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Non sappiamo più possedere. E non ci resta che vendere…

Di solito si pensa che basti comprare una cosa per averla. Ma in che modo quello che compriamo diventa nostro? Mi pongo spesso questa domanda quando vedo sui miei vestiti i nomi di Hugo Boss e di Abercrombie & Fitch, oppure il piccolo giocatore di polo di Ralph Lauren, mentre io non ho mai giocato a polo e gli sport con la palla non sono mai stati il mio forte – neanche il calcio-balilla… E siccome i marchi ci trasformano in specie di uomini-sandwich volontari, possiamo seriamente chiederci se i loro prodotti davvero ci appartengono o se invece siamo noi ad appartenergli. Del resto il prêt-à-porter non ha alcun interesse ad esser fatto su misura. Se qualcosa ci va a pennello non saremmo presto spinti ad acquistare qualcos’altro. Le carte di fedeltà sono molto spesso gli emblemi di un tradimento consenziente e ripetuto: il segno che ciò che ci è stato venduto non era adatto a noi al punto da rendere inutile il ritornare. Un buon sarto invece non teme di mandarci altrove: il suo taglio ci si attaglia così bene, è così ben fatto e così poco soggetto alla moda, che non ci occorre comprar da lui nient’altro, anche se la sua persona ci sta a cuore. La cosa più bella, quasi non oso immaginarlo, sarebbe avere un vestito tagliato per me da qualcuno con cui avessi una relazione, non di denaro, ma di amicizia, forse anche di amore, mia moglie per esempio, se possedesse perfettamente l’arte del cucito. Con quale fierezza allora indosserei l’abito sul quale lei avesse ricamato le nostre iniziali intrecciate! Quasi non oso immaginarlo – dicevo – perché so che questo sogno è reazionario, sessista, se non addirittura fascista, certo, tanto è oggigiorno evidente che la liberazione della donna passa attraverso la sua completa sottomissione all’industria dell’abbigliamento (per fortuna mi chiamo Hadjadj e il nome di mia moglie da nubile è Michel: possiamo ritrovare un pochino l’unione delle nostre famiglie nell’etichetta H&M). Il problema può essere affrontato da un altro punto di vista. Nell’Economico di Senofonte, Socrate si interroga sulla nozione di possesso e pone al suo interlocutore Critobulo questa domanda fondamentale: «Se tu avessi un flauto e non lo sapessi suonare, possederesti veramente quel flauto?». La risposta è no, certo. Avere senza saper usare non è ancora avere. Il flauto del non-flautista è solamente il «ninnolo d’inanità sonora» di cui parlava Mallarmé – al limite un oggetto decorativo, ed è certo che il consumo ci spinge ad accumulare questo genere di oggetti. Ho già avuto modo di dirlo in una puntata precedente: sappiamo usare appieno un foglio di carta e una penna? Ne traiamo tutti i disegni, tutta la letteratura, tutto il pensiero di cui sono capaci? La verità è che noi moltiplichiamo i titoli nominali di proprietà per compensare una espropriazione permanente. È tuttavia a questo punto che Critobulo interviene con una genialità bastante a far sgorgare tutto il mercantilismo del futuro: «Questo flauto, obietta, è per me qualcosa, anche se non so suonarlo, perché posso venderlo». Ecco un’osservazione di una profondità inaudita. Cosa ci svela? Che la vendita è l’uso di ciò che non si sa usare. Grazie ad essa, tutto può passare dalle mani del commerciante, come l’acqua che scorre tra le sue dita, certo, ma lasciandogli un’ebbrezza e un “margine”. Il flauto, il cavallo, la casa, la donna, le stelle, il lavoro degli altri, la terra che non è sua, tutto può vendere, tutto scambiare con profitto. È precisamente perché non sa usare niente che lo scambio è l’uso di tutto, e soprattutto la sua usura. Ma cosa ci procura alla fine tutto questo consumare? La capacità di comprare ancora, e dunque di non avere veramente, e dunque di vendere ancora, accumulando sempre più denaro, provando cioè la vertigine di possedere virtualmente il mondo, perché non si è stati capaci di possedere nemmeno una penna e un foglio di carta, scrivendoci una poesia.

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