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Libro. In viaggio alla scoperta delle sinagoghe d’Italia

«Il cammino comune tra cattolicesimo e ebraismo è fondamentale. Fondamentale fu la visita di Giovanni Paolo II in Sinagoga, visita che inaugurò un cammino…».

Sono le parole dell’ex rabbino italiano Elio Toaff (1915-2015). E quel cammino «comune» indicato da Toaff, in questo mese di gennaio che porta al “Giorno della Memoria” (il 27), lo seguiamo anche fisicamente, in un viaggio affascinante che ci porta alla scoperta del luogo dove la religione ebraica è vissuta intensamente da millenni. Quel luogo, nato anche per sopperire al vuoto dettato dall’esilio forzato del popolo di Israele, è la sinagoga, nella lingua madre, «BethhaKnesset», tradotto: «La casa dell’assemblea». La casa della socialità, della preghiera, «ma soprattutto la dimora della Torah, e cioè dei cinque libri del Pentateuco», scrive Adam Smulevich in Sinagoghe italiane. Raccontate e disegnate (Edizioni Biblioteca dell’Immagine. Pagine 333. Euro 15,00) che ci accompagna in questo viaggio, da Nord a Sud alla scoperta – in alcuni casi, trattasi di riscoperta – di questi scrigni secolari della tradizione spirituale e della cultura ebraica. Un viaggio nel tempo che inizia 2200 anni fa, ad Ostia antica.

Lì, alle porte di Roma, nel I secolo venne edificata la prima sinagoga su suolo italico, «poi rinnovata nel IV secolo, è la più vecchia rinvenuta in Europa occidentale», puntualizza Smulevich. Un ritrovamento archeologico casuale quello dei resti ostiensi, così come altrettanto «fortuita» è stata la scoperta di una sinagoga di epoca romana a Bova Marina, in Calabria. Siamo nel Meridione che in origine fu l’approdo privilegiato degli ebrei provenienti dall’area mediterranea e quella mediorientale. Qui iniziarono a costruire le proprie sinagoghe, prima dell’oblio medioevale in cui «le sorti delle persone: le preghiere, tornano nelle case, nascoste e protette», spiega Smulevich.

Non cambia lo scenario neppure con la scoperta del Nuovo Mondo ad opera di Cristoforo Colombo, che pare avesse origini ebraiche. Per gli ebrei, specie quelli del Sud d’Italia sottoposto al dominio della corona di Spagna – che imponeva la conversione al cristianesimo – le cose andarono di male in peggio. L’ora della segregazione scattò nel 1555 con la bolla papale Cum nimis absurdum di Paolo IV, e già dal 1516 Venezia aveva creato il primo ghetto. In ogni luogo, la pubblica ottusità antisemita, lamentando la minaccia alla quiete sociale per mano degli ebrei («i condannati alla schiavitù eterna»), inventava ad arte storie di bambini sacrificati nelle sinagoghe. E la diceria degli untori è durata fino «all’altro ieri – si legge in Sinagoghe d’Italia.

Un macabro culto rimasto in vigore fino al Concilio Vaticano II. Si tratta della devozione istituita a Trento per onorare il “beato Simonino”, un bambino ritenuto per secoli vittima di un omicidio rituale ebraico». Processi farsa, condanne sommarie, quanto ingiuste, portarono a secoli di spargimento di sangue tra i fedeli delle sinagoghe, che, spesso rimasero degli edifici celati all’interno dei centri storici delle nostre città.

Ma il vento del Risorgimento iniziò a spirare dalla parte degli ebrei: nel 1848 lo Statuto Albertino gli concesse – assieme ai valdesi – «la dignità di culto e di cittadinanza».

Trascorre però meno di un secolo che, Mussolini, con le Leggi razziali del 1938 mette nuovamente al bando la comunità ebraica italiana, sacrificata davvero sull’ara del totalitarismo nazifascista, che, oltre a mietere milioni di vittime, non risparmierà i loro luoghi di culto.

Pertanto, questo viaggio, attraverso le pagine di un libro meravigliosamente illustrato da Pierfranco Fabris, è anche una sorta di censimento storico-artistico per rintracciare i segni vitali delle 21 comunità ebraiche, sparse da Trieste a Palermo. Mosaico vivente di una fervida minoranza – circa 25mila sono gli ebrei italiani, il 75% appartenenti alle comunità metropolitane di Milano e Roma – che dal massimo centro di aggregazione, che è la sinagoga, porta avanti il «tikkun olam», ovvero «l’opera di riparazione e risanamento del mondo».

Il “Popolo del libro”, la «Torah», lo fa studiando le leggi e rispettando le «mitzvot», le 248 azioni da compiere e i 365 divieti imposti. E il pensiero di ogni ebreo professante che entra nella sinagoga è illuminata dal «ner tamid», la lampada che simboleggia la luce eterna del Pentateuco.

Quella luce non ha mai smesso di illuminare la sinagoga di Trieste, una delle più grandi d’Europa, avamposto di resistenza umana distante appena due chilometri – in linea d’aria – dalla famelica Risiera di San Sabba: «L’unico campo di sterminio attivo nel Paese».

Vicino Trieste, a Gorizia, sorge la “Gerusalemme sull’Isonzo” con la sua sinagoga, intitolata al linguista Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), punto d’incontro dell’intellighenzia locale, a cominciare dal poeta e filosofo de La Persuasione e la Rettorica, Carlo Michelstaedter (morto suicida a 23 anni, nel 1910) e della prima direttrice donna di un quotidiano, Carolina Luzzatto (1839-1917).

“Capitale” della «consapevolezza» ebraica, come sottolinea Smulevich, è sicuramente Venezia, con il suo ghetto storico, le cinque sinagoghe (Tedesca, Canton, Italiana, Levantina e Spagnola) e il cimitero di San Nicolò, sull’isola del Lido, in cui aleggia il “Golem” veneziano che incuriosì le anime poetiche di Goethe e Byron.

Prima della Shoah, assai frequentate erano anche le tre sinagoghe di Ferrara (Italia, Tedesca e Fanese). Le vicende storiche della comunità estense del secolo scorso si ritrovano nel tragico e romantico romanzo Il giardino dei Finzi Contini e i Racconti ferraresi dello scrittore ebreo Giorgio Bassani.

Comunque gli Este, come i Gonzaga a Mantova, ebbero sempre un occhio di riguardo per gli ebrei, così come a Urbino, con profondo rispetto e in ricordo della distruzione del Tempio di Gerusalemme sulla sinagoga (inaugurata nel 1633) venne lasciata una fascia di mattoni rotti.

«La costruzione di una sinagoga può anche essere la rivendicazione di un’autonomia, di un proprio percorso indipendente», si legge nel passaggio con “sosta” nello splendido borgo di Sabbioneta, che, oltre ai magnifici, Palazzo Ducale e il Teatro all’Antica dello Scamozzi (realizzato nel 1590), conserva la sinagoga. Fortemente voluta dai «113 ebrei» locali che rifiutarono l’unione con Mantova perorata dagli austriaci, e nel 1812 posero la prima pietra della loro “Casa dell’assemblea” incastonata all’interno di un palazzo cinquentesco.

L’estetica e l’eleganza sono cifre ricorrenti, e forse in questo la sinagoga di Merano rappresenta un esempio mirabile di “piccolo è bello”. Nell’ex raffinato salotto imperiale, caro agli intellettuali (Kafka e Zweig, rimasero stregati da Merano) e al casato austriaco di Francesco Giuseppe, ancora oggi giungono alla sinagoga molti viennesi per onorare la memoria del rabbino e talmudista Yerucham Fischl che qui è sepolto.

In Piemonte si può visitare il maggior numero di sinagoghe: a Torino, Asti, Casale, Alessandria, Vercelli, Biella, Cherasco, Cuneo, Mondovì, Saluzzo e Ivrea.

Folto anche l’itinerario in Emilia che, oltre a Ferrara – dove alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2017 è stato inaugurato il Meis (Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah) – ci sono le comunità e le annesse sinagoghe di Bologna, Parma, Modena, Soragna (che funge anche da Museo della Memoria), Reggio Emilia (sinagoga riaperta più che simbolicamente settant’anni dopo le leggi razziali, nel 2008 e nel 150° della sua costruzione) e Carpi.

Qui, ha sede la Fondazione ex Campo Fossoli, il campo di internamento da cui Primo Levi venne poi deportato ad Auschwitz, e dove al gendarme della Repubblica sociale italiana che gli chiese cosa poteva fare per evitare che i prigionieri andassero a morire nei lager, il chimico e scrittore ebreo torinese rispose: «Faccia il ladro, è molto più onesto».

L’onestà intellettuale più forte e fiera dell’ebraismo italiano si rintraccia a Livorno. Città cosmopolita quella tirrenica, un tempo suddivisa internamente dalle «Nazioni», composte dalle diverse etnie sbarcate nel suo porto, delle quali un 10% era rappresentato dalla «Nazione ebraica».

Sotto il granduca Ferdinando I de’ Medici vennero promulgate le «Leggi Livornine», con la proclamazione di Livorno e Pisa «città senza ghetto». Livorno ha generato stirpi di illustri rabbini che, dal ’700 ai giorni nostri, vanno da Chidà e Benamozegh, fino a Toaff. E fu lo stesso Toaff, a Roma, testimone diretto nel 1959 della prima benedizione di un Pontefice, il “Papa buono” Giovanni XXIII, alle famiglie che uscivano dalla sinagoga del ghetto di Portico Ottavia.

Napoli, dove il primo stadio di calcio di proprietà, portava il nome del presidente ebreo Giorgio Ascarelli (morto a 32 anni, nel 1930) ha la giurisdizione su tutte le comunità ebraiche del Meridione. Sotto il Vesuvio gli ebrei erano stati cacciati definitivamente, senza praticamente fare più ritorno, dal 1540, ma nel 1863 la sinagoga di via Cappella Vecchia venne costruita grazie a un munifico lascito della ricca famiglia dei banchieri Rothschild. Gli Ascarelli hanno fatto il resto.

Anche senza sinagoga la memoria di una piccola comunità, come quella di Conegliano, continua a “vivere” con l’Aron e altri arredi trasportati a Gerusalemme nel dopoguerra.

A Trani la sinagoga nel 2007 è stata riportata alla Scola Nova (dove nel frattempo era sorta una chiesa cristiana).

Mentre a Palermo, approdo finale di questo viaggio, la sinagoga presto troverà la sua sede nell’Oratorio di Santa Maria del Sabato, «nell’area anticamente occupata dagli insediamenti ebraici della Guzzetta e della Meschita – conclude Smulevich – . Un nuovo inizio, nel segno delle radici».

Avvenire