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Mai si deve uscire di casa senza un libro in tasca

Dovevo alzarmi presto, quella mattina, per andare a fare degli esami medici in ospedale, e dovevo essere a digiuno. Ma non sentii la sveglia, e nella fretta dimenticai di prendermi qualcosa da leggere in sala d’attesa. Di solito mi sbrigo alla svelta, ma quella volta dovetti aspettare a lungo. Credo di essermi raramente sentita tanto a disagio. Un’inquietudine nervosa, una bramosia quasi fisica di avere con me qualche cosa di stampato. E’ la libromania: se le mani non stringono un libro, la persona che ne è affetta è infelice. E mentre mi agitavo sulla sedia, irrequieta, mi venne in mente una storia bellissima che avevo letto tanti anni fa, la «Novella degli scacchi» di Stefan Zweig. Il protagonista è un prigioniero, a cui sono negati i libri e che di questo soffre più che di qualsiasi altra privazione.
Un giorno viene portato nella stanza degli interrogatori e lasciato solo per un momento. Vede un libro abbandonato su una sedia, lo prende e lo occulta amorosamente fra i suoi stracci, sul petto, come un oggetto prezioso.

Quale sarà la sua delusione quando, tornato in cella, scoprirà che quello che ha trafugato è un manuale di scacchi! Gli parrà che la sua resistenza alla prigione, fino ad allora impavidamente sostenuta, crolli miseramente, e che questo scherzo del destino (lui non sa giocare a scacchi) segni la sua definitiva sconfitta come persona umana. E invece, grazie all’infinita disponibilità di tempo che la vita del prigioniero consente, imparerà da solo il gioco e le partite descritte nel manuale, fino a diventare un campione.

Un apologo, certo: ma che alla mia mente giovane parlò volumi. Mi immedesimai nel prigioniero, per un momento fui come lui. Da allora – e ancora oggi – vale per me il “non si sa mai”: mai uscire di casa senza qualche cosa da leggere: può capitarti di dover aspettare, e se hai un libro il tempo non è mai perduto. Anche quando ero in rianimazione provai a leggere, ma gli occhi si stancavano terribilmente. E tuttavia anche da poche righe mi veniva un piacere sottile e intossicante, si aprivano i mondi del possibile e dello sconosciuto, entravo in una storia: e le oggettive difficoltà del momento arretravano, allentavano la loro morsa, si addolcivano, perché l’essere umano, da Omero in poi, non può fare a meno di storie.

Leggere dà gioia, malinconia, turbamento, orrore, esaltazione: tutti i sentimenti, tutti i sommovimenti dell’animo umano sono provocati, spiegati e insieme leniti dall’immersione nel pensiero e nella scrittura di altri da noi, dal quel contatto profondo con le loro menti che la lettura consente.

Ma leggere è anche un’azione, ben diversa dalla passività del guardare un film, o la televisione. Ci nutriamo leggendo, secondo le nostre inclinazioni, i nostri gusti. Si percorre la pagina alla velocità che scegliamo noi; possiamo tornare indietro, correre avanti, saltare un passo che non ci piace; e – se il capriccio ci stimola –  possiamo andare a vedere in anticipo la fine della storia. La nostra memoria può alterare o combinare come vogliamo ciò che abbiamo letto, e sui margini di un libro che amiamo possiamo scrivere commenti, poesie – o perfino la lista della spesa.

Il male è forse che oggi gli editori, nevrotizzati e impauriti, pubblicano troppo. Mille volumi rilegati lussuosamente si affollano sugli scaffali, in un caleidoscopio di allettanti promesse, ma la loro vita è assai breve, e non si fa più in tempo a scegliere un libro, a goderlo e a farlo proprio che già ne incalzano altri. E’ un diluvio che frastorna e confonde, e alla fine rischia di raffreddare e allontanare il lettore, che – facendo oscillare la sua lanterna di Diogene – cerca l’onesto piacere della buona letteratura.

Antonia Arslan
avvenire.it