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Libri: una vita d’amore è immortalità

MASSIMO ONOFRI – Avvenire

Pochi libri commuovono come quello di Lalla Romano, Nei mari estremi (1996), ove la scrittrice racconta i primi quattro anni della sua storia d’amore col futuro compagno di vita e gli ultimi quattro mesi di malattia fino alla morte.

Non molto diversamente ci si restituisce ora Marisa Bulgheroni, poetessa raffinata, celebre americanista e traduttrice, in un libro altrettanto struggente, Stella nera (il Saggiatore, pagine 112, euro 15).

La differenza è tutta nella scrittura: Lalla Romano si misura con una prosa essenziale e rastremata, ostinatamente paratattica, ma luminosa; Marisa Bulgheroni cerca la parola aureolata, la metafora pregnante e lo scatto lirico, quando possibile. Sentite qua: «La stella nera si staccò furtiva dal fondo più buio dell’universo, solcò l’attonito cielo estivo, si posò capricciosa sulla tua spalla, vi conficcò una punta come una nera radice».

La «stella nera» è il melanoma che, in pochissimo tempo, si porterà via per sempre il grande amore della vita. Il marito è già molto anziano quando gli diagnosticano la malattia e ha alle spalle un’esistenza piena, gremita di soddisfazioni: «Tu avevi novant’anni, ma eri come un ragazzo, impaziente, animoso, veloce, deciso».

Marisa Bulgheroni è nata a Como nel 1925: epperò, dalle vette remote dei suoi novantacinque anni, il dolore per la scomparsa del coniuge non è meno crudele e irredimibile di quello che, magari, si patisce all’improvviso e violentemente per una morte acerba, per un’esistenza ancora inespressa. Il tempo trascorso, però, non sottrae nulla agli amori immensi: non li fa sazi. Non resta che ripercorrerla, quella vita passata interamente insieme e provare a cercare le parole esatte che la trattengano e la facciano risplendere irrevocabile, seppure per l’ultima volta: «Quando la tua voce incessante si tacque, fu come una nuova partenza, una nuova separazione, più straziante perché inattesa. Parlerò io, mi dissi». La malattia è di sicuro strazio e sofferenza.

Ma approfondisce l’amore in modi impensati: «E, come per magia, io che credevo di amarti mi innamorai di te come per la prima volta, abbagliata dalla tua luce interiore».

Nonostante un sentimento di estrema solitudine dilaghi: «Il vento della malattia ti sospingeva al largo». Le domande, via via, si fanno ineludibili, mirando al cuore d’un mistero, magari il più insondabile, ma anche il più umano: «Perché questo insaziabile, irrazionale, desiderio di durata?

Questa sensazione che neppure una lunga vita è sufficiente a chi ama? Perché l’amore, così precario quando nasce, nella durata assume il carattere di una umana immortalità?». Bulgheroni prova a fare l’annalista di se stessa e di quello smisurato amore: «Narrerò di come ci siamo conosciuti». E poi: «Narrerò di come mi hai lasciato». Fino all’ultimo, crudelissimo istante: «Non mi è stato dato raccogliere il tuo ultimo respiro, ero appena uscita dalla tua camera quando l’infermiere mi ha chiamata». Ma la prosa, che – per tesaurizzare ogni istante coniugale convissuto – cerca di mantenere un ritmo annalistico, feriale, è anche continuamente tentata da una leggenda che sia insieme personale e paradigmatica: è forse questo continuo sbilanciamento, questa divaricazione tra lamento funebre e autocelebrazione matrimoniale ad assicurare al libro la sua cifra stilistica specialissima. Una divaricazione che vale anche come un’intercapedine: entro cui collocare le domande (e qualche volta anche le risposte) circa il senso di tutto. Ecco: «Che cosa tiene unite per anni e anni le persone che si sono scelte tra le tante conosciute?

Che cosa le avvicina poi come se fossero nate insieme?». Non di rado, a soccorrerci sono i tanti libri letti, gli autori amati, come Joan Didion, l’autrice dell’Anno del pensiero magico, in cui si racconta, appunto, «l’improvvisa perdita del marito» e poi la ripresa del proprio percorso di «grande scrittrice».

O come la poetessa amata e tradotta da Bulgheroni nei Meridiani: «Vorrei poter dire con Emily Dickinson: “Sarei più sola senza la mia solitudine”».

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Il libro in cui la poetessa, classe 1925, racconta, alla morte del marito lo stupore di trovarsi a custodire un’unione per sempre rinnovata