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Narcos sudamericani e mafia italiana. La scrittrice incontra gli studenti. Cynthia Rodriguez dai ragazzi di Iti e Filippo Re

di Jacopo Della Porta
fonte: gazzettadireggio

REGGIO EMILIA (18 dicembre 2011) – Nelle scuole reggiane per parlare di cosa succede quando un Paese cade vittima dei trafficanti di droga. Cynthia Rodriguez, giornalista e scrittrice messicana, ha incontrato venerdì alcune classi IV e V della Filippo Re e del Nobili, in due momenti distinti, negli istituti di via Trento e Trieste a Reggio. La Rodriguez ha parlato della sanguinosa guerra in atto nel suo Paese, dove dal 2007 ad oggi sono morte 60mila persone, in una escalation d’orrore fatta di omicidi, torture e sequestri.
La scrittrice è stata invitata nell’ambito del progetto “Percorsi di cittadinanza e legalità”, curati da Rosa Frammartino , consulente educational del Consorzio Oscar Romero, presieduto da Mauro Ponzi .
Cynthia, ha, mostrato anche alcune immagini che testimoniano quello che sta avvenendo in Messico e i ragazzi si sono mostrati molto interessati. Nello stato centroamericano i narcos sono sempre più potenti a causa del grande consumo di droga dei vicini Stati Uniti: cocaina, cannabis e metanfetamine vanno a nord e in cambio i trafficanti ottengono miliardi di dollari e armi da guerra.  Si è innescata così una spirale perversa di denaro, armi, droga e morte, di cui restano vittime soprattutto i cittadini normali, che non possono più condurre un’esistenza tranquilla.
Tutta questa storia ci riguarda perché i narcos colombiani e messicani da tempo hanno spostato le loro attenzioni al mercato europeo, dopo aver saturato quello americano. E per aprire nuove rotte i cartelli hanno stretto legami con la ’ndrangheta calabrese, che è così diventata la mafia che gestisce a livello mondiale il traffico di cocaina. La Rodriguez ha scritto un libro proprio sui rapporti tra il cartello de “Los Zetas” e la ’ndrangheta.
Quello del Messico è una caso di scuola per spiegare cosa significhi il traffico di droga ai tempi della globalizzazione. I trafficanti infatti sono in grado di infettare gli stati meno solidi da un punto di vista democratico, fino a farli sprofondare nell’anarchia o addirittura impossessarsene. Nel Golfo di Guinea in Africa i narcos sudamericani hanno da tempo piazzato le loro basi, diventando di fatto i padroni della Guinea Bissau, da dove partono i corrieri con gli ovuli nella pancia che arrivano anche a Reggio. Un altro esempio è il vicino Kosovo, nato recentemente dalla separazione dalla Serbia, dove passa l’eroina dell’Afghanistan ed altri traffici illegali verso l’Europa.
Il traffico di droga ai tempi della globalizzazione significa che, oggi più che mai, nulla di quello che accade in qualsiasi parte del mondo è privo di implicazioni per le restanti aree. Lo abbiamo imparato a nostre spese con la crisi finanziaria, che poi si è trasformata in recessione economica, ed è così per tutte le questioni di portata mondiale. Il consumo di droga in Europa, come negli Stati Uniti, contribuisce a far sprofondare alcuni stati nell’abisso della violenza.

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approfondimento tratto

da http://www.agenziastampaitalia.it

Cynthia Rodriguez è nata a Città del Messico nel 1972. Si occupa di giornalismo da quando aveva 16 anni; da quattro anni vive nel nostro Paese e collabora cpon varie testate. Nel 2009 ha pubblicato, ancora inedito in Italia, Contacto en Italia – el pacto entre Los Zetas y la ‘Ndrangheta.

Cynthia Rodriguez
la giornalista messicana Cynthia Rodriguez

Com’è la vita dei giornalisti messicani che si dedicano alle inchieste?

La vita dei giornalisti messicani è sempre stata difficile; mancano gli strumenti per approfondire le questioni. Il sistema messicano non vuole che si arrivi a conoscere determinate verità. C’è un grosso problema legato alla corruzione ed in più servono molto mezzi e molte risorse. Oggi con la scusa della crisi ai giornalisti vengono fatti mancare importanti fondi.

 Cosa rappresentano i “giornalisti a piedi”?

Inizialmente era un gruppo composto da sole donne preoccupate perché l’informazione legata ai grandi temi sociali veniva sminuita e taciuta, spesso perfino messa da parte. Oggi le loro inchieste si sono allargate anche ad altri temi; è rimasta però la volontà di dar voce ai problemi ignorati. Attualmente molti di questi si dedicano alle problematiche legate al commercio della droga ed al ruolo dei narcotrafficanti.

In Italia ormai il giornalismo sembra aver perso la propria autonomia e appare troppo dipendente dalla parte politica di riferimento. In Messico com’è il rapporto con i poteri forti?

In Messico se una notizia finisce sul giornale è per favorire il governo, anche quando può sembrare che la notizia vada contro la maggioranza e viene presentata in modo molto diversa. Manca l’onestà.

Da alcuni vive in Italia. Che idea si è fatta del nostro Paese?

In Italia c’è molta lentezza nell’erogare i servizi. Quando sono arrivata a Roma da Città del Messico ho dovuto aspettare tre mesi prima di avere la connessione ad internet. Prima pensavo che il Messico fosse il Paese più corrotto del mondo, poi ho scoperto che questo problema è presente anche da voi. La differenza è che in Messico si cerca di negare questa realtà. Sempre in Messico si tende a minimizzare il problema legato alla criminalità mentre qui se ne ha una maggiore conoscenza e consapevolezza. A livello giornalistico poi qui non solo si fanno più inchieste, ma per di più le si fanno anche su aspetti che a prima vista potrebbero apparire secondari ma che in realtà non lo sono affatto.

In Messico la popolazione che percezione ha dei narcotrafficanti?

Dipende dalle zone.

Al nord se ne ha una maggiore informazione anche perché in quelle zone il problema è presente da più anni. Nel resto del Paese ci sono altri problemi e di conseguenza la consapevolezza di questo è minima. Ora però a livello nazionale è diventata la problematica principale e nelle persone cresce la voglia di essere informati su questo tema. L’informazione però è moderata dal governo che preferisce dare notizie eclatanti, sequestri e arresti, tacendo però su corruzione e rapporti tra poteri forti e criminalità.

È stato difficile reperire le informazioni necessarie per il suo libro?

No, anche se mi sono dovuta impegnare molto. Praticamente ho bussato a tutte le porte possibili. Per la parte istituzionale è stato molto facile; più difficile poi quando mi sono spostata sul campo nel sud Italia. Ho dovuto fare molti viaggi, alla fine però ho trovato varie strade che confermavano quanto avevo appreso in precedenza.

Il suo libro si apre con una citazione del giudice Paolo Borsellino. Come mai questa scelta?

Conoscevo già la sua storia. Ho scelto quella in particolare perché quando ho iniziato a raccogliere materiale avevo paura. Venire in Italia e lasciare tutti gli affetti in Messico non è stato facile. Mi sono accorta che il valore che si da alla vita è minimo. Avevo paura, ma scrivere un libro come questo mi ha cambiata, volevo che la gente capisse che non è sbagliato avere paura. L’importante è utilizzare questa paura per provare a cambiare le cose.

Che accoglienza ha avuto in patria il suo libro inchiesta?

È stato accolto con entusiasmo. C’erano molte aspettative, la mafia italiana da noi si conosce per film come “il padrino” e si pensa quasi che sia una società estranea al contesto civile.

Adesso sta lavorando a qualche nuova inchiesta?

Si, sto completando il discorso avviato con Contacto en Italia. Mi sto concentrando in special modo sulla parte che riguarda il Messico che è il Paese che più mi preoccupa; da noi manca il ruolo che ha in Italia l’agenzia anti mafia.

http://www.agenziastampaitalia.it