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L’uomo coltiva un pensiero di Dio

L’uso di piante, fiori e animali nell’arte fin dall’antichità ha rappresentato qualcosa di più di un’espressione di bellezza, ma era legato a concezioni religiose. Il fiore ricordava il Paradiso, ma venendo più vicini ai nostri tempi perde contatto con l’arte religiosa. Anche nelle moderne chiese…

I mosaici di Aquileia.

I mosaici di Aquileia.

Sin dall’antichità, in forme realistiche o stilizzate, l’uomo ha raffigurato la natura: dalla scultura babilonese alla pittura egizia e alle prime ceramiche cinesi troviamo rappresentati piante e fiori, che già per quei popoli antichi erano qualcosa di più di un’espressione di bellezza, poiché erano legati a concezioni religiose. In area mediterranea nelle pitture parietali dell’arte cretese-micenea sono presenti motivi floreali con edera, acanto, loto, palma e altri elementi vegetali che si ritroveranno nell’arte greca, etrusca, latina e poi nell’iconografia cristiana. Nel mondo etrusco l’uso degli elementi vegetali è documentato in particolare dalla decorazione delle tombe e dall’arte vascolare: campanule, melograni, palme, alberi stilizzati, foglie di ulivo, alloro e tralci di vite, cui si aggiunge dal IV sec. una grande varietà di fiori come convolvoli, crochi, narcisi, gigli, iris e rose, assumono valori e significati polivalenti e ricchi di simbolismo. Il fiore ricorda il Paradiso, ma per la sua delicatezza può anche essere simbolo dell’incostanza e della caducità proprie delle creature, un’immagine del carattere fugace della bellezza. Per i primi cristiani, dunque, la felicità del Paradiso poteva essere evocata dalla rappresentazione di un giardino idilliaco, dove fioriscono rose, scorrono ruscelli e cantano gli uccelli, come nelle catacombe di San Sebastiano sull’Appia. Questo mondo bucolico con scene pastorali, di vendemmia e amorini è già presente nell’arte popolare pagana, ma nell’arte delle catacombe tutto parla di anima immortale. Nel corso dei secoli, nelle chiese gli elementi naturalistici, che richiamano l’idea del giardino, sono sempre stati presenti nell’atrio, nei capitelli, lungo le pareti delle navate e nei pavimenti, come ad Aquileia, i cui mosaici sembrano voler costruire un ponte fra visione pagana della natura e contemplazione cristiana quale lode del Creatore.

La cupola del Mausoleo di Santa Costanza a Roma

La cupola del Mausoleo di Santa Costanza a Roma (foto CENSI).

Dalle basiliche antiche…

Particolare è la cupola del Mausoleo di Santa Costanza a Roma (IV sec), dove sugli sfondi bianchi risaltano motivi cruciformi e stellati, intrecci che avvolgono rosoni, teste e figurine alate, mazzetti di spighe, rami con fiori e frutta, pavoni e fantasiosi uccelli. Il repertorio figurativo attinge dalla tradizione iconografica classica, ma con nuovi significati: la vendemmia, ad esempio, frequente nell’arte antica accanto ai tanti lavori agricoli che scandiscono lo scorrere del tempo, qui allude al sacrificio di Cristo. Qualche secolo più tardi si ritrova lo stesso tema nei pavimenti musivi delle chiese di Sabrathra di Madaba e del Monte Nebo: qui il battistero della cattedrale ha un tappeto pavimentale chiuso in una fascia d’acanto, decorato con volatili, pesci, frutti, alberelli e cesti, spaziati da una quadrettatura a fiori, mentre nella chiesa dei Santissimi Apostoli, il programma compositivo mostra foglie d’acanto e anemoni in mezzo a melograni, meloni, grappoli d’uva, pere. I pavimenti delle antiche basiliche talvolta erano anche decorati con immagini delle stagioni, come a Tiro, il cui mosaico rappresenta scene di caccia e di vendemmia, accompagnate dalle figure dei mesi. È nei mosaici ravennati, però, che si registra un’ampia documentazione di elementi vegetali, espressi sotto forma di foglie d’acanto che si intrecciano ad altri motivi già ampiamente usati nella pittura dei primi secoli di età. In età romanica questi elementi naturalistici sono soprattutto riscontrabili nella decorazione plastica; in questo contesto un elemento fondamentale è l’ambone che, in quanto luogo della Parola e dell’annuncio pasquale, è icona spaziale della risurrezione e quindi metafora del giardino, da quello del sepolcro vuoto a quello edenico; a partire dall’ambone di Santa Sofia a Costantinopoli (VI sec.), che Paolo Silenziario definisce «un giardino fiorito », fino a numerosi amboni medievali giunti fino a noi, fra cui quello della cattedrale di Sessa Aurunca, decorato con fiori, frutta e ghirlande, “alberi della vita” e vasi d’acqua con rami e uccelli.

…al Medioevo

Il Medioevo è il momento del passaggio dal simbolismo all’uso responsabile dell’essere nel mondo. Il mondo creato da Dio è un’opera compiuta e perfetta e anche il lavoro, soprattutto quello della terra, che Dio aveva imposto ad Adamo, era visto nella sua dignità e santità. Molte cattedrali hanno scolpito sugli archivolti e sui portali il ciclo del lavoro dei campi, scene di mietitura, di aratura e di vendemmia: la Chiesa interpreta le immagini prese dal paganesimo in senso cristiano e a partire da questo momento i mesi non rappresentano soltanto un ciclo di lavori, ma anche un ciclo di preghiere e di feste liturgiche.

Vetrata a Chartres

Vetrata a Chartres (foto CENSI)

Ammirando i grandi calendari scolpiti sui portali delle chiese gotiche, come a Chartres, Parigi e Amiens, il cristiano pensava che ogni mese corrispondeva a un periodo della vita di Cristo o di quella dei grandi santi e che l’anno, con le 4 stagioni e i 12 mesi, era una figurazione di Cristo le cui membra sono i 4 evangelisti e i 12 apostoli. Spesso nei pavimenti si trovano raffigurazioni enciclopediche, geografiche e cosmogoniche, cui sono associate le personificazioni dell’anno, dei mesi (come in questa bella vetrata di Chartres; 3), dei segni dello zodiaco, delle stagioni, dei venti e dei quattro punti cardinali, del sole, della luna e dei pianeti, dei fiumi del Paradiso e dei quattro elementi. Ma il repertorio più utilizzato è comunque quello degli animali reali o fantastici, desunti dalle raccolte ispirate al Physiologus (II-III sec.), i cosiddetti Bestiari, che fornivano il nome, le caratteristiche e un’allegoria morale legata al comportamento di ciascuna bestia. In età gotica anche il fiore si qualifica secondo modalità nuove e originali congiungendo aspetto naturalistico e valenza simbolica. I pavimenti, i capitelli, le trabeazioni sono popolati di olivi, cedri o gigli, figure tutte di Cristo, che a volte sta in mezzo a palme, viti o melograni. Nella sola cattedrale di Reims si contano 300 specie di vegetali, che sant’Eucherio di Lione si compiace di spiegare nelle sue Formulae spiritalis intelligentiae: solo entrando nella liturgia, creatrice di questa universale simbolica cristiana, arriveremo a comprenderne il significato. Chi non conosce la chiave del simbolismo medievale non può comprendere l’arte di questo periodo e la chiave è data dall’interpretazione mistica e allegorica della Santa Scrittura, per cui il mondo della natura appare come un immenso libro a doppio senso, che solo la Scrittura riesce a decifrare. La flora e la fauna terrestri non bastano alla ricchezza immaginativa di questi artisti cristiani, che si sbizzarriscono creando fiori e mostri inverosimili. La flora di pietra del Medioevo è soggetta alle stesse leggi della natura: le cattedrali conoscevano bene le stagioni e del resto tutto l’anno è fatto a immagine dell’uomo e ne racconta il dramma della vita e della morte; anche il racconto della creazione è scolpito sulla maggior parte delle facciate delle cattedrali come Chartres, Bourges e Lione.

La Creazione scolpita a Bourges

La Creazione scolpita a Bourges (foto CENSI)

La metà del XV sec. vede, poi, il diffondersi delle splendide terrecotte di Luca Della Robbia, con la presenza costante di fiori e frutti, gli stessi che si ritrovano anche nelle opere di grandi artisti, come nella Pala di San Zeno a Verona di Mantegna o nelle Madonne di Carlo Crivelli: uva, mele, pere, fichi, ciliegie o melograni, sono fortemente allusivi sia in riferimento alla Vergine che al Bambino. In questo periodo anche il paesaggio assume particolare rilievo, con allusioni alla simbologia cristiana nell’Angelico e in Gentile da Fabriano.

Visione più laica

Verso la metà del ‘500 la rappresentazione della natura passa da un originario significato religioso a una visione più laica. Fa eccezione lo splendido soffitto dell’Abbazia di San Michele a Bamberga, dove le tre navate sono completamente affrescate con elementi naturalistici, creando un monumentale Himmelsgarten, raffigurante quasi 600 piante, ognuna con un significato simbolico nell’economia della storia della salvezza: un gigantesco erbario unico al mondo. Nel XIX e XX sec. il fiore, grande protagonista dell’arte Liberty, invade qualsiasi campo, dalla decorazione architettonica alle arti applicate, ma non ha più alcun rapporto con l’arte religiosa. Un’eccezione può essere considerata la scuola di Beuron, in cui fiori e piante fortemente stilizzati sono però usati a scopo quasi esclusivamente decorativo. In campo architettonico un unicum è la chiesa della Sagrada Familia di Barcellona in cui l’architetto Gaudì inserì una prorompente decorazione volutamente carica di valori simbolici: piante, fiori foglie, frutti e animali sono presenti dappertutto, incorniciando e valorizzando le raffigurazioni sacre.

Decorazione floreale ed esotica della Sagrada Familia di Barcellona (foto CENSI)

Oggi, invece, le nuove chiese sono più studiate dal punto di vista delle forme architettoniche che da quello della decorazione; i programmi iconografici sono spesso assenti e non c’è quasi mai traccia dei simbolismi naturalistici. Non si pensa, forse, che l’universo è un pensiero che Dio aveva in sé fin dall’inizio, ma ha creato l’uomo e lo ha posto nel giardino affinché lo “coltivasse e lo custodisse”.

Micaela Soranzo – vita pastorale febbraio 2012