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L’etica? Sta nel cuore non nella legge

Tommaso Scandroglio – avvenire 18/2/2010
R
ivolgendosi sabato scorso all’assemblea generale dell’Accademia Pontificia per la Vita, il Santo Padre è stato chiaro: lo Stato non può essere fonte dell’etica. Dove allora rintracciare la sorgente della morale? Nell’uomo, nel cuore dell’uomo. Ognuno di noi tende per natura a certi beni: la vita, la salute, la proprietà, la conoscenza, etc. Noi abbiamo bisogno di tutto ciò, in noi c’è una sete naturale di bene che deve essere appagata soddisfacendo queste esigenze.
  Ecco perché, per esempio, ogni uomo può rivendicare il bene della vita come diritto, cioè come pretesa che nessuno lo possa uccidere. La natura umana è quindi fonte dei diritti fondamentali: tutti noi veniamo ad esistenza con in dote un paniere ricchissimo di questi diritti naturali. Lo Stato deve perciò riconoscere tali diritti, non assegnarli, proprio perché queste esigenze fondamentali precedono lo Stato, sono anteriori ad esso. Se la dignità della persona umana fungesse da bussola, da stella polare per chi governa, si eviterebbe di incappare nelle maglie di uno ‘Stato etico’. Cioè da una parte, come alludeva il Papa, si scongiurerebbe il pericolo di uno Stato che impone una propria

 Ecco perché lo Stato non può essere la fonte della morale, ma occorre rifarsi alla legge naturale. Altrimenti tutto è permesso, qualsiasi delitto ai danni dell’uomo può diventare lecito

 visione ‘etica’ in contrasto con il bene oggettivo dell’uomo. Facile esempio in tal senso è il nazionalsocialismo, dove a suon di deportazioni si comandava il precetto che non tutti gli uomini sono uguali. Ma lo ‘Stato etico’, nel senso deteriore del termine, è anche quello che rende legittime, senza obbligare nessuno, alcune condotte contrarie alla legge naturale. Pensiamo alla legge 194 che ha introdotto l’aborto procurato nel nostro Paese, classico esempio di legge ingiusta. ‘Stato etico ‘ infine è anche quello che dovrebbe vietare e quindi sanzionare certi comportamenti contrari alla dignità dell’uomo, ma che non lo fa. Attualmente il nostro ordinamento giuridico punisce con il carcere l’eutanasia, intesa sia come omicidio del consenziente che come aiuto al suicidio. Una legge, la quale sancisse in modo soft che ognuno può fare della propria vita quello che gli pare e depenalizzasse l’eutanasia, sarebbe una legge gravemente contraria alla legge morale naturale perché in contrasto con quella norma scolpita a
lettere di fuoco nel nostro intimo che comanda: ‘Non ucciderti!’. Questo ci porta a dire che compito dello Stato non è assegnare, con spirito liberalista, una serie infinita di salvacondotti a chi ne facesse richiesta, tanti quanti sono i desideri dell’uomo. Vuole abortire, morire, divorziare? Prego si accomodi, l’accontentiamo subito con una bella legge, una bella licenza per fare ciò che più l’aggrada. Non è questo il suo compito, ma è comprendere come è fatto l’uomo, scoprire quale è il suo bene oggettivo e di conseguenza impegnarsi per garantirlo e tutelarlo anche attraverso comandi e divieti.
  homas Hobbes, filosofo inglese vissuto a cavallo tra ’500 e ’600, asseriva invece che è l’autorità e non la verità a fare la legge. In parole povere è lo Stato a decidere cosa è bene e cosa è male per il cittadino. Non esiste una verità morale già presente nell’uomo a cui il governante deve riferirsi per bene operare, ma – come afferma la Relazione al Titolo preliminare del Codice Napoleonico – è la legge che crea le realtà. E così può accadere che per dettato legislativo un embrione non è un essere umano e un malato terminale non è più persona.
  Allora parafrasando Dostojevski potremmo concludere che se non c’è la legge naturale tutto è permesso.