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Non eroi di un giorno ma galantuomini

GIUSEPPE ANZANI
Molta gente vive ‘onestamente’, ed è importante annotare il profilo ‘ordinario’ di questa virtù Chi siamo, come siamo, noi «itala gente da le molte vite», forse un popolo intero di eroi e di santi e di navigatori, come dice il frastuono dei marmi monumentali, oppure una massa senza qualità, un po’ sbruffona e un po’ vigliacca, inaffidabile e opportunista, come i personaggi fissati in caricatura dal cinema satirico. A dire chi siamo, in realtà, è la nostra storia, la storia concreta degli ultimi decenni, successi e fallimenti, glorie e miserie, speranze e sconforti. La stagione insanguinata del terrorismo e la sua sconfitta; la rivoluzione di Mani Pulite contro la cloaca di Tangentopoli, e i durevoli rigurgiti di una corruzione inestirpabile; i colpi portati alle mafie criminali e la protervia del crimine organizzato, mafia camorra ’ndrangheta, senza pentimento, crudele e bestiale. E tuttavia anche la storia di una quantità infinita di gente che rifiuta l’ingiustizia e vive la scelta positiva del bene. Il discrimine, alla radice, è il concetto di regola. La subcultura mafiosa è rifiuto della cultura della legalità. Ma più in profondo ancora, la legalità prende senso dal principio etico che solo può allacciarla a giustizia, come comando che trascende l’arbitrio umano. Così il concetto di regola, dentro l’etica che sorregge il diritto, è lo stimolo positivo (traccia, cammino) per una vita che realizza il suo senso in pienezza di umanità. Possiamo compendiare tutto questo nella parola ‘onestà’, se vogliamo, e associarvi l’immagine di una scelta di vita gioiosa e persuasa, ancorché non priva di fatica e di rischi. Moltissima gente vive così, ‘onestamente’, ed è importante annotare il profilo quotidiano e ‘ordinario’ di questa virtù, a fronte della tremenda e proverbiale banalità del male. Questa silenziosa presenza ci scampa dalla disperazione. Ieri si sono svolti i funerali del sindaco Vassallo, ucciso da chi non sopportava l’intralcio della sua coraggiosa onestà. Noi risentiamo il pianto interiore che molte volte ci ha stretto la gola per il sacrificio dei giusti (il giudice Livatino, per esempio, o l’avvocato Ambrosoli, e il gran numero d’altri che taccio per brevità, e l’ancor più grande numero di cui la folla non sa il nome, noto solo agli intimi). Il pianto non chiede conforto al lessico dell’eroismo; c’è una parola più semplice e tremenda, una lode più profonda: sono stati giusti, hanno fatto il loro dovere. In questo è la virtù della vita. In questo, inoltre, l’onestà dei giusti è lezione di vita. Perché è essa stessa eroismo quotidiano, e fronteggia le vicende che possono pararsi dinanzi a ciascuno di noi. Il male, prima delle sue minacce, ha le sue seduzioni. Non è facile per nessuno tenere mani innocenti e cuore puro, in un mondo di mazzette e di pizzi, di favori e corruzioni, non esiste un’onestà a buon mercato. Ma è questa purezza, infine, l’eroismo intrinseco della fedeltà ad un comandamento di giustizia che normalizza la vita, dettando alla libertà il suo canone di bellezza; una fedeltà persuasa, gioiosa persino, e dunque intrepida. Una vita da galantuomini. Angelo Vassallo, un galantuomo. Può anche costare caro, nell’aiuola feroce del mondo. Ma la complicità, risorsa dei pavidi, svaluta e disonora la vita. Il suo finalismo, il suo senso, si coglie nel momento della verità, al bivio fra goderla o donarla. L’eroismo sta qui, anzi qualcosa di piu. Ha lasciato scritto Pirandello che è più facile essere un eroe che un galantuomo, perché eroi si può essere una volta tanto, galantuomini si dev’essere sempre.
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