Misurare l’impronta ecologica di ciò che mangiamo fa bene al corpo e al pianeta. Una ricerca aiuta a scegliere

(Ansa)

da Avvenire

Forse non tutti sanno che un piatto di pasta con i broccoli ha un’emissione di gas serra che è più di due volte inferiore allo stesso piatto cucinato con la salsiccia al posto dell’ortaggio: 457 Cf (che sta per Carbon footprint,ovvero impronta ecologica, ndr) contro 1.181 Cf per lo stesso formato di pasta ma con soli 50 grammi di carne di maiale e manzo al posto dei broccoli. O che l’olio, uno degli alimenti ‘principe’ della dieta mediterranea può avere un impatto sui cambiamenti climatici che è poco al di sotto della produzione di carne. Questo a causa delle acque reflue di lavaggio del frantoio. Ogni cibo dunque inquina più o meno di altri, a seconda delle lavorazioni necessarie per produrlo. E questa ‘impronta’ può essere misurata: si chiama ‘carbon footprint’ (Cf), ed è la quantità totale di gas serra emessa direttamente e indirettamente dalle attività antropiche lungo tutto il ciclo di vita degli alimenti che finiscono sulle nostre tavole ogni giorno.

«Il cibo è una risorsa fondamentale per garantire il nostro benessere, ma siamo davvero sicuri di avere uno stile alimentare che garantisca una vita longeva e di buona qualità? La risposta è No!». Non hanno dubbi gli scienziati e gli esperti della Fondazione Barilla (Barilla Center for Food and Nutrition) che, in vista della Giornata mondiale della salute del prossimo 7 aprile hanno messo a punto uno studio su ‘come mangiamo’, suggerendo anche alcune diete sostenibili non solo per il benessere delle persone ma anche del pianeta. Una vita sana non significa infatti solo una vita in salute, senza malattia. La salute dipende anche e soprattutto da ciò che mangiamo ma anche dall’ambiente e dalla società in cui viviamo. A mettere a rischio le nostre vite, però, in un contesto di profonde modificazioni climatiche, non è soltanto il modo in cui consumiamo il cibo (se assumiamo cioè più o meno alimenti grassi o poca frutta e verdura) ma anche il modo in cui lo produciamo.

Nel mirino degli scienziati è finita l’intera filiera di produzione agroalimentare. È fondamentale infatti valutare anche l’intero ciclo di produzione dell’alimento che finisce nel nostro piatto. Il settore agricolo contribuisce per quasi 1/3 alle emissioni di gas serra, ponendo delle problematiche anche sul futuro. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) le conseguenze dei cambiamenti climatici sull’agricoltura e sulla salute dell’uomo rappresentano uno tra i più rilevanti problemi da affrontare nei prossimi anni, come l’aumento delle temperature e degli inquinanti atmosferici. Questo si inserisce in un contesto dove, secondo le recenti stime, l’inquinamento dell’aria in Italia causerebbe la morte prematura di oltre 90mila persone all’anno, un vero record nell’Unione europea. Insomma, il cibo e il modo in cui ci alimentiamo possono essere la chiave del nostro benessere ma anche una minaccia per la nostra salute, come per quella del nostro Pianeta.

La cura della salute del pianeta parte quindi anche dalla tavola. Ma non tutti lo sanno. Sono le scelte che si fanno al supermercato, nella spesa quotidiana, che possono pertanto impattare in modo positivo o negativo sulle emissioni del gas serra e quindi dei cambiamenti climatici. Cibi più inquinanti e meno inquinanti che possono aiutare a contenere le emissioni del gas serra e ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici. Quelli tanto reclamati dai giovanissimi che, seguendo l’esempio della dodicenne svedede Greta Thunberg, ogni venerdì scendono in piazza con i Fridays for future per sensibilizzare i governi e gli adulti e fermare il surriscaldamento globale del pianeta. La produzione di cibo è l’attività dell’uomo che contribuisce di più al cambiamento climatico (31%), superando il riscaldamento degli edifici (23,6%) e i mezzi di trasporto (18,5%). E proprio i cambiamenti climatici, infatti, hanno evidenziato gli scienziati dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, si stanno affermando come uno dei principali fattori di rischio per le nostre vite.

L’Italia, ad esempio, risulta essere il Paese dove si registrano gli effetti più alti legati all’aumento delle temperature sulla mortalità giornaliera, specialmente nelle aree urbane più grandi ( Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli). Con i suoi 90mila morti all’anno, l’Italia ha il triste primato europeo di decessi legati all’inquinamento. «Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo allontanamento da modelli alimentari sostenibili, come la Dieta Mediterranea, in favore di modelli ricchi di proteine di origine animali, alimenti trasformati con alte percentuali di zuccheri, sale, grassi o poveri di fibre. Soluzioni alimentari che ci possono esporre, sul lungo periodo, a malattie o problematiche di salute anche molto costose. Scegliere diete sostenibili, oltre a ridurre l’impatto sull’ambiente, può incidere positivamente sulla longevità» sostiene Katarzyna Dembska, nutrizionista e ricercatrice della Fondazione Barilla.

Il binomio salute-sostenibilità trova la sua sintesi nella ‘doppia piramide’ alimentare e ambientale, messa a punto dagli scienziati della Fondazione Barilla. Accanto alla classica piramide della dieta mediterranea c’è quella ambientale capovolta: in quest’ultima gli alimenti vengono classificati in base alla loro ‘impronta ecologica’, l’impatto cioè che producono sull’ambiente. Nella parte superiore della piramide si trovano carne rossa, dolci, formaggi, carni bianche, pesce e uova. «Questi sono alimenti di cui è importante moderare il consumo: offrono importanti nutrienti, ma la loro quantità deve essere mantenuta sotto controllo per evitare impatti negativi sulla salute e sull’ambiente» conclude Katarzyna Dembska.

Scegliere principalmente cibi di origini vegetale, possibilmente stagionali e locali, oltre a variare l’alimentazione, limitando il consumo di alimenti trasformati può infatti aiutare non solo la nostra salute ma anche quella del pianeta. E, se proprio non si riesce fare a meno della carne, gli scienziati suggeriscono di scegliere prodotti che provengono da animali allevati a terra e liberi di muoversi. «Il cibo che scegli ha anche un effetto diretto su come vivono gli animali nelle fattorie» conclude la nutrizionista.

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