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L’invito dei vescovi a religiose e religiosi: «Siate scuole di fraternità»

I consacrati, religiosi e religiose hanno un compito delicatissimo e fondamentale per i nostri giorni: dare un volto, assegnare un nome preciso a quella profonda sete di «Altro», nella quale si dibatte oggi l’umanità. Un compito che, come si legge nel messaggio inviato dalla Commissione episcopale Cei per il clero e la vita consacrata in occasione della 16ª Giornata mondiale della vita consacrata, può essere svolto solo testimoniando in prima persona «l’evangelica vivendi forma», la forma di vita evangelica. L’invito dei vescovi, insomma, è a «riproporre la forma di vita che Gesù ha abbracciato e offerto ai discepoli che lo seguivano».

La Giornata, che si celebra in tutto il mondo oggi, festa della Presentazione di Gesù al tempio, diventa l’occasione, quindi, per ribadire che, soprattutto «in tempi non facili» come quelli attuali, segnati da una crisi che prima di essere economica è culturale e antropologica, è possibile riscoprire uno stile di vita diverso, aperto alla speranza che può venire solo dalla comunione con Dio.

Secondo i vescovi è proprio questo il «proprium» della vita consacrata, chiamata a «una testimonianza fondamentale per tutte le altre forme di vita cristiana». In linea con gli orientamenti pastorali che la Chiesa italiana si è data per questo decennio, il messaggio rilegge questo «ideale percorso educativo, antropologico ed evangelico» come un impegno principalmente educativo: «Educarsi alla vita santa di Gesù», infatti, è il titolo del messaggio. Quattro i punti che i vescovi decidono di mettere a fuoco, indicando gli «strumenti» concreti di questo cammino per educarsi e, allo stesso tempo, educare gli altri attraverso la scelta di una precisa forma di vita.

Innanzitutto il richiamo al «primato di Dio»: «Urge una nuova evangelizzazione, che metta al centro dell’esistenza umana il primo comandamento di Dio, la confessio Trinitatis e la Parola di salvezza», di cui i consacrati hanno «profonda esperienza spirituale». Testimoniando la bellezza dell’amore di Dio, nota il messaggio, i consacrati «spandono quel “buon profumo divino” che può richiamare l’umanità alla sua vocazione fondamentale: la comunione con Dio».

Altrettanta incisività nel mondo, che oggi più che mai ha necessità di uscire da logiche di interesse per riscoprire la gratuità, può avere la testimonianza della fraternità. «La fraternità universale è il sogno di Dio – scrivono i vescovi –. La dilagante conflittualità che deteriora le relazioni umane mostra l’attualità della missione di Cristo». Allora, prosegue il messaggio, «che bella testimonianza ecclesiale possono offrire alle parrocchie, alle famiglie e ai giovani autentiche fraternità, capaci di accoglienza, di rispetto e di accompagnamento!».

Tocca alle comunità religiose, insomma, «essere scuole di fraternità che impegnano i propri membri alla formazione permanente alle virtù evangeliche: umiltà, accoglienza dei piccoli e dei poveri, correzione fraterna, preghiera comune, perdono reciproco, condividendo la fede, l’affetto fraterno e i beni materiali». In un mondo «monotono e apatico, dominato dagli istinti e dalle passioni», aggiungono i vescovi, Gesù e i suoi discepoli «testimoniano la forza straordinaria dello zelo divino». In questo senso, se è vero che la nuova evangelizzazione richiede «nuovi santi, appassionati di Gesù e dell’uomo, sentinelle che sanno intercettare gli orizzonti della storia», la vita consacrata dovrà continuare a essere «laboratorio di nuovo umanesimo, cenacolo di cultura» capace di fecondare «la letteratura, l’arte, la musica, l’economia e le scienze».

Ma lo stile di vita evangelico ha la sua portata profetica soprattutto nei suoi «consigli»: povertà, castità, obbedienza. Bussole, che aiutano a riscoprire «l’essenzialità, la gratuità, l’ospitalità», «a dare ordine e significato vero agli affetti», a mettersi «a servizio delle persone, specialmente i poveri». Se vissuti così, i consigli evangelici assumono un «profondo significato antropologico, che richiede un grande impegno educativo» anche a chi vive in convento.

Matteo Liut – avvenire.it