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L’Europa con la guerra in casa

​I sanguinosi eventi di Parigi confermano quello che in questi ultimi anni era apparso chiaro a molti analisti, vale a dire che le minacce più concrete alla vita delle nostre società non provengono necessariamente dall’esterno, ma piuttosto dall’interno a causa dell’esistenza di gruppi di estremisti.

Questi sono spesso di origine autoctona e si alimentano di fanatismo ideologico o religioso. Il profilo dei tre identificati quali presunti killer nell’assalto al settimanale satirico «Charlie Hebdo» sembra confermarlo. Inutile dire che è necessario incominciare a preoccuparsi. La dinamica tra piccoli gruppi non organizzati secondo una logica gerarchica, infatti, è quasi sempre di natura competitiva. In parole più semplici, ciascun gruppo per quanto piccolo cerca di ritagliarsi uno spazio di visibilità agli occhi di potenziali finanziatori o di gruppi più grandi da cui farsi reclutare o sostenere.

Questo genera un processo di emulazione secondo il quale di fronte a un’azione operata da un gruppo, altri si attivano successivamente per apparire più bravi e competenti nella realizzazione della violenza. Questo tipo di comportamento rischia di aumentare la frequenza e l’intensità di azioni violente e tristemente spettacolari. In Italia, peraltro, ne abbiamo memoria se ricordiamo che, negli anni di piombo, piccoli corpuscoli operavano per fare “colpo” e affiancarsi alle Brigate Rosse.

È chiaro che l’interpretazione dei fatti di ieri deve essere improntata a una certa cautela. In primo luogo, per quanto sanguinoso, non deve commettersi l’errore di considerare quello che è avvenuto una specie di «11 settembre» europeo. Da un lato, per quanto sia penoso comparare eventi di efferata crudeltà, non si può non rilevare che la dimensione dell’evento è comunque da tenere in considerazione. L’11 settembre era stato infatti il frutto di un piano che aveva richiesto tempi lunghi di preparazione e che si era poi concluso nella strage di migliaia di vite e in una svolta della storia. I fatti di ieri, per quanto molto violenti non segnano in alcun modo una svolta storica. Nel contempo, quanto accaduto era per alcuni aspetti prevedibile.

Non si può non sottolineare che le vittime fossero obiettivi da tempo di una rabbia assai poco nascosta da parte dei fondamentalisti islamici. Tanto da far sembrare la strage nella sede di Charlie Hebdo una sorta di vendetta consumata fredda. Ulteriori aspetti, comunque, colpiscono e preoccupano. Colpisce, in primo luogo, la modalità di esecuzione.

Nei primi anni in cui abbiamo cominciato a conoscere la violenza perpetrata dal fondamentalismo islamico di al Qaeda, la polizia di Manchester ritrovò in un covo di terroristi un manuale per l’organizzazione e l’azione dei gruppi.

Nel cosiddetto «manuale di Manchester» il riferimento più chiaro era sempre stato ad azioni perpetrate per mezzo di ordigni esplosivi, in particolare quelli che gli analisti identificano con il termine «Ied» (ordigni esplosivi improvvisati). È possibile che questa azione con le sue differenze operative indichi che la natura dell’estremismo in Europa sia mutata in questi ultimi anni. Non è da escludere che si siano raggiunti livelli organizzativi più sofisticati e quindi più letali. In secondo luogo, la diffusione di gruppi estremisti non può non essere analizzata anche alla luce delle dinamiche dei conflitti esterni in corso. I grandi conflitti, invero, tendono ad attrarre i combattenti senza scrupoli che, o per motivi ideologici o per motivi pecuniari, si recano in zone di guerra come è stato più volte riportato in questi ultimi mesi riguardo alla Libia, alla Siria e all’Iraq.

Nel momento in cui questi grandi conflitti tendono a stabilizzarsi in contrapposizioni più chiare e definite, le opportunità di azione per i gruppi in cerca di visibilità o facili ritorni economici tendono a diminuire e questi devono cercare nuovi campi di azione. Il terrorismo sul suolo europeo può essere uno di questi. Non a caso, Al Qaeda negli anni scorsi si era strutturata a livello globale reimpiegando i reduci dalla guerra in Afghanistan contro l’Unione Sovietica. Questo impone un maggiore impegno da parte della comunità internazionale sia sulla risoluzione dei conflitti in corso, ma anche su un aspetto spesso dimenticato, vale a dire quello della costruzione di opportunità post-conflitto per i combattenti. Inoltre, il contesto in cui gli estremismi si alimentano non può essere più sottovalutato anche nel caso europeo. L’evoluzione competitiva della violenza sopra descritta è più probabile nelle società in cui la dinamica economica sta alimentando diseguaglianza e perdite di opportunità piuttosto che una prosperità diffusa.

Diverse ricerche hanno confermato che la violenza politica non nasce dalla povertà, ma piuttosto dallo scostamento tra aspettative e realizzazioni. Questo è tanto più vero quando vittime del declino e della diseguaglianza economica sono i giovani scolarizzati. Questi, in particolare, sentono di avere acquisito strumenti e conoscenze adeguati per divenire lavoratori o imprenditori più produttivi e si percepiscono in grado di realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni professionali. Nel momento in cui ambizioni e aspettative non sono rispettate, gli individui si sentono privati di un futuro e la rabbia e il dissenso possono evolversi più facilmente in forme di violenza.

Non a caso questi sentimenti emergono spesso tra le comunità etniche di seconda generazione che percepiscono in maniera ancora più marcata l’esclusione dalle opportunità economiche e nei confronti dei quali una compiuta integrazione appare non più come un obiettivo realizzabile ma piuttosto come una promessa non mantenuta.

In contesti simili, gli estremismi politici di qualsiasi colore e ispirazione divengono facili argomenti da abbracciare contro classi dirigenti miopi e arroccate sulla difesa di privilegi socialmente non sostenibili. Se questo è vero, ancora una volta è necessario ribadire che per i Paesi europei una ripresa economica a livelli di diseguaglianza e disoccupazione crescenti non fanno altro che armare la mano degli estremisti di qualsiasi colore e ideologia. I governi europei sono chiamati non solo ad azioni di sicurezza, ma a lavorare senza ulteriori indugi per ricreare spazi di democrazia fondati su una reale eguaglianza di opportunità. Ritardare anche una riflessione in questo senso potrebbe rappresentare un ulteriore fattore, tra i molti che in ogni caso determinano azioni estreme come quella di Parigi, perché nelle nostre società si manifesti una spirale di violenza che potrebbe essere sempre più difficile da controllare.

avvenire.it