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Libertà? In pagina si va cercandola, ma con giudizio, per favore

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Libertà in pagina? Certo, ma se uno la usa non solo a modo suo, ma per “licenze” in fondo ridicole, allora è un altro problema. Ieri Pierluigi Panza (“Corsera”, tutta p. 48: «Caravaggio, un pittore di Cristo») sostiene che il pittore, vita e morte cariche di drammi e fonte di tante leggende anche nere, fu «vero pictor Christi», perché quando dipingeva pensava sempre e comunque a Gesù Cristo. Qualche spunto allegro – p. es. che Caravaggio «amava un Cristianesimo delle origini nel solco di San Carlo» e detestava «aspetti della Controriforma troppo dogmatici« – ma la principale prova sarebbe che «non solo nei dipinti religiosi», anche quando non dipingeva Cristo stesso, ma ovunque, e persino in dipinti «a forte contenuto erotico o sensuale» è in evidenza qualche «frutto», per Panza «in chiave mistica e di fede» simbolo del «corpo di Cristo» sempre offerto, con allusioni anche a Pasolini e Testori, e per fortuna non al «frutto del tuo seno» dell’Ave Maria. È libertà, sia chiaro. Ma penso che a Roma, a via Gregorio VII, un fornaio si chiama «Casa del Pane». Se qualcuno scoprendo che è il nome di Betlemme scrivesse che è un presepio perpetuo sarebbe libertà?
avvenire.it