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Le tappe. Cosa succede ora: iI timing e i nodi della crisi dell’Esecutivo giallo-verde

Voto di (s)fiducia al Senato, poi le consultazioni di Mattarella e due possibili scelte: esecutivo di transizione o governo dimissionario per le elezioni
'Parlamentarizzare' la crisi allunga i tempi e mette a rischio il varo della legge di bilancio da parte della nuova maggioranza. L’ipotesi 'esecutivo di transizione'

‘Parlamentarizzare’ la crisi allunga i tempi e mette a rischio il varo della legge di bilancio da parte della nuova maggioranza. L’ipotesi ‘esecutivo di transizione’

Avvenire

A meno che il premier Conte non si dimetta subito senza passare dall’Aula, imprimendo un’accelerazione alla crisi, il pallino passa in mano ai presidenti delle Camere Fico e Casellati. Sono loro due, adesso, insieme ai capigruppo, che devono valutare i tempi e i modi più opportuni per portare la crisi in Aula. L’ipotesi ieri più accreditata è che Conte chieda la fiducia solo al Senato, la prima Camera che gli ha dato il mandato a governare più di 14 mesi fa. Un passaggio sarebbe sufficiente e renderebbe superfluo un ‘raddoppio’ a Montecitorio.

A Palazzo Madama si innescherebbe ufficialmente la crisi: Conte chiederebbe la fiducia, non la otterrebbe e di conseguenza si recherebbe dimissionario al Colle, decretando la fine del governo Conte. A seguire si apre la fase due. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella svolge le consuete consultazioni con i gruppi parlamentari guidati dai rispettivi leader. Se le Camere sfiduciano Conte il 20 agosto, le consultazioni possono svolgersi già il 21. Non dovrebbero durare più di una giornata. A conclusione, il capo dello Stato comunicherebbe le sue decisioni: se ritiene – cosa al momento poco probabile – che ci sia una nuova maggioranza possibile, potrebbe offrire incarichi esplorativi o un pre-incarico. Ma non sembra questa la circostanza. Piuttosto, Mattarella dovrebbe trovarsi di fronte a un mare di veti incrociati.

In tal caso, avrebbe due strade. La prima: sciogliere le Camere e lasciare in carica per gli affari correnti il governo dimissionario di Giuseppe Conte. La seconda: fare una proposta al Parlamento per un governo di transizione che, se bocciata, condurrebbe il Paese alle urne. Con questi passaggi, si arriverebbe intorno al 26-27 agosto.

Sciogliendo le Camere in quei giorni, si potrebbe andare al voto il 27 ottobre, nel pieno della sessione di bilancio. Un bel rischio. Considerando poi che le nuove Camere vengono convocate 20 giorni dopo il voto, e che prima di mettere mano al governo si eleggono i presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama, il nuovo esecutivo metterebbe le mani sui conti molto tardi.

Servirebbe un’intesa specifica con l’Europa per avere più tempo. Il tutto in un contesto segnato dal rischio di un forte aumento delle aliquote Iva. Tutto questo, come detto, a meno che Conte, valutata nelle prossime ore la degenerazione della situazione politica, non decida di dimettersi. Al momento così non pare. M5s vuole una ‘crisi lunga’ e ha i numeri in Parlamento per imporre i suoi tempi e la sua strategia. E in questi tempi relativamente lunghi possono innescarsi meccanismi e dinamiche al momento imprevedibili.

Salvini, il voto anticipato, deve ancora sudarselo.