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Le stragi non fermeranno la testimonianza dell’amore di Dio

di Mario Ponzi

Perché tanta violenza contro i cristiani in certe parti del mondo? Possibile che si tratti soltanto di motivazioni ideologiche? O si considera, quella dei cristiani, una voce da far tacere perché controcorrente dinnanzi alla deriva verso cui sembra avviata l’umanità? O forse essi rappresentano una comunità indifesa, dunque facile da attaccare senza correre tanti rischi, per imporsi sul palcoscenico mondiale del terrore a scopo politico? È possibile riportare giustizia e pace riconoscendo libertà di religione per tutti? E come si possono raggiungere obiettivi di equità globale, attraverso soluzioni veramente etiche della crisi che attanaglia il mondo? In una parola qual è l’attualità di quel “Beati gli operatori di pace” proposto dal Papa per la celebrazione della Giornata mondiale della Pace del 2013? Domande che puntualmente si ripropongono quando le notizie che giungono dal mondo – l’ultima in ordine di tempo è di lunedì sera, 6 agosto, e riferisce di una quindicina di morti causati dall’ennesimo attacco contro una chiesa cristiana in Nigeria – allungano l’elenco dei morti a causa della loro fede e dimostrano la pressante attualità dei continui appelli alla pace lanciati dal Pontefice.
Abbiamo cercato alcune risposte nel colloquio con il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, con il quale abbiamo parlato delle difficoltà vissute dai cristiani oggi in diverse parti del mondo. Il cardinale – precisato di non voler entrare nel merito di quello che sarà il messaggio del Papa per la Giornata mondiale della Pace 2013 e di voler esprimere opinioni personali, maturate durante la sua lunga esperienza pastorale vissuta in contesti difficili- ha offerto alcune chiavi interpretative della situazione attuale.

I cristiani nel mondo sono sempre più spesso oggetto di violenza se non proprio di persecuzione, è possibile che dietro questi episodi ci siano solo motivazioni religiose, o forse il motivo è da ricercarsi nel fatto che in alcuni Paesi i cristiani sono obiettivi indifesi e dunque più facili da raggiungere e gli eccidi diventano strumenti di pressione per altri scopi?

C’è qualcosa di vero. In tantissime situazioni i cristiani sono oggetto di violenza, talvolta subita fisicamente, ma talvolta anche subita psicologicamente. L’obiettivo è sicuramente ciò che un cristiano rappresenta. Un credo, un punto di vista dal quale si guarda a ciò che accade nel mondo, uno stile di vita che ha una sua propria identità. I nostri denigratori dicono che apparteniamo un po’ al medioevo, al passato, anche se poi non hanno nulla per dimostrarlo. I cristiani obiettivo sensibile perché indifesi e dunque facili da attaccare? È difficile rispondere. Certo è che in tante parti del mondo, in Africa soprattutto, le nostre chiese sono costruite non proprio laddove c’è maggiore densità di popolazione. Piuttosto si preferisce edificarle in luoghi più prossimi alle missioni, alle case dei sacerdoti e i cristiani, per raggiungerle, devono compiere un piccolo viaggio, quasi fosse un piccolo pellegrinaggio. Invece le moschee dei musulmani sono sempre nei luoghi più frequentati, in mezzo ai loro fedeli. Quindi probabilmente in questo senso siamo forse più indifesi. Ma io direi che il doversi difendere non fa parte della nostra natura. Non pensiamo di doverlo fare a causa della nostra religione.
Crediamo in un Dio che non ha bisogno di essere difeso. Ha bisogno soltanto di essere amato, conosciuto, testimoniato. Il nostro appartenere alla Chiesa non si nutre di pensieri sul come difenderci, sul come imporre il nostro culto. Pensiamo solo a come rendere testimonianza a Dio. Gli altri hanno forse un punto di vista un po’ diverso dal nostro. Pensano che la religione sia qualcosa da difendere, che il loro sia un dio da difendere. No, questo non è proprio il modo di concepire la nostra fede, la nostra missione. Le strutture sociali della Chiesa sono tra e per la gente, senza distinzioni di alcun genere. Viviamo in mezzo al popolo nella quotidianità, per restituire speranza, per trasmettere un messaggio d’amore, il messaggio di Dio. Quando dobbiamo pregarlo in alcuni casi, soprattutto nella mia Africa, lo facciamo insieme, a volte in disparte, per non disturbare. Se poi altri ci reputano, per questo, deboli e facili obiettivi da colpire ciò non significa che ci lasceremo scoraggiare nel compiere la nostra missione: essa è e rimane quella di rendere testimonianza, convinti che in Dio non c’è nulla da temere.

(©L’Osservatore Romano 8 agosto 2012)