Messaggio di don Daniele invito per il 9 Ott in Santo stefano e 11 Ott a Pieve

Cari Parrocchiani e Amici, la celebrazione di ieri è stata un dono grande per me e per tutti. Ringraziamenti e saluti, commozione e abbracci, canti e preghiere, ci hanno fatto cogliere la preziosità del cammino compiuto insieme e ci hanno dato sostegno per il cammino che ci attende. Grazie a tutti per la vostra presenza, per l’affetto mostrato in mille modi, per le preghiere che continuano, anche dalla Terra Santa dove i pellegrini con monsignor Gazzotti hanno celebrato ieri in comunione con noi.
Ricordo un’altra possibilità di salutarci mercoledì sera a Santo Stefano con la Messa alle 19 e poi cena insieme.
Vi allego omelia di ieri (in basso nel post): anche se scritta, in alcuni momenti ha prevalso la commozione…
Ho concluso pregandovi di non mi trattenere… Ma venerdì sera sarò molto grato se sarete in tanti a Pieve alle 20.30. Anche voi così parteciperete al dono del nuovo parroco a quella UP e vi sentirò molto vicino. Un abbraccio, d. Daniele

Unità Pastorale «Santi Crisanto e Daria» – Reggio Emilia

Omelia di Don Daniele nella Eucaristia di saluto e ringraziamento

Liturgia della Parola della XXVII Domenica del Tempo Ordinario (anno C)

Ho ricevuto tante lettere in questi giorni, belle, vere, ricche di gratitudine e affetto. Alcune scritte a mano; in poche parole venivano espresse le profondità delle esperienze di fede che hanno segnato il cuore in questi anni, anche se il mio ministero tra voi è stato breve (troppo breve!).

Scrivere una lettera vuol dire impegnarsi a scegliere accuratamente le parole da dire e, soprattutto, quelle da non dire (cf. Alda Merini).

Di fronte a tanto impegno, mi sono sentito “sfidato” a fare quello che non ho mai fatto in sette anni da parroco (lo facevo da curato a Reggiolo, secondo l’insegnamento del mio parroco Don Giancarlo Gozzi), e cioè scrivere l’omelia, almeno quella della domenica!

Questa mia ultima omelia dovevo proprio scriverla! È un dovere del cuore verso ciascuno di voi, che così numerosi avete voluto essere qui vicino a me. È un dovere verso il carissimo vescovo Adriano, che era qui la domenica 7 ottobre 2012, insieme all’allora ausiliare Lorenzo Ghizzoni, per il mio ingresso (in Cattedrale e Santa Teresa); era con me all’ingresso in Santo Stefano e in San Zenone il sabato 10 ottobre di quattro anni fa, insieme al Vicario generale Mons. Alberto Nicelli. Mi ha promesso che sarà con me all’ingresso a Pieve, venerdì 11 ottobre prossimo, con il vescovo Massimo Camisasca (e con tanti di voi!). Per questa paterna vicinanza, noi tutti preghiamo perché possa continuare nei tempi e nei modi che il Signore vorrà indicarci, con pazienza.

[Chiedo scusa se mi dilungo nella premessa, ma capirete perché]. Ebbene, quando Mons. Adriano era Vescovo in carica, era obbligato a scrivere le omelie per La Libertà, per i giornalisti che la chiedevano, per il parroco e i fedeli delle comunità che visitava. Da quando, diventato emerito, ha preso cura pastorale della parrocchia di Santa Teresa, poteva… rilassarsi un po’! Invece, ha scritto l’omelia ogni domenica e festa, anche in agosto, quando la chiesa era semivuota. L’ha sempre fotocopiata da portare a casa. L’insegnamento che ci ha trasmesso con tutta questa premura: la convinzione che la Parola di Dio incarnata nelle situazioni, spezzata con semplicità, riletta durante la settimana, confrontata con la propria vita, le proprie scelte, sia come il seme di senape, piccolo ma assai fecondo, di cui parla il Vangelo di oggi!

La fede non è un soprammobile da tenere in bella vista, da esibire in alcune occasioni (“sono cattolico, sono di famiglia praticante…”), che prende la polvere e poi di fronte ai problemi della vita non serve più… La fede è un seme da coltivare lungo tutte le età della vita perché non rimanga infantile, una etichetta e niente più; è da coltivare specie nei momenti di cambiamento come questi, nelle sfide di oggi nel vivere la famiglia, l’amore, la sessualità, la scuola, il lavoro, l’uso dei social, la politica, l’ecologia, le migrazioni…

Quando sette anni fa sono entrato qui, il volto della comunità era molto diverso. Ho puntato fin da subito non a imporre, non a inculcare la fede con regole rigide, ma a trovare i modi di deporre questo piccolo seme della fede, innanzitutto nei piccoli della comunità. Il comando di Gesù «Lasciate che i bambini vengano a me» (Marco 10,14), è un compito che la comunità cristiana non può rinviare a quando essi avranno 18 anni, a quando potranno scegliere di testa loro…

Ringrazio di cuore tutti i Catechisti e le Catechiste che in questi anni hanno condiviso con me questa scelta di rinnovare con gioia la catechesi dell’iniziazione cristiana. Abbiamo sperimentato che la cura del catechismo, delle belle celebrazioni coi piccoli, i ritiri, i campeggi, le visite alle Case della Carità… non hanno reso più infantile la parrocchia, ma hanno contagiato genitori, nonni, zii, anche chi era lontano o non aveva tutto in regola per partecipare ai sacramenti della Chiesa.

Sì, perché la fede in Gesù, abbiamo cercato di dire in tutti i modi, è il dono più prezioso che abbiamo ricevuto fin dal Battesimo (tranquilli, adesso non ripeto tutto quello che ho già detto sul Battesimo in 7 anni!). La fede la possiamo, la dobbiamo coltivare tutti, qualsiasi sia la nostra condizione morale!!! Perché, ci ha ricordato il profeta Abacuc nella prima lettura, in quella affermazione capitale di tutta la Bibbia: «Il giusto vivrà per la sua fede», non per i suoi meriti, per le sue opere.

Tutti dobbiamo avere cura della nostra fede, come di una pianticella da far crescere. Lo ha detto San Paolo a Timoteo (seconda lettura): «Custodisci mediante lo Spirito Santo che abita in noi il bene prezioso che ti è stato affidato». «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te». Quale? «Il Signore ci ha dato non uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità, di prudenza».

La fede va trasmessa con carità e prudenza, con “dolcezza e rispetto” (prima Lettera di Pietro 3,15). Spero che nessuno si sia mai sentito giudicato o ferito da mie parole, dalle mie omelie, da miei atteggiamenti. Se è avvenuto, chiedo scusa, perché in quel momento ho tradito la “natura” della fede. Come dice ancora il profeta Abacuc: «Abbi pazienza, attendi la promessa, perché certo verrà e non tarderà». La fede vera “sa attendere con pazienza il maturare dei cammini e dei tempi, quelli propri e quelli degli altri” (cf. fratel Luca, Priore comunità benedettina di Dumenza).

La fede anche se piccola come un granello di senape, ma vera, è capace di sradicare alberi ben piantati come il gelso, ci ha detto Gesù. Ho cercato di far vedere come questo sia avvenuto nella vita dei Santi di un tempo e nei Santi di oggi, che ho amato e cercato di far amare nelle liturgie e nei messaggi di Whatsapp. Anche i “santi” che ho incontrato in questa comunità. Penso alcuni anziani, uomini e donne di fede, che hanno frequentato le nostre Eucaristie e altri che ho potuto conoscere solo al momento della morte, nel racconto dei familiari. Penso anche ad alcuni giovani che ho conosciuto: a Francesco Vallery e alla sua fede come amicizia; ad alcuni papà e mamme… da ultima, perché l’abbiamo ricordata ieri, a sei mesi dalla prematura scomparsa, Cecilia Spallanzani Masini. Con la sua fede ha superato ostacoli che parevano insormontabili, ha portato croci pesantissime, mantenendo il sorriso, la bontà, la bellezza, la dolcezza materna, l’amicizia grande. Davvero la fede nel nostro Dio può fare cose impossibili!

Il Vangelo mi suggerisce anche le parole a questo punto per me, che mi accingo a consegnare in questa Eucaristia il compito di parroco di questa Unità Pastorale: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare». [Anche per questo, subito non volevo scrivere l’omelia; bastava ripetere sine glossa (S. Francesco) queste parole e c’era già tutto detto qui!}.

In realtà, queste parole fi Gesù hanno bisogno di una spiegazione, perché sembrano una “istigazione” alla falsa umiltà, ad un buttarsi giù deprimente… Essere servi inutili secondo il Vangelo vuol dire fare le cose senza tornaconto, senza interesse, senza ricompensa e riconoscimenti, senza strumentalizzare la fede… ma solo per la gioia di servire il Signore Gesù, la sua Chiesa, la comunità che mi è stata affidata. Mettercela tutta, anche se a volte fai degli sbagli; spendersi senza calcoli di ore e fatiche…

Ci sono state, sì, situazioni che possiamo definire – con l’immagine del gelso difficile da sradicare – delle impuntature, dei campanilismi, dei radicalismi, dei radicamenti nostalgici che mi hanno fatto soffrire, ma direbbe San Paolo (proprio nei saluti finali della seconda lettera a Timoteo, iniziata oggi): «non se ne tenga conto in alcun modo». Anche per alcuni aspetti che possono aver destato perplessità nella vicenda del mio trasferimento, non se ne tenga conto!

Un’ultima cosa ancora mi suggerisce il Vangelo (per fortuna che non era molto lungo!!!), per me e per voi. Ho amato tutti e ciascuno di voi e voi mi avete voluto molto bene, ma adesso non mi trattenete! Lasciate che io mi sradichi per librarmi, per impiantarmi nel nuovo campo che il Signore e la Chiesa mi hanno affidato, a Pieve Modolena, Roncocesi, San Pio X e Cavazzoli!

Stranamente non ho ancora citato Papa Francesco (lo faccio di solito almeno nella metà delle mie omelie!). Lo faccio adesso con la sua citazione più famosa: «Per favore, pregate per me!»

Don Daniele Casini

Cattedrale di Reggio Emilia, 6 ottobre 2019 ==


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