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«Nella croce le radici della libertà religiosa»

Un giurista ebreo con la kippah, dieci Stati tra cui alcuni di religione prevalentemente ortodossa, un team di legali statunitensi di cui molti protestanti, tutti intervenuti a difesa della esposizione del crocifisso nelle scuole italiane. Qualunque sia la decisione che la Corte europea dei diritti dell’uomo vorrà prendere sulla questione, dopo la sua lunga riflessione, (forse sei mesi o persino un anno, si è anticipato), il dibattimento di ieri alla Grande Chambre è destinato comunque a segnare non il passato, ma il futuro dell’Europa.

«Non è un caso – dice Nicola Lettieri intervenendo a nome dell’Italia – se la "contestazione politica" delle tesi della ricorrente e alla sentenza di novembre (quella contro l’esposizione del crocifisso nelle scuole italiane, ) della Corte vengono in gran parte da Paesi che hanno duramente sofferto dell’ateismo di Stato». Lo "scandalo", dunque, è che si voglia evocare surrettiziamente la "libertà religiosa" per negare la "libertà religiosa". Un gioco di prestigio che non può riuscire contro Paesi che portano ancora le ferite della persecuzione contro il culto. Ci si deve ricordare, insiste Lettieri, che i principi richiamati nel dibattimento sono stati introdotti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo proprio a difesa di quelle nazioni.

Ma il gioco di prestigio ha un trucco : una concezione della dimensione "negativa" della libertà religiosa (libertà di non credere a nessuna religione) estesa fin al punto di negare la dimensione "positiva", dunque una battaglia "ideologica", "politica", quella iscenata con il ricorso contro l’esposizione del crocifisso che non ha nulla a che fare con i tanti casi affrontati ogni settimana di violazione dei diritti umani più elementari, un compito che è la ragione e l’onore di Strasburgo.
Nella memoria presentata alla fine di aprile, il governo, a riprova del fatto che si tratta di una battaglia ideologica, portata avanti da una atea militante, cita il fatto che la ricorrente è partner della Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti).

Nicolò Paoletti, che apre l’udienza,  difende la Lautsi assicurando che non si tratta di questo, che non si è mai pronunciata su questi temi, neppure con lui, che la sua è una semplice battaglia di "laicità". Il riferimento è ovviamente alla sentenza 203 dell’89 della Consulta nella quale viene definita principio "fondamentale" e "supremo" del nostro ordinamento. Al fatto che "il giudice delle leggi" ha deciso nel 2001 di rimuovere il crocifisso della sua aula. Paoletti tenta, poi, di rintuzzare la tesi della Federazione russa, secondo cui la sentenza del 3 novembre ha ristretto ad una angusta formula «il margine di apprezzamento» degli Stati sulle questioni di libertà religiosa. Ma non è facile replicare, visto che anche altri nove Paesi, più l’Italia dicono lo stesso.

Concezione ideologica  quella della "laicità" della Lautsi – insiste Lettieri – perché la stessa Consulta, nella citata sentenza, specifica che non è indifferenza dello Stato alle religioni. Una concezione così ideologica da ritenere che senza la rimozione dei simboli religiosi non ci sarebbe neppure democrazia. Invece è vero il contrario. Cosa fare altrimenti con i numerosi Stati membri del Consiglio d’Europa che prendono espressamente posizione a favore di una religione, che la esprimono nei loro simboli?

Quanto al comportamento dei giudici italiani, l’agente a nome del nostro governo osserva che hanno seguito le norme europee, appurando tra l’altro che il consiglio di Istituto della scuola frequentata dai figli della Lautsi, dopo aver cercato di risolvere la questione con la discussione, ha respinto la richiesta di togliere il crocifisso con un voto democratico.

Dal nostro inviato a Strasburgo Pier Luigi Fornari  – avvenire