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Lettera del dicastero per i consacrati. Fuori della porta e lungo il fiume

L’Osservatore Romano

(Nicola Gori) Annunciare il Vangelo è questione di cuore. Lo sottolinea la nuova lettera della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica dal titolo Annunciate: ai consacrati e alle consacrate testimoni del Vangelo tra le genti(Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, settembre 2016, pagine 160, euro 7,00). Con questo testo, dopo i tre precedenti curati dal dicastero e già pubblicati — scanditi dai tre verbi rallegratevi, scrutate, contemplate — si conclude il ciclo relativo all’anno della vita consacrata conclusosi il 2 febbraio scorso.
La lettera ricorda che il cuore dei consacrati dovrebbe avere per sua natura una dimensione essenzialmente in uscita, cioè rivolta agli altri. Per loro vocazione, infatti, essi sono gli specialisti della missione, dell’annuncio di Cristo al prossimo, identificato con ogni uomo e ogni donna che incontrano quotidianamente sulla loro strada. Sono chiamati a non passare oltre con indifferenza, ma a interessarsi a lui, alle sue necessità e alle sue attese. Per questo atteggiamento di apertura agli altri sono i primi ad avere una tensione continua verso l’esterno: cioè, usando l’espressione molto cara a Papa Francesco, a essere “in uscita”.
Uno degli elementi principali del testo è il pressante invito a cambiare mentalità, a compiere una sorta di conversione ad extra. In proposito vengono riproposti alcuni pensieri del Pontefice rivolti in particolare ai religiosi e alle religiose. Francesco chiede con forza un nuovo slancio, un coraggio che non indietreggia di fronte alle difficoltà, una tenacia nel compiere la missione che Dio ha affidato a ogni consacrato. In particolare, vuole che ritrovino il carisma delle origini dei rispettivi fondatori, vuole che le comunità religiose siano sempre più simili alla primitiva Chiesa, quella degli apostoli, i quali non temevano di uscire per le strade ad annunciare il Signore.
La vita consacrata è chiamata a svolgere la sua missione «fuori della porta e lungo il fiume». Coloro che la seguono hanno la specifica vocazione di essere presenti nelle «situazioni di miseria e di oppressione, di dubbio e di sconforto, di paura e di solitudine, manifestando che la tenerezza di Dio non ha limiti». Tutto ciò richiede energie, preghiera, sacrificio e fermezza, perché la “periferia” non resti solo una parola astratta, ma sia una realtà quotidiana in cui verificare in ogni momento la propria vocazione. Cristo vuole che i consacrati vadano oltre, senza paura, pronti a collaborare con ogni uomo di buona volontà perché la Parola giunga ai confini della terra. Con l’’impegno di tirare fuori dall’umiliazione e dalle situazioni di scarto e di emarginazione quanti il pregiudizio, l’indifferenza e l’ingiustizia condannano senza appello. Si tratta in pratica di trovare nuove modalità per camminare con i poveri, i più bisognosi, accompagnandoli nella loro quotidianità.
La lettera invita con vigore i consacrati a cambiare orizzonte di veduta, con le stesse parole di Papa Francesco: «Stare in periferia aiuta a vedere e capire meglio». Guardando il mondo dalle periferie si trova infatti il coraggio di affrontare nuove sfide, sperimentando soluzioni e logiche diverse. È più facile svegliare il mondo se si è abituati alla periferie, qualunque esse siano, perché facilitano l’atteggiamento a rivolgersi a destinatari non scelti in base a considerazioni di comodo, ma su criteri dettati dalla compassione e dall’ardire. Non che i consacrati non siano abituati a vivere in prima linea e a stretto contatto con gli abitanti delle periferie, perché il loro obiettivo è la tutela della dignità della vita umana. Ciò nasce dall’unione con Cristo, dall’umanesimo cristiano che li spinge all’opzione preferenziale per i poveri. Una scelta dettata non da una moda o fervore passeggero, ma che diventa autentica forma di vita, perché, come afferma san Gregorio Magno, «servire i poveri è atto di evangelizzazione». D’altronde, come conferma la lettera, la familiarità con i poveri è sempre stata la caratteristica di ogni nuovo inizio e di riforma. Senza dimenticare che le periferie non sono solo un luogo fisico, ma anche una situazione morale, di disagio, culturale e sociale.
L’Osservatore Romano, 6-7 settembre 2016