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Nonviolenza / La testimonianza Daoud Nassar: a Betlemme la mia fattoria che coltiva dialogo

Daoud Nassar, 46 anni, cristiano palestinese, è uno dei leader della nonviolenza del suo Paese grazie all’originale programma «Tenda delle Nazioni», iniziato nella fattoria di famiglia presso Betlemme per promuovere la tolleranza e il dialogo nei territori interessati dallo scontro tra palestinesi e israeliani. Nassar ha parlato ieri e parlerà ancora domattina (Verona, ore 9.15; qui sopra una sintesi del suo intervento) alla XII edizione del Festival Biblico di Vicenza, che si è aperta giovedì sotto il titolo «Giustizia e pace si baceranno» e fino al 29 maggio prevede oltre 150 eventi in varie città delle province di Verona, Trento, Padova e Rovigo. Tra gli ospiti attesi: Dacia Maraini, Agnes Heller, Jean-Louis Ska, Agnese Moro, Maroun Elias Lahham (vescovo di Amman), Andrea Riccardi, don Luigi Ciotti, Nando Dalla Chiesa, Enzo Pace, Ernesto Olivero, Adolfo Pèrez Esquivel.

Ci troviamo in una situazione di grande conflitto ben nota a tutti, che fa davvero male non solo a me, alla mia famiglia, alla mia terra ma anche ai miei vicini di casa, che siano ebrei o musulmani. Il desiderio di pace comunque sia non è spento, anzi è più potente di qualsiasi ingiustizia subita. Ritengo sia sbagliato rispondere combattendo con violenza, perché produce male da tutte le parti e soprattutto non è vero che si ottiene un risultato soddisfacente.

Una vittoria ottenuta oggi, raggiunta con la violenza, prima o poi è una sconfitta amara domani per tutte le parti chiamate in causa e per le giovani generazioni. Interpretare il ruolo delle ‘vittime’ anche questa è una scelta sbagliata, così come aspettare che altri trovino soluzione ai nostri problemi, o lasciare che altri approfittino della nostra remissività. Molti preferiscono fuggire… Anche con questa soluzione non sono d’accordo.

La terra è madre, è l’unica madre di tutti coloro che vi abitano. Non voglio abbandonare mia madre e non chiedo ai miei fratelli di abbandonare mia madre, che siano ebrei, musulmani o cristiani. Inoltre, fuggire da questa terra significa fuggire da un conflitto che, in fondo, mi chiede di rimanere, mi richiama a quella responsabilità che gioca un ruolo importante, dal quale non sarebbe corretto fuggire. Il conflitto, in fondo, nasconde una chiamata. Ciò che ritengo indispensabile è rispondere a qualsiasi azione di conflitto con una disponibilità al dialogo creativo, denunciare sempre per vie legali un’azione ingiusta, rimanendo sempre nella disponibilità a ricominciare la relazione con chi ci ha inflitto l’ingiustizia. Significa non perdere mai e per nessun motivo la speranza. Voglio dire che è necessario attuare strategie non violente per relazionarsi con chi è vicino a noi e non riesce ancora a vederci come fratelli.

Fondamentale è creare una rete di solidarietà e condivisione di questo stile, di questo ideale, sia con i nostri vicini che a livello internazionale, per essere, reciprocamente, fonte di ispirazione costruttiva per il bene comune e condiviso. Altra cosa indispensabile è educare i nostri figli a questo stile evangelico, mettendoli a contatto con Madre Terra e facendoli crescere come crescono i nostri raccolti: in pace e per la pace. La visione che da sempre, con la mia famiglia da più generazioni, vogliamo perseguire è mettere in relazione le persone tra loro, attraverso il lavoro costruttivo e rispettoso della terra, creando così ponti di comprensione e di pace, risvegliando la consapevolezza di sé e delle proprie attitudini, proprio attraverso il dialogo e il lavoro condiviso.

Con questo atteggiamento, il diverso non è più una persona di cui diffidare, ma diventa una risorsa di scambio per imparare e fare esperienza di tutto questo. Un Paese come il mio, che vive continue evoluzioni sociali e culturali controverse di due popoli che non sanno ancora convivere pacificamente, invita ad aprirsi ad un atteggiamento libero e all’opportunità di sperimentare un’accoglienza disarmata, che va oltre i limiti di paure e violenze. Quando si subiscono atti di prevaricazione, è importante, per la propria dignità e per salvaguardare anche la dignità di chi compie atti di ingiustizia, agire e reagire in modo costruttivo e relazionale. Sempre. L’altro rimane scioccato, l’ho visto con i miei occhi, quando la reazione non corrisponde a ciò che normalmente ci si aspetta quando si vive nel conflitto…

È più istintivo rispondere con violenza alla violenza oppure chiudersi nel vittimismo oppure non affrontare a testa alta la situazione e fuggire. Le tensioni portano sentimenti di tristezza, rabbia, solitudine e abbandono, ma il vero sentimento che sovrasta tutto ciò è l’amore e il rispetto verso la dignità propria e quella dell’altro, chiunque esso sia e in ogni circostanza, soprattutto nel conflitto. Il discernimento nello stare dentro a una situazione difficile fa la differenza! Molte persone credono che reagire con la violenza possa portare a qualche risultato e porti nuovi sviluppi; io non lo credo: io cerco il contatto umano sempre e con chiunque.

Quando si sente parlare dai media delle contraddizioni presenti nel mio Paese, l’idea comune è purtroppo negativa, quella che due popoli che vivono qui siano nemici. Io, con la mia famiglia, vogliamo uscire da questo circolo che non porta a niente e non fa bene a nessuno. È una necessità fondamentale volgere lo sguardo in una visione più ampia e nitida di quello che succede qui. Se qualcuno mi dice che io ho un nemico o che io stesso lo sono o che subisco i torti che rappresentano lo scenario dell’immaginario collettivo di questa terra, io rispondo: «Tu lo dici, ma io non sono un nemico e non ti considero tale, io cerco la pace delle relazioni e la giustizia dei fatti».

Di fronte a un tipo di reazione come questo, l’altro rimane scioccato, completamente disarmato. Io guardo l’altro come fratello, questo è l’imprinting di ogni mia azione. Il mio agire parte da questo. Ciò che si muove nell’altro è l’inizio di una corrispondenza di sguardi che sciolgono le diffidenze, le paure e le violenze. Uno sguardo, un invito al dialogo… sono la forza che sovrasta il conflitto e l’ingiustizia. Ed è in questo preciso momento che nella coscienza di entrambe le parti qualcosa cambia, la visione della situazione assume un’altra prospettiva e lo sguardo verso l’altro si apre a una comprensione più grande e obiettiva. È una visione del cambiamento che parte dal basso, dalla semplicità del quotidiano e dalla fede nella speranza e nella possibilità di vera relazione. In questo modo, la frustrazione si trasforma in un agire che tende alla ricerca di dialogo, a mettere da parte egoismi e mentalità miopi. Sono chiamato a non avvilirmi, a non fermarmi e a non criticare le azioni di altri.

Credo che il vero valore dell’uomo si manifesti attraverso l’agire che ha come obiettivo l’espressione della propria dignità umana, la propria spiritualità e il rispetto verso la dignità e spiritualità altrui. Chiunque osservi realmente il lato umano del prossimo certo non può più considerarlo un nemico, non è umanamente possibile. Allora perché non risvegliare in noi questo senso costruttivo e creativo nella quotidianità? Qualunque essa sia… Questo è molto importante per me, è il mio messaggio cristiano di fede e di uomo che affronta con tenacia, speranza e fede la propria esistenza. Non è una debolezza amare, è la forza! Proprio perché non è facile, soprattutto in contesti di conflitto, amare è la vera forza! Chi è di ostacolo a questo può anche essere più potente, può anche avere più libertà o i mezzi e gli strumenti per prevaricare, ma il modo di vedere le cose, la spiritualità insita in ciascuno e il lato umano sono ancora più potenti…

È una potenza che parte dall’intima coscienza interiore, è una forza che si muove dal basso, dal semplice e dal quotidiano. Se si affrontano in questo modo le situazioni difficili, allora la coscienza cambierà, la vita cambierà, le relazioni stesse cambieranno… E più diffonderemo questo atteggiamento, più esso divamperà e si propagherà cambiando il mondo.

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