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Lo Stato orfano di «fraternità»

Il termine “fraternità” non figura esplicitamente nel testo della Costituzione italiana. È presente invece nella coeva Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata a NewYork nel 1948 dall’Onu. «Tutti gli essere umani nascono liberi e eguali in dignità e diritti. Essi sono dotato di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Ma entrambi i testi riflettono una concezione personalistica del nostro Stato e della comunità internazionale che ha necessità di essere recuperata nella sua essenzialità con l’apporto del diritto coinvolgendo le varie “fraternità” esistenti (familiare, comunitaria, nazionale e universale) sia nelle istituzioni territoriali, dai Comuni al governo centrale, sia nelle tante aggregazioni sociali ed economiche nelle quali si esprime la dignità della persona. La fraternità si manifesta giuridicamente nel principio di solidarietà completato da quello di sussidiarietà ed è condizione essenziale per una architettura diversa dello Stato, spesso considerato come semplice erogatore di servizi. Ciò diventa necessario in questa stagione di crisi globale (crisi economica e sociale con la perdita crescente di posti di lavoro e l’accentuarsi delle disparità tra i pochi ricchi e i tanti poveri, e crisi di un Welfare state incapace di rispondere alle nuove domande di una società sempre più esigente) che porta al superamento sia dello Stato liberista, sia di quello interventista e che impedisce (come dimostra l’antipolitica dilagante in diversi Paesi a cominciare dal nostro) la partecipazione di tutti i portatori di interessi al raggiungimento di un bene comune che leghi in una concezione solidarista le diverse generazioni.

Il principio di fraternità deve tradursi in uno Stato “comunità” per così dire plurale in grado di realizzare «una convergenza significativa di approcci ideologici molto distanti e apparentemente inconciliabili». Questo è in parte avvenuto scorrendo non pochi articoli della nostra Costituzione, come gli articoli 2 e 3 che riconoscono i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali e la pari dignità sociale di tutti i cittadini o l’articolo 5 sull’articolazione territorio dell’Italia con il dibattito sul federalismo in corso da anni. Guardando proprio alla nostra Carta fondamentale, lo studioso Filippo Pizzolato, docente di Istituzioni di diritto pubblico a Milano Bicocca e di Dottrina dello Stato alla Cattolica, ha avviato un complesso itinerario di ricerca non ancora concluso (Il principio costituzionale di fraternità, Città nuova, pagine 194, euro 18), che si presenta pieno di riferimenti a contributi filosofici e giuridici e a sentenze della Corte costituzionale, di analisi sul ruolo del volontariato e del terzo settore e di approfondimenti sui diritti doveri delle istituzioni territoriali e non (con significative indicazioni sulle Camere di commercio e sul Cnel).

L’approccio, se da un lato conferma l’attenzione crescente dei giuristi al principio di fraternità-solidarietà anche nella sua tensione universale (propria dell’Onu) che riguarda la ricerca della pace e della giustizia tra le nazioni e gli uomini, conduce Pizzolato a prefigurare uno Stato che è insieme «comunità e formazione sociale prima di essere apparato burocratico e autoritario» nel quale istituzioni, non solo territoriali, ma anche le articolazioni sociali di ogni genere svolgono un ruolo politico. In quest’ottica si collocano alcune indicazioni e intuizioni di giuristi cattolici che sia con il Codice di Camaldoli, che supera lo Stato etico del fascismo, sia nei lavori della Costituente, come si esprime Costantino Mortati, auspicavano oltre alla Camera dei deputati «rappresentativa delle tendenze politiche generali, collegate ai partiti» una seconda Camera da non leggere in senso corporativo «espressione di gruppi di interessi organizzati in modo autonomo, di istituzioni… connesse con determinati nuclei sociali». Più recentemente Giuseppe De Rita, riferendosi al dibattito sul federalismo non solo territoriale, ha ipotizzato una seconda Camera che costituisca «un più complesso sistema di rappresentanza: con una struttura centrale composta dai rappresentanti delle forze sociali, delle autonomie locali ai vari livelli, delle autonomie funzionali». Pizzolato si ferma sul limite di queste proposte Ma in un certo senso le fa sue nel sollecitare la riscoperta di quella dimensione «così a lungo dimenticata, del legame solidaristico comunitario in cui prende corpo il principio di fraternità».

Antonio Airò – avvenire.it