gennaio ’45, neppure trentenne, a causa delle percosse sferrategli da un sorvegliante, dopo che aveva cercato di aiutare un prigioniero. «La Chiesa riconosca anche per Teresio Olivelli il martirio…», chiedeva all’inizio dell’anno scorso l’Associazione Partigiani Cristiani, dopo la decisione dei vescovi lombardi di associarsi all’istanza presentata dalla diocesi di Vigevano alla Congregazione per le cause dei santi per una prosecuzione della causa Olivelli (iniziata nel 1987) attraverso la via martiriale (proprio sulla base della  documentazione della positio e del giudizio dei periti storici). Un martirio di carità, epilogo di un percorso verso la santità nel segno di un impegno umano e morale straordinario. Il percorso di un laico (secondo don Mazzolari «lo spirito più cristiano del nostro secondo Risorgimento ») che ha testimoniato il Vangelo con la vita e la morte. Un martire per il quale potremmo dire con San Paolo che «defunctus adhuc loquitur
», e davvero ci parla ancora.

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