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Nel mondo ci sono 2,2 miliardi di poveri

Risultati nella lotta alla povertà non dovranno più assomigliare in futuro a castelli di sabbia esposti alle periodiche demolizioni dell’alta marea, ovvero ad ogni nuova estesa crisi alimentare, ecologica, bellica o finanziaria. A pochi mesi dal fatidico 2015 fissato dall’Onu come scadenza degli “Obiettivi del millennio”, l’annuale rapporto di Undp (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) ha il sapore di un’autocritica su quanto non si è ancora riusciti a costruire. Cioè una strategia di ampio respiro per sradicare le «vulnerabilità strutturali» di quella parte dell’umanità che resta nella povertà. Considerando solo i redditi, le cifre relative migliorano moderatamente rispetto al passato, con 1,2 miliardi di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno. Ma da sempre, lo sguardo di Undp sulla miseria è più largo e realistico. E in proposito, l’«indice di povertà multidimensionale» elaborato dalla stessa agenzia dell’Onu offre uno scenario più fosco. In 91 Paesi, oltre 1,4 miliardi di persone restano in una «condizione di povertà», accanto ad altri 800 milioni di individui in bilico e vulnerabili di fronte a ogni nuova crisi. In tutto, dunque, 2,2 miliardi di persone in stato di miseria reale o potenziale.

Undp invita ad aprire gli occhi su un mondo gonfio di rischi sistemici. Il 2015 dovrebbe suggerire un cambio di rotta all’insegna di programmi per lo sviluppo concentrati più che mai sulla vulnerabilità. A livello individuale e comunitario, i poveri mancano di quella capacità di resistenza e reazione ai traumi che gli psicologi chiamano «resilienza». Per questo, il nuovo rapporto di Undp s’intitola proprio «Perennizzare il progresso umano: ridurre le vulnerabilità e rafforzare la resilienza». Per il premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz, associato al rapporto, «occorre adottare un approccio in una larga prospettiva sistemica», puntando sulle vulnerabilità. Ma su quali pilastri poggiare il nuovo approccio? Almeno due, suggerisce il rapporto: l’estensione massima e se possibile universale dei servizi sociali di base (sanitari, educativi, assistenziali), accanto a mercati locali e nazionali del lavoro organizzati per includere un livello massimo di persone, dato che a ogni latitudine l’esclusione dalla vita attiva è il pendio più scivoloso accanto al baratro della miseria. Ma l’obiettivo della massima occupazione è finito in secondo piano fin dagli anni Settanta, soppiantato spesso dall’imperativo di massima concorrenza, nota il rapporto.

A perpetuare l’esclusione sono pure sistemi istituzionali fondati su discriminazioni ataviche in particolare verso le donne, i migranti, chi ha un handicap, i popoli autoctoni e gli anziani. Questi ultimi, in 4 casi su 5 a livello planetario, possono solo sognare una copertura previdenziale, la quale invece non dovrebbe più figurare come un lusso dei Paesi ricchi. Costruire sistemi di servizi di base per i poveri di ogni continente costerebbe appena il 2% del Pil mondiale. In India, basterebbe investire il 4% del Pil nazionale. In Africa, non si supererebbe in genere il 10%. Secondo il rapporto, l’uscita degli anziani dalla vita attiva è uno dei periodi di massima vulnerabilità, accanto ai primi 3 anni di vita e alla transizione dalla scuola al lavoro. Queste fasi della vita meriterebbero dappertutto politiche specifiche di protezione. Fra i nuovi Paesi virtuosi, figurano Corea del Sud e Costa Rica, capaci entrambi di estendere in fretta l’accesso ai servizi di base. Per il dopo 2015, auspica Undp, diventa dunque doveroso puntare sulla copertura previdenziale universale come nuovo obiettivo centrale dell’agenda internazionale.

avvenire.it