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L’invio dei «missionari della misericordia» Una parabola che si fa incontro

Quella famosa pagina del Vangelo, nota come la parabola del Figliol Prodigo, ma il cui protagonista è in realtà il Padre Misericordioso, prenderà vita sotto i nostri occhi una, cento, mille volte in questo Anno Santo. È questa la bella notizia che a partire dal prossimo mercoledì delle Ceneri comincerà a diffondersi a macchia d’olio nei cinque continenti, grazie all’opera dei ‘missionari della misericordia’. Ricordate il momento del ritorno a casa del giovane che ha sperperato tutto?

Così, in poco meno di un versetto, la descrive Luca: «Quando era ancora lontano, il Padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Si può dire che con la sua decisione di inviare in tutto il mondo 1.070 sacerdoti di ogni continente, che avranno il potere di rimettere anche i peccati più gravi, di per sé riservati alla Sede Apostolica, il Papa ha voluto che quella scena uscisse dalle pagine di carta e diventasse vita vissuta, esperienza di ogni giorno, amore di Dio a portata di mano per ciascuno. Saranno i missionari, infatti, sull’esempio del Padre, a correre incontro ai tanti ‘figlioli prodighi’ della nostra epoca, a gettar loro al collo le braccia del perdono e a baciarli con il sigillo della riconciliazione. E questo avverrà in una sorta di dinamica rovesciata, rispetto a quella della ‘feriale’ vita di Chiesa dei tempi ordinari. Siamo infatti abituati a pensare al confessionale come a un luogo da raggiungere, un posto in cui andare, e talvolta senza che l’iniziativa vada a buon fine per mancanza di sacerdoti disponibili.

Come invece accade nella parabola evangelica, Francesco ha voluto precorrere persino l’intenzione dei penitenti. Sono il sacramento e i suoi ministri che vengono da noi. Lo ha ricordato ieri l’arcivescovo Rino Fisichella. I missionari saranno a disposizione di quanti vorranno richiedere la loro presenza per tutto il periodo giubilare e soprattutto durante la Quaresima. Perciò saranno loro ad andare incontro a chi ha spiritualmente perso tutto. E questo avverrà davvero in ogni luogo, fino agli estremi confini della Terra. Cosicché è quasi certo che l’esempio di padre Richard, il sacerdote australiano che visiterà 27 comunità della diocesi di Maitland-Newcastle dove c’è una sola chiesa, ma nessun sacerdote residente, non sarà certo l’unico nel suo genere. In sostanza, se la misericordia – come ci ricorda ogni giorno papa Bergoglio – è l’architrave della Chiesa, la sua porta deve essere la più ampia possibile. Ecco perché esempi più belli per coloro che nei confessionali di tutto il mondo si accingono a incontrare e accogliere i fedeli, il Pontefice non poteva scegliere. San Pio da Pietrelcina e San Leopoldo Mandic, due ministri di Dio che hanno passato buona parte della loro vita a incarnare la dinamica del Padre che va incontro al figliol prodigo. Le loro spoglie mortali saranno traslate a Roma proprio nei giorni in cui Francesco conferirà il mandato ai ‘missionari della misericordia’.

Quasi a fornire a questi ultimi il paradigma della misura con cui devono amministrare il sacramento. Una misura che lo stesso San Leopoldo era solito ricordare a chi lo accusava di eccessiva generosità con i peccatori. «Se il Crocefisso mi avesse a rimproverare della manica larga, gli risponderei: questo cattivo esempio, Signore, me lo avete dato voi. Io non sono ancora giunto alla follia di morire per le anime». Anche grazie all’invio dei missionari, dunque (uno dei principali tratti distintivi di questo Giubileo), una rete di misericordia si stenderà sul mondo, penetrando nei gangli vitali dell’esistenza quotidiana, per fecondarli con l’acqua del perdono e il sole dell’amore. Molti di quei 1.070 sacerdoti vengono da terre segnate (ieri o tuttora) dall’odio o dalla guerra. Chi meglio di loro potrà testimoniare anche in base alla propria esperienza personale che solo la riconciliazione può assicurare un domani di pace? Perciò negli occhi di chi uscirà perdonato da quei confessionali, apprestiamoci a leggere la gioia del figlio che «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E soprattutto vinciamo noi stessi la tentazione del «figlio maggiore» di non prendere parte alla festa, cui tutti siamo invitati.

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