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Neogeografia: con il web 2.0 tutti saltano dentro la cartina

Sarà anche logorata dall’uso. Ma in questo caso la celebre immagine borgesiana della mappa del mondo in scala uno a uno rischia di essere semplicemente una piatta descrizione della realtà. Se di realtà è lecito parlare, trattando del mondo cosiddetto “virtuale” (come se non fosse anch’esso, in fondo, un mondo reale) di internet. Per descrivere il fenomeno è stato riciclato, senza troppa originalità, il termine “neogeografia”. Vive delle raffigurazioni geografiche presenti in Rete, all’aspetto simili alle mappe cartacee tradizionali ma in realtà profondamente differenti: nella creazione, nelle finalità, nella gestione. Il colosso è naturalmente Google, che offre immagini dettagliatissime della superficie terrestre sia in versione fotografica satellitare (Google Earth), sia in versione cartografica (Google Maps), peraltro reciprocamente sovrapponibili. La finalità, di Google come dei suoi concorrenti, è squisitamente commerciale: attraverso la pubblicità presente direttamente sul sito, che promuove negozi, alberghi o ristoranti che si trovano nell’area visualizzata dall’utente, ma anche attraverso l’utilizzo della mappe nel ricco mercato dei navigatori satellitari, inclusi quelli integrati nei telefoni cellulari. A differenza della cartografia tradizionale, che parte dai rilievi sul terreno per arrivare – attraverso procedimenti meditati e codificati – a realizzare mappe simboliche, le cartine di Google hanno come primo momento produttivo proprio l’immagine satellitare. Questa viene poi sovrapposta a una normale carta stradale, e quindi corretta punto per punto: in caso di discrepanze, “vince” l’immagine satellitare, perché è quella coerente con i dati Gps funzionali ai navigatori. A questo punto entra in gioco anche Street View, l’altra iniziativa Google che fotografa ogni strada del mondo (almeno del mondo che conta, l’Occidente) ad altezza uomo attraverso l’uso di automobili o altri veicoli attrezzati con macchine fotografiche che scattano a ripetizione. Questo genere di immagini (quelle di Street View o dei suoi concorrenti) sono indispensabili per rendere le mappe digitali utilizzabili a fini stradali, poiché riportano divieti di accesso, obblighi di svolta, semafori, limiti di velocità. Il risultato è una mole impressionante di dati geografici visuali, efficienti per l’impiego nel mercato dei navigatori ma capaci anche di solleticare la curiosità e la voglia di partecipare da parte degli utenti del web 2.0, quello cioè che non si limita a presentare contenuti forniti da una sorgente esterna, ma che consente agli utenti di interagire con questi stessi contenuti. E non solo individualmente, ma in modo che i propri interventi restino a disposizione di tutti sulla Rete. Questo tipo di partecipazione si articola sia attraverso i social network, che consentono di immettere sul web contenuti personali (testi, immagini, rimandi), sia attraverso i meccanismi di costruzione collettiva del sapere: i “wiki”. La parola, di origine hawaiana e che significa “veloce”, deve la sua celebrità a Wikipedia, l’enciclopedia online scritta da anonimi utenti e che è già arrivata a collezionare una quantità di informazioni impensabile per ogni enciclopedia cartacea: soltanto l’edizione italiana di Wikipedia conta più di un milione di voci, quella inglese – la maggiore – oltre quattro milioni. Ad applicare il metodo wiki alla cartografia sono siti come WikiMapia o, sopratutto, OpenStreetMap. Nato nel 2004 ma esploso nel 2009, OpenStreetMap è liberamente modificabile da chiunque. I dati vengono raccolti o attraverso le misurazioni effettuate dai volontari tramite i propri dispositivi Gps portatili, o riutilizzando immagini satellitari e cartografiche messe gratuitamente a disposizione da enti governativi o privati. Per esempio, l’Istat distribuisce le coordinate di tutti i centri abitati italiani e dei confini delle Regioni. I volontari che compiono i rilievi sul territorio si muovono a piedi, in auto, in treno ma soprattutto in bicicletta: a ogni pedalata il Gps registra un punto, che potrà poi essere riportato su una cartina online. Il risultato è disomogeneo: molto dettagliato per alcuni Paesi e per i centri maggiori, assai più schematico per le aree periferiche.
A contribuire al fascino della cartografia online contribuisce potentemente la possibilità di piazzare sulle sulle mappe anche se stessi. Fotografie, “palette”, link ai propri blog o siti personali rendono – nella prospettiva di chi vi partecipa – “vive” le carte. E, al tempo stesso, fanno dell’utente di internet anche il suo autore. Non solo – come con OpenStreetMap – facendosi carico della redazione di un’informazione comunque esterna, altro da sé, ma anche immettendovi la propria vita concreta: le fotografie delle vacanze, i racconti dei luoghi visitati, il diario della vita quotidiana. Oppure viceversa: siti destinati a ospitare fotografie e racconti personali integrano mappe prese dalla Rete al loro interno. E lo fa abitualmente anche il sito commerciali di un ristorante o di un’azienda. Si crea cioè una sorta di ipertesto fra la componente social network e la componente cartografica, in costante scambio bidirezionale. Quasi tutti i siti geografici consento di arricchire la carta con proprie fotografie o commenti: sulla mappa appare un simbolo, che cliccato apre una finestrella che si sovrappone alla mappa stessa. L’utente così sente di “entrare” nella cartina, affermando la propria presenza nel mondo e comunicandola agli altri. Ammesso che di “altri” ce ne siano: il rischio dell’autoreferenzialità è sempre dietro l’angolo. Che cioè nessuno, oltre al diretto interessato e magari un paio di suoi amici (ai quali magari ha già fatto vedere le fotografie delle sue vacanze), vada a vedere quelle immagini o legga quei commenti. Perché è vero che la neogeografia online consente di visualizzare la pianta di gerani sul balcone di casa propria. Ma a chi interessa guardare la pianta di gerani sul balcone della casa di qualcun altro?

 

Edoardo Castagna – avvenire.it