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Liberati dai lacci della burocrazia ma non dai vincoli dell’etica

GIUSEPPE DALLA T ORRE  – avvenire

Di troppa burocrazia si muore, non c’è dubbio. E da noi c’è troppa burocrazia. Le cause del fenomeno sono molte, ma la principale è senza dubbio un’antica e radicata tradizione statalista, che ha visto la società civile asservita allo Stato e non, come Costituzione vorrebbe secondo un sano principio di sussidiarietà, uno Stato in posizione servente della società civile. Dunque, ben vengano sostanziose sforbiciate a un sistema di lacci e laccioli, che sacrificano la vitalità della società e limitano, quando addirittura non smorzano, i suoi slanci innovativi e di intrapresa. Anche se, com’è stato rilevato da più parti, per muoversi in questa direzione e raggiungere risultati effettivi non è assolutamente necessario modificare l’articolo 41 della Costituzione. Vi è però un problema, che non so se sia stato adeguatamente considerato. La semplificazione normativa e amministrativa, infatti, pongono in evidenza la centralità del principio di responsabilità, che è chiamato a guidare gli operatori nella società, insieme al principio di solidarietà. Si tratta di principi consacrati nella nostra Carta fondamentale, che costituiscono valori etici di primaria grandezza in relazione a quel bene comune, che dovrebbe essere l’obiettivo da perseguire sempre. Ma esiste, oggi, nella nostra società un adeguato sentire etico? I soggetti operatori nel campo della produzione, dei servizi, delle istituzioni, una volta liberati da eccessivi vincoli burocratici, avranno in sé, nella propria coscienza morale, la viva percezione delle remore e dei limiti provenienti dall’etica, per non abusare della maggiore libertà conquistata? Una nota di pessimismo orienta le risposte a questi interrogativi. Perché la cronaca non manca giorno di allertare sul fenomeno, speculare a quello dell’’emergenza educativa’, di una vera e propria ‘emergenza etica’. In fondo, la stessa esperienza che tutti quotidianamente abbiamo del progressivo abbassarsi del senso di legalità è una dolorosa ma inoppugnabile riprova di un sentire etico flebile nella società. Non c’è dubbio, infatti, che la forza della legge positiva, e quindi il suo rispetto da parte dei consociati, riposa più – e prima ancora – che nel timore della sanzione, nel senso etico della necessità della sua osservanza. Il problema è dunque quello di far fronte all’emergenza etica. In che modo? Il compito è immane e presuppone azioni di lungo periodo. Soprattutto impone alcune avvertenze. Una prima riguarda la distinzione tra etica pubblica ed etica privata. Per troppo tempo i maîtres à penser della cultura secolarizzata hanno predicato una doppia etica: libertina e senza regole nei rapporti privati; rigorosamente calvinista nei rapporti pubblici, segnatamente nella vita politica ed economica. Ma questo è un grave errore, perché l’’etica pubblica’ – se si vuole usare questa espressione –, non può non essere correlata con l’’etica privata’; la prima non può non essere che un riflesso, in un raggio di rapporti più ampio, della seconda. Una seconda avvertenza. Bisogna finirla di confondere educazione e formazione. Le nostre istituzioni, dalla scuola all’università, hanno rinunciato a educare e si limitano ormai a una mera formazione: magari di altissimo livello, ma sempre formazione. Dobbiamo prendere consapevolezza che la mera formazione non fa crescere un sentire etico; che occorre, cioè, tornare ad educare la persona nella sua integralità.