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L’incarnazione di Gesù e del prete

Quali motivazioni fanno sensata e bella, oggi come ieri, e forse più di ieri, l’avventura di essere preti? Che cosa può attrarre al sacerdozio i figli del "postmoderno", tempo di solitudini e di frammentazioni, di riflusso nel privato e di "società liquida", priva di appigli forti e attraversata da inquietudini profonde? Per quanto paradossale possa sembrare, ciò che mi sembra possa rendere oggi attraente una vita da prete è semplicemente il suo porsi come una misteriosa attualizzazione del mistero dell’incarnazione. Il prete come alter Christus, totalmente di Cristo, come lui totalmente per gli altri e per Dio nella carne del tempo, è un segno eloquente anche per il nostro oggi!

Anzitutto lo è perché, di fronte a una cultura nella quale il profitto e l’interesse vengono presentati come valori forti, cui finalizzare ogni altra scelta di vita, il fatto che ci siano persone disposte a vivere un’esistenza per gli altri, all’insegna della pura e semplice gratuità, appare al tempo stesso sconvolgente e intrigante. Essere preti oggi non è certo una "sistemazione" per nessuno: è un rischio, una scommessa, che sovverte la logica vincente della corsa al maggior guadagno e le antepone la bellezza, perfino "perdente", del dono. La forza del prete sta proprio nella sua "debolezza": è il suo non avere interessi di partito, il suo esistere per gli altri senza dover accontentare i gusti di nessuno, a renderlo credibile. Scriveva don Lorenzo Milani ai suoi ragazzi di Barbiana: «Dicesi commerciante colui che accontenta i gusti dei suoi clienti; dicesi maestro colui che li contesta e li cambia».
Il prete è credibile perché ha scelto contro corrente, nella misura in cui ha voluto e ha saputo essere libero anche dal proprio calcolo e dal proprio profitto. Perciò può offrirsi come "maestro", anche al di là della sua stessa consapevolezza e delle sue realizzazioni. In una società, che è sempre più dominata dall’incomunicabilità e dalla paura degli altri, un’esistenza "donata", giocata "soltanto" per un amore esigente e totale, appare una possibilità di rinascita, un segno di contraddizione sovversivo e liberante, come lo fu quella del Figlio eterno venuto nella carne per amore, soltanto per amore.

C’è però un’altra motivazione del richiamo che la figura del prete può esercitare nella nostra cultura secolarizzata e post-moderna: l’esistere per gli altri, la scelta della gratuità come orizzonte di vita, rimandano al mistero dell’Altro, alla vivificante e trasformante esperienza di Dio. La vita consacrata alla causa del Vangelo è testimonianza del primato assoluto dell’eterno, è messaggio – più eloquente di ogni parola – di come Dio solo basti e lui solo sia in grado di dare alla vita e alla storia significato e speranza. In un tempo di crollo di certezze e di palese fallimento delle presunzioni totalizzanti della ragione "moderna", un’esistenza totalmente abbandonata a Dio, perdutamente innamorata di lui, appare come un riferimento luminoso, annuncio di un’alternativa possibile. L’incarnazione non è solo il movimento dall’eternità al tempo, ma anche l’altrimenti impensabile possibilità del movimento opposto, quello capace di portare nel cuore di Dio il dolore e la morte degli uomini, le stagioni del tempo e le contraddizioni della storia.

Di fronte alla "notte del mondo" in cui siamo, nella quale – come osservava già M. Heidegger – la tragedia più grande non è tanto l’assenza di Dio, quanto il fatto che tanti sembrano non soffrire più di questa mancanza, si offre con nuova attualità la domanda di Hölderlin: «A che servono i poeti nel tempo della povertà?». La risposta di Heidegger è che essi servono a schiudere gli orizzonti, a segnalare la Patria. Forse, nella società complessa nella quale ci troviamo, in questo mondo senza segni veramente eloquenti, al prete è dato di vivere il ruolo del poeta nel tempo del bisogno, e di viverlo nella maniera più alta: a prezzo della sua vita come il suo Signore, venuto nella carne per vivificare questa carne e divinizzarla, condividendone gioie e dolori, speranze e angosce.

In maniera semplice e potente lo aveva ricordato agli uomini del nostro tempo il concilio Vaticano II: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita, e in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’Apostolo: il Figlio di Dio "ha amato me e ha sacrificato sé stesso per me" (Gal 2,20)» (Gaudium et spes 22). Ricordare tutto questo con la testimonianza della vita è il compito più alto di un prete, quello che rende la sua "incarnazione" fra la gente un mistero ancora fascinoso ed eloquente per tanti.

Bruno Forte – vita pastorale dicembre/2009