L’intervista. Giulietti: il vescovo cammini con la gente. Ma no alla «popolarità»

A colloquio con l’arcivescovo di Lucca per la festa del patrono san Paolino. «Il Papa mi indica come esempio? Occorre il coraggio di riformare anche con scelte non gradite»

L'ingresso a Lucca dell'arcivescovo Paolo Giulietti arrivato a piedi lo scorso 12 maggio

L’ingresso a Lucca dell’arcivescovo Paolo Giulietti arrivato a piedi lo scorso 12 maggio

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«Afondamento della nostra civiltà ci sono i valori della persona e della solidarietà. Ma se perdono le loro radici, che sono essenzialmente cristiane, rischiano di restare solo nominali o di scomparire». Il monito giunge daPaolo Giulietti che ieri ha celebrato per la prima volta da arcivescovo di Lucca la festa patronale di san Paolino, primo pastore di questo angolo di Toscana. «Il santo martire continua a dirci è che l’uomo non può ritenersi autosufficiente. Siamo debitori dell’operato degli altri», afferma Giulietti. E la seconda “lezione” è un invito. «Le nostre città non possono dimenticare i riferimenti che sono frutto dell’esperienza cristiana. L’affievolimento di punti fermi che si traduce in indifferenza o cattiveria nasce dallo scollamento fra i valori che tutti affermano e le radici che li rendono vitali».

Giulietti è un vescovo «popolare ». L’aggettivo è di papa Francesco che in un’intervista all’emittente messicana Televisa ha citato come «esempio» il nuovo pastore di Lucca, 55 anni, originario di Perugia.«Ma la popolarità di cui parla il Papa – spiega ad Avvenire – è sinoni- mo di vicinanza alla gente. Il gradimento è invece una tentazione. Grazie al cielo il vescovo non deve andare alla ricerca di consensi e quindi può permettersi anche scelte non sempre gradite». Bergoglio indica Giulietti come “prova” di una «Chiesa in crescita», non «in crisi». «Ritengo che siamo di fronte a una crisi di crescita – sostiene l’arcivescovo di Lucca –. Stiamo attraversando un’importante fase di passaggio: ereditiamo uno stile di essere Chiesa che ci ha consegnato il Concilio di Trento e che ha come volto l’esperienza centenaria delle nostre parrocchie; e siamo chiamati a costruirne uno nuovo che passa dal confronto con la secolarizzazione, da una diversa presenza ecclesiale, dalla valorizzazione del laicato, dal nuovo ruolo del clero che si riduce di numero. Già negli anni Settanta la Chiesa italiana prospettava la via dell’evangelizzazione. Oggi papa Francesco con l’Evangelii gaudiumci sollecita con forza a ripensare la Chiesa nell’orizzonte della missionarietà». E subito Giulietti fa sapere: «In un periodo di riforma i vescovi devono accettare di essere anche impopolari. Non si fanno cambiamenti a costo zero».


Paolo Giulietti è nato a Perugia il 1° gennaio 1964. Ha frequentato il Seminario regionale umbro ed è stato ordinato prete nel 1991. Dal 2001 al 2007 è stato responsabile del Servizio nazionale Cei per la pastorale giovanile. Divenuto vicario generale di Perugia-Città della Pieve, è stato nominato ausiliare della sua diocesi nel 2014 e ha ricevuto la consacrazione episcopale dal cardinale Gualtiero Bassetti. Papa Francesco lo ha nominato il 19 gennaio 2019 arcivescovo di Lucca dove ha fatto il suo ingresso lo scorso 12 maggio.


E qual è una decisione impopolare? «Qui a Lucca è in corso una ristrutturazione territoriale. Che ha portato con sé un cambiamento non di poco conto: nelle parrocchie più piccole non c’è più la Messa domenicale. La celebrazione si concentra in alcune località perché sia davvero significativa, partecipata, animata. Di fatto, una celebrazione di qualità. Qualcuno si lamenta e scrive ai giornali. Comprendo che è una scelta non facile da accettare, ma necessaria per il rinnovamento della Chiesa».

Le parole di papa Francesco su Giulietti sono state ispirate dal suo ingresso a Lucca, il 12 maggio scorso. Più di duemila ragazzi (poi adulti e persino disabili e malati) si sono uniti al suo “arrivo” a piedi in città. Per le vie del centro tutti affacciati alle finestre; la gente in strada o nelle piazze a salutarlo. «Il popolo ha visto: “Questo nuovo pastore non viene in una limousine”», ha sottolineato il Papa. «Nulla di programmato – chiarisce adesso l’arcivescovo –. Sono giunto in pellegrinaggio da Perugia. Avevo bisogno di silenzio. E ho solo voluto condividere l’ultimo tratto di cammino. Invece è diventata un’esperienza sinodale. Però conta quanto ripete Francesco: servono pastori che non siano amministratori, burocrati o funzionari, ma padri di famiglia».

Giulietti che è stato responsabile Cei della pastorale giovanile dal 2001 al 2007 si sofferma sui ragazzi. «Il rapporto con le nuove generazioni è una sfida sia per la Chiesa sia per tutta la società italiana. Riguarda non solo la comunità cristiana ma anche il volontariato, le istituzioni, la scuola. Dobbiamo tararci per essere capaci di comunicare con loro, accoglierli e farli diventare protagonisti. Il Sinodo dei vescovi con l’esortazione Christus vivit e il nuovo documento Cei Dare casa al futurosono due bussole su cui lavorare».

Da marciatore e profondo conoscitore dei cammini dello spirito (su cui ha scritto numerose guide), non risparmia una stilettata alla gestione della Via Francigena che taglia anche la Toscana. «Sta smarrendo la sua identità: è troppo parcellizzata ed è trattata con un approccio per lo più turistico». Secondo Giulietti, il pellegrinaggio a piedi «è una straordinaria esperienza spirituale per l’uomo contemporaneo. Una pratica di ecologia integrale, direbbe il Papa, perché guarda all’interiorità, al rapporto con gli altri, a quello con l’ambiente. E la Francigena che rappresenta un significativo patrimonio per l’Italia non è sfruttata: a Santiago di Compostela si contano 300mila pellegrini l’anno; la nostra Via annovera appena 10mila arrivi a Roma. Tutto ciò ne fa un’occasione perduta».

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