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Lo stile pastorale come eredità del concilio Vaticano. II Prima di tutto la testimonianza

di Franco Giulio Brambilla

Christoph Theobald prende le mosse dallo stile del concilio per valorizzare la forza teoretica del principio di pastoralità. Infatti, il teologo gesuita prospetta un’analogia tra linguaggio biblico e linguaggio del corpo testuale del Vaticano II. Il principio di pastoralità definisce sia l’organizzazione interna dell’insieme testuale lasciatoci dal concilio, in analogia con il linguaggio biblico e patristico – piano linguistico – sia una maniera di procedere da parte dei padri conciliari che consiste nel comprendere e interpretare il corpus conciliare come “espressione di ascolto della parola di Dio e di incontro effettivo dell’infinita varietà di coloro ai quali l’assemblea vuole indirizzarsi” quindi sul piano extratestuale e pragmatico.
Il Vaticano II propone un linguaggio con una “forte osmosi tra linguaggio biblico e linguaggio conciliare”, che non si traduce in un genere unico, ma in una contaminazione di generi diversi. Il risultato è quindi un tessuto complesso di linguaggi. Lo stile del concilio però, secondo Theobald, non si riduce ai sedici documenti, ma la tessitura testuale del Vaticano ii rimanda a un referente extratestuale o pragmatico, che è propriamente lo “stile” del concilio. Il decentramento ecclesiologico, per il quale il teologo di Parigi critica l’enfasi sui temi istituzionali ed ecclesiologici nel concilio e soprattutto nel postconcilio, richiama invece un problema decisivo: la relazione dialogico-comunicazionale del Vangelo al mondo deve intrinsecamente coniugarsi con l’attestazione che media l’immediatezza del Vangelo, cioè la sua origine nella Pasqua di Cristo, rivelazione piena del mistero trinitario.
Dice Paul Ricoeur: “Questa immediatezza opera come un’origine, come initium al di là del quale non si può risalire. A partire da essa, l’interpretazione sarà l’interminabile mediazione di questa immediatezza. Un’ermeneutica senza testimonianza è condannata alla regressione infinita, in un prospettivismo senza inizio e fine”. In forma di tesi finale potremmo dire che principio di pastoralità e forma testimoniale – che nel concilio e, forse in modo più accentuato, dopo il Vaticano ii restano accostati e talvolta separati – vanno invece coniugati nella loro necessaria appartenenza e irriducibile differenza. Potremmo forse indicare questo come il lascito che il Vaticano II ci consegna da riattivare in un tempo di sfida multireligiosa e di globalizzazione? È questa l’eredità che il concilio lascia alla Chiesa (pastori, teologi, uomini tutti) del xxi secondo da pensare e da realizzare? La nuova sfida dell’evangelizzazione sostenuta dai Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI non trova – come si può almeno intravedere dagli inizi – nella pragmatica di Papa Francesco un felice connubio di Vangelo, Chiesa e mondo? Dono, donazione e donatario non devono vivere in una circolarità virtuosa che dia speranza al domani che bussa alle nostre porte? È questa l’eredità che il Vaticano ii trasmette alla Chiesa e alla teologia del terzo millennio.

(©L’Osservatore Romano 13 ottobre 2013)

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